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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 10548 volte 06 dicembre 2012

Smobilizzo del debito pubblico: Soluzione ed opportunità

Di Redazione  •  Inserito in: finanza italiana

La dismissione di beni pubblici (sia immobili che quote di società) per ridurre il debito pubblico continua a pendere come una spada di Damocle sull’economia italiana. Da un lato perché le poche società in cui il Tesoro ha ancora una quota di riferimento (Eni, Enel, Terna e Finmeccanica) costituiscono “asset” strategici per  l’economia italiana; dall’altro perché la vendita della residua “argenteria di famiglia”, comunque la si voglia mettere, viene inteso come il gesto disperato di chi ha l’acqua alla gola, e se da un punto di vista meramente contabile apporterebbe al bilancio pubblico qualche effimero contributo, sul piano dell’immagine sarebbe devastante.

E mentre cresce l’opposizione ad una politica di austerità di bilancio che rafforza la già grave recessione, e con la riduzione del “pil” amplia quella forbice tra debito e prodotto interno che le maggiori tasse e le minori spese dovrebbero invece ridurre, cresce anche l’opposizione, da parte degli ambienti più disparati, all’idea di dismettere quel poco che resta del patrimonio pubblico.

Si moltiplicano in questo clima le proposte alternative, che ruotano attorno a due idee: emettere moneta per rilanciare lo sviluppo (o “quasi moneta” come gli “assegnati” che suggerisce l’economista nostro collaboratore Vittorangelo Orati) o conferire gli immobili pubblici non strumentali (cioè non più necessari per espletare funzioni pubbliche) ad un apposito Fondo.

Su quest’ultima linea si colloca la proposta fattaci pervenire dall’avvocato Elio di Filippo, che pubblichiamo qui di seguito.  Senza entrare nel merito tecnico, ci sembra che essa esprima  alcuni concetti largamente condivisibili, e cioè:

a)      che una vendita dei beni pubblici costituirebbe un impoverimento sostanziale del nostro Paese;

b)      che il riequilibrio del debito pubblico non può avvenire aumentando le entrate dello Stato (cioè la pressione fiscale) e riducendo le sue spese. Ambedue queste misure infatti sono fortemente recessive, in una congiuntura italiana ed europea già di per sé gravemente recessiva

c)       Che gli immobili pubblici ora inutilizzati e non indispensabili per lo svolgimento delle pubbliche funzioni, invece d’essere venduti dovrebbero essere concessi in usufrutto ad imprenditori privati che li possano rapidamente ristrutturare,  mutandone la destinazione d’uso, e metterli a frutto per periodo di anni adeguato a remunerare il loro investimento.

d)      Che nel Fondo da costituire abbia un ruolo di protagonista la Cassa Depositi e Prestiti.

e)      Che i redditi derivanti dall’usufrutto siano destinati a ridurre il debito, ed anche a finanziare grandi opere pubbliche, utili a rilanciare l’economia e ad aumentare la produttività.

G.V.

 

 

 

Lo Stato Italiano può e deve affrontare lo spinoso problema dell’abbattimento del debito pubblico con criteri e soluzioni del tutto diversi dalla tassazione dei cittadini ed anzi individuando e costituendo uno strumento capace di valorizzare elementi positivi del proprio patrimonio così da generare risorse aggiuntive da destinare prevalentemente a tale scopo.

Peraltro il solo avvio di tale modalità di risoluzione sarà in grado di assicurare  una poderosa spinta in avanti al prodotto interno lordo ed un abbattimento notevole degli interessi di finanziamento.

A questo riguardo assume rilievo il consistente e qualificato patrimonio immobiliare pubblico di cui lo Stato potrebbe prescindere per le sue funzioni e che viene considerato come di possibile dismissione.

Le ipotesi finora prese in esame portano a considerare la vendita di esso o il suo assoggettamento a garanzia di una quota di debito, per ridurre il costo degli interessi, come uniche possibili soluzioni; tuttavia esse non solo non sono risolutive ed anzi potrebbero risultare dannose circa la valutazione patrimoniale e di solvibilità dello Stato che si vedrebbe in un caso impoverito in misura sensibilmente maggiore di quanto non riesca a ridurre il debito pubblico in quota capitale  e nel secondo sprovvisto di adeguate garanzie per la restante parte di debito.

 L’unica vera e radicale soluzione consiste nel mantenere i beni in proprietà ma renderli fruttiferi con strumenti, questi sì, capaci di ridurre ciclicamente quote significative di debito senza variazioni patrimoniali negative.

 La soluzione che si prospetta è quindi la seguente: il patrimonio viene conferito in un fondo immobiliare chiuso e speciale, interamente posseduto dallo Stato attraverso la Cassa Depositi e Prestiti; resta da valutare la separazione con affidamento in Trust ed SGR internazionale.

 La sua costituzione darebbe così modo di dotare il fondo di circa 700 miliardi di euro di valore (secondo le stime al momento note).

I singoli beni verrebbero concessi in godimento mediante costituzione di diritto reale di usufrutto o di uso, a termine ma con durata adeguata per consentire il pieno ammortamento degli investimenti di ristrutturazione e cambio d’uso da parte degli investitori interessati (50/70/90 anni) ed una congrua durata all’attività economica che essi intendono avviare utilizzando i beni in argomento.

