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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 19863 volte 22 aprile 2012

Serpeggia la tentazione di abbandonare l’euro (ma quanto ci costerebbe?)

Di fronte ai sacrifici per le misure “lacrime e sangue”, tra la gente nei Paesi dell’Europa mediterranea

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza, Finanza Internazionale

di Enea Franza 

 i paesi mediterranei abbandonano l'euroDi fronte alla crisi delle economie dei Paesi dell’Europa mediterranea, che si tenta di arginare con rimedi socialmente sempre più dolorosi, un’idea comincia a circolare tra la gente, prima ancora che tra i politici; perché non uscire subito  dall’euro, prima che ulteriori manovre da “lacrime e sangue”si abbattano sui nostri Paesi?

I dubbi che si affacciano alla mente di fronte a questa eventualità sono, tuttavia,  tanti. Che cosa potrebbe accadere, ad esempio, se l’Italia abbandonasse l’euro tornando alla vecchia lira?

Un caso storico, con qualche analogia, cui fare  riferimento c’è, e smentirebbe le previsioni dei catastrofisti: l’uscita della sterlina non dall’euro (che  allora non c’era), ma dal “serpente monetario europeo”, il sistema di cambi fissi precedente la nascita della moneta europea.

In quel caso la sterlina si  svalutò in un mese del 10% , ma la caduta fu accompagnata dal dimezzamento del tasso d’interesse: dal 12 % al 6 %.  Rileggendo  i vari  “autorevoli” commenti, si scopre che gli esperti allora predissero che la svalutazione avrebbe seriamente danneggiato l’economia britannica, producendo inflazione ed aumentato il costo del debito (per il rincaro degli interessi sui Buoni del Tesoro in sterline).

Ciò che accadde, tuttavia, fu esattamente il contrario. Le esportazioni britanniche crebbero negli anni seguenti un 5 % in più rispetto alle importazioni .

Se dunque i Paesi mediterranei (Grecia, Spagna, Portogallo e anche Italia) uscissero dall’euro, magari assieme, oppure se, paradossalmente, ad abbandonare l’euro fosse la stessa Germania, giudicando infine eccessivo e pericoloso il peso del sostegno ai Paesi in deficit, probabilmente la crescita a breve, stimolata dalle esportazioni, darebbe ai Paesi mediterranei qualche respiro.

Ma queste appaiono ipotesi di fantapolitica. Cerchiamo invece di verificare quello che a “bocce ferme” potrebbe accadere. Si può ipotizzare, come già accennato, che pur senza i Paesi mediterranei, l’euro continui ad esistere, divenendo così una sorta di “supermarco”, oppure che anche la Germania rinunci infine all’idea di una moneta comune europea. 

 

Ma non esiste una clausola

di uscita dall’eurozona

 

Ma dalla lettura dei Trattati risulta che l’uscita dall’Unione Monetaria potrebbe verificarsi solo per due circostanze:

1) uno Stato Membro o un gruppo di Stati decide di abbandonare l’Unione Europea;

2) uno Stato Membro o un gruppo di Stati viene espulso dall’eurozona.

Non è prevista  nessuna  clausola che stabilisca la possibilità  ed i modi, da parte di uno Stato, di abbandonare l’ Unione Monetaria Europea.

Occorrerebbe dunque  negoziare un emendamento del Trattato che aggiunga una clausola di uscita. La negoziazione inoltre andrebbe  condotta non solo  con i Paesi dall’ eurozona ma con tutta l’Unione Europea ed i tempi diverrebbero tanto lunghi da essere incompatibili con la rapidità che il precipitare della situazione in questi casi richiede. C’è da aggiungere che il processo di conversione dell’euro in valuta nazionale, se non concordato,  comporterebbe una rottura unilaterale del Trattato di Maastricht, del Trattato di Lisbona e del Trattato di Roma e l’introduzione di controlli al movimento di capitali, rendendo improbabile che uno Stato possa lasciare l’euro e rimanere  membro dell’ Unione Europea.

Ciò posto, è evidente che l’uscita rapida dall’euro può avvenire solo con un atto politico unilaterale, ovvero al di fuori di una negoziazione.

Nella situazione attuale se un Paese decidesse di abbandonare la valuta comune europea si troverebbe di fronte a due possibili scelte per quanto riguarda il suo debito pubblico: convertire il debito nella  valuta nazionale, oppure  lasciare il debito denominato in euro.

Nel caso in cui  il governo decida di convertire il proprio debito in valuta nazionale (soluzione che molti giuristi ritengono impraticabile e foriera di un enorme contenzioso internazionale), ciò potrebbe essere inteso dagli investitori internazionale  come la prova di difficoltà  nel ripagare i propri debiti in moneta europea.”Potrebbe”è naturalmente da intendersi come un eufemismo.

In tale situazione, il tasso d’interesse sui debiti tenderebbe inevitabilmente ad aumentare.

 

Uno scenario da incubo

 

Nel’ipotesi, invece, che il debito estero fosse lasciato in euro, e si attivasse una doppia circolazione, i debiti esteri risulterebbero rivalutati, mentre le attività  finanziarie e reali delle imprese si svaluterebbero immediatamente per un importo almeno pari al differenziale di spread . Alle tensioni sul debito pubblico si aggiungerebbero quelle del settore “corporate”, con riferimento in particolare alle obbligazioni emesse dalle società . Le aziende avrebbero infatti difficoltà  a ripagare i propri debiti in valuta estera a causa del forte deprezzamento della moneta nazionale successivo all’uscita del paese dall’ euro.

Accanto a tale scenario da incubo (un “default” a quel punto sembrerebbe inevitabile) già solo il rischio concreto di un  ritorno alla moneta nazionale  innescherebbe  una corsa agli sportelli, poiché coloro che hanno depositi in euro cercherebbero di ritirarli  prima della  conversione. Sarebbe evidente infatti la convenienza a conservare i propri fondi in euro, piuttosto di essere obbligati a convertirli qualche giorno dopo in una moneta più debole, con una perdita secca.

La decisione di uscire dall’euro, pertanto, dovrebbe essere accompagnata da norme di restrizione ai movimenti di capitali, onde impedirne l’altrimenti inevitabile deflusso verso l’estero ed il collasso del sistema bancario.

 

Quali sarebbero i vantaggi

di un abbandono dell’euro?

 

Ma quali sarebbero allora i vantaggi di un abbandono dell’euro?

L’uscita di un Paese debole dall’eurozona determinerebbe, nel breve periodo, un vantaggio competitivo, in termini di svalutazione della propria valuta nazionale, proporzionale alla riduzione di valore della nuova moneta rispetto all’euro. Tuttavia, non è da escludere che i Paesi membri dell’Eurozona adottino in tal caso misure protezionistiche per difendersi sul piano commerciale. Se poi vi fosse anche l’uscita dall’Unione Europea, si verificherebbe un forte pregiudizio, se non una drastica riduzione, dei rapporti commerciali tra il Paese fuoriuscito e l’Unione Europea. Per non parlare degli squilibri interni, dei disordini sociali, dei tumulti di piazza che si produrrebbero in tale situazione di obbiettiva difficoltà, nonché  degli attacchi speculativi di cui sarebbe oggetto e preda l’ economia di tale Paese, che fuori dall’Europa sarebbe molto più debole ed isolato.

Alcune grandi banche hanno provato a stimare il costo monetario pro-capite che già nel  primo anno deriverebbe ai cittadini di un Paese debole dall’uscita dall’euro.

Per UBS-Unione delle Banche Svizzere e per la HSBC-Hongkong & Shanghai Banking Corporation si tratterebbe per l’Italia di una cifra compresa tra 9500 e 11500 euro a persona. Questo nel primo anno: per gli anni successivi nessuno si sbilancia a fare previsioni.

Lo scenario di un’eventuale uscita dall’euro presenta dunque un costo enorme, come tutt’altro che lieve è il costo che i Paesi mediterranei dell’Europa debbono sopportare per rimanere legati alla moneta europea.

Forse i tedeschi in casa loro si sentono un po’ come il porcellino che ha costruito la casa di mattoni e considerano la Grecia e l’Italia come i porcellini che hanno fatto case, rispettivamente, con la paglia e con il legno. Ma la storia dei porcellini insegna che non bastata la casa di mattoni per sconfiggere il lupo che nella casa di mattoni tenta di penetrare dal camino. Il default di un Paese mediterraneo difficilmente sarebbe controllabile. Più probabile che innesterebbe reazioni a catena capaci  di colpire anche gli interessi tedeschi.

Per l’Unione Europea, e ancor più per l’eurozona, sembra valere dunque l’antico brocardolatino: “simul stabunt, vel simul cadent”, cioè o staranno assieme, o cadranno tutti assieme.

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Autore: Redazione » Articoli 678 | Commenti: 310

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