 Poiché occorre attribuire certezza ai tempi di approvazione delle variazioni d’uso, dei progetti di ristrutturazione e di autorizzazione all’insediamento e svolgimento delle attività economiche nei beni in argomento, sarà disposta una deroga, con decreto legge, che consenta di attribuire ogni potere e facoltà ad apposito commissario al quale sarà fatto obbligo di procedere all’approvazione delle domande di ristrutturazione, cambio d’uso ed avvio dell’attività economica, entro e non oltre centoventi giorni dalla presentazione della domanda.

Il procedimento sarà formalizzato con puntuale indicazione della documentazione di corredo necessaria, da prodursi in uno alla domanda.

La concessione del diritto reale di uso od usufrutto avverrà con individuazione di un corrispettivo rappresentato in quota annuale nel 6/7 % del valore dell’immobile al momento del suo conferimento nel fondo. Esso è quindi parametrato alla stima ante ristrutturazione.

Il diritto reale attribuito agli investitori sarà poi delineato – individuandone le peculiari connotazioni rispetto a quello attualmente disciplinato dal codice civile – allo scopo di rendere possibile, se del caso con coerenti interventi legislativi, l’acquisizione di garanzie parziali di adeguata durata a soggetti che intendessero finanziare gli operatori proponenti.

Allo scadere il diritto reale si estinguerà e le spese di ristrutturazione, ammortizzate nel tempo di durata previsto, restano a carico dell’utilizzatore.

Analogamente avverrà in caso di inadempimento da parte di quest’ultimo; pur tuttavia il fondo potrà escutere la fideiussione a garanzia del canone e procedere alla sostituzione dell’utilizzatore con nuovo procedimento da concludersi entro sei mesi.

La rapida attivazione del fondo, la sua dotazione patrimoniale e l’avvio delle intese con gli utilizzatori consentiranno una valutazione finanziaria di esso altamente positiva in termini di rating (tripla A).

Man mano che il fondo andrà a stipulare intese con gli utilizzatori, potrà emettere buoni pluriennali onde acquisire liquidità a bassissimo tasso d’interesse.

La liquidità così acquisita verrebbe utilizzata per abbattere una quota corrispondente di debito pubblico.

La previsione di una lunga durata del diritto reale attribuito all’utilizzatore consentirebbe di ripetere ciclicamente l’operazione.

La valorizzazione ed il coinvolgimento dell’intero patrimonio conferito al fondo, all’esito dei ripetuti parziali abbattimenti, porterà all’azzeramento del debito.

Oltre agli effetti direttamente discendenti dall’attuazione di quanto previsto, ve ne sarebbero di ulteriori e tutti positivi:

- in primo luogo la certa previsione di azzeramento del debito all’esito delle cicliche operazioni di abbattimento svolgerebbe una funzione calmieratrice sul tasso di interesse della parte di debito rifinanziata ordinariamente, essendo la sua estinzione solo posticipata ma comunque certa;

- la valutazione positiva del rating dello Stato Italiano, posto che a fronte di patrimonio integro si sono generate risorse ulteriori (non vincolate alle entrate tributarie e quindi al reddito pro capite prodotto da ciascun cittadino) capaci di assicurare nell’immediato una sensibile decurtazione del debito e nel lungo periodo la sua totale estinzione;

- la possibilità di utilizzare una parte della liquidità per finanziare opere strutturali strategiche che svolgano una funzione trainante dell’economia interna;

- la stessa ristrutturazione del patrimonio immobiliare e l’avvio delle susseguenti iniziative economiche svolgeranno anch’esse un rilevante effetto volano sull’economia.

Dati per certi i presupposti indicati e posta a regime la gestione del fondo (ipotizzando quindi che l’intero patrimonio sia stato posto a reddito – euro 700 miliardi – e siano attuati decennali abbattimenti del debito) esso potrebbe acquisire finanziamenti a bassissimo tasso di interesse, circa l’1%, nel mentre beneficerebbe di entrate pari al 6% annuo del montante. Avrebbe così modo di ridurre lo stock di debito di almeno euro 350 miliardi ad ogni decennale intervento.

Il fondo infatti nei dieci anni, senza tener conto di un eventuale reimpiego delle entrate annuali – che resterebbero solo accantonate – incasserebbe complessivamente euro 420 miliardi che potrebbe destinare quanto ad euro 350 miliardi per il rimborso del capitale avuto a titolo di finanziamento, euro trentacinque miliardi per la corresponsione degli interessi ed avere un residuo di riserva.

Laddove, per contro esigenze diverse dovessero suggerire, soprattutto per i cicli successivi, di procedere a riduzioni di stock inferiori di debito, la restante parte potrebbe essere impiegata per investimenti pubblici in settori strategici così come a supporto di una riforma fiscale con sensibile riduzione delle imposte.

I riflessi sull’economia sarebbero immediati in quanto la riduzione di spesa in corso, in uno alle minori necessità finanziarie per il pagamento degli interessi sul debito, consentirebbe una rapida riduzione della pressione fiscale che svolgerebbe una ulteriore funzione trainante dell’economia.

Analoga iniziativa potrebbe essere assunta, ma solo in termini di locazione, per lo sfruttamento del patrimonio artistico.

Pescara lì 6 dicembre 2012

Avv. Elio Di Filippo  avvocato@eliodifilippo.it

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