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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 11141 volte 30 aprile 2012

Responsabilità sociale e banche: una medaglia con due facce

Il Settimo Forum sulla Responsabilità Sociale d’Impresa organizzato dall’Abi

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza, finanza italiana

di Valerio di Silvia

Questa volta la medaglia d’oro della responsabilità sociale d’impresa vantata dalle banche bisogna guardarla con attenzione. Ma da tutti e due i lati. Poiché se è indubbio l’impegno che molti istituti di credito pongono nell’agire con attenzione all’etica, è altrettanto vero che molti altri sembrano fare di tutto per comportarsi davvero male nei confronti della società. E qualche volta succede addirittura che la stessa banca che divulga notizia di proprie opere indubbiamente meritorie sia nel contempo protagonista di disdicevoli operazioni finanziarie.

Ma cominciamo a guardare il lato virtuoso della medaglia così come è stata presentata a inizio anno, nel corso dell’annuale Forum CSR organizzato dall’ABI a Roma e giunto alla sua settima edizione.

Il mondo creditizio è attore di primo piano nelle politiche di responsabilità sociale d’impresa, nonostante le difficoltà derivate dalla crisi. Una fetta preponderante del sistema continua infatti a formalizzare l’impegno nel campo della CSR e racconta questa scelta pubblicando un proprio bilancio sociale.

I dati in tema di reporting: un numero di banche che rappresentano il 77,7% del totale attivo di sistema pubblicano un rendiconto di sostenibilità (nel 2005 il 72%, nel 2009 il 75,3%). Un numero di banche che rappresentano il 71,1% del totale attivo di sistema allega il rendiconto sociale al bilancio d’esercizio oppure lo divulga – qui la percentuale sale al 74,6% – anche utilizzando Internet. Le banche che rendicontano secondo le linee guida del Global Reporting Initiative rappresentano il 74,8% del totale attivo di sistema.  

Le aziende di credito – quasi l’80% del sistema – hanno un codice etico che nel 78% dei casi indica diritti, doveri e responsabilità della banca nei confronti degli stakeholder; nel 77,6% norme di comportamento; nel 75,4% meccanismi di attuazione e controllo; nel 77,2% indica gli organi preposti al controllo e a cui rivolgersi in caso di violazioni. Ma anche i finanziamenti si fanno responsabili. Tra le banche cresce la consapevolezza che la responsabilità d’impresa è parte integrante dell’attività e come tale può portare reale beneficio.

 

I finanziamenti per ridurre

i mutamenti climatici

 

Per oltre il 74% del totale attivo di sistema, la banca offre prodotti finanziari per i cambiamenti climatici: il 74,6% offre finanziamenti per favorire l’approvvigionamento da fonti rinnovabili ed efficienza energetica, il 73,1% prestiti a tassi agevolati per favorire la riduzione di Co2.        Il 61,7% del sistema ha ottenuto certificazioni etico-ambientali. In questo scenario, l’Abi contribuisce all’evoluzione della responsabilità sociale d’impresa per promuoverne la sua concreta applicazione e integrazione nella tipica attività bancaria.

Tra le ultime iniziative in materia c’è la pubblicazione delle Specifiche Abi per la redazione del bilancio di sostenibilità secondo le linee guida Gri G3.1′, presentata al Forum CSR organizzato in collaborazione con altre entità attente all’etica: il CSR Manager Network, il Forum per la finanza sostenibile e il Global Compact Network Italia, le principali reti italiane che lavorano per la promozione operativa della sostenibilità del business. Lo scopo è rendicontare in maniera unitaria i risultati finanziari, ambientali, sociali e di governance.

L’obiettivo ultimo del report integrato, l’ultima frontiera della comunicazione in campo di responsabilità sociale, per le banche è disporre – facendo appunto riferimento alle linee guida del Global Reporting Initiative – di un’interpretazione dei dati richiesti maggiormente aderente alle specifiche del settore bancario italiano. Ma anche di rendere possibile il confronto tra le informazioni che le banche presentano nei bilanci di sostenibilità e favorire l’ulteriore diffusione della rendicontazione di sostenibilità.

 

L’altro lato

della medaglia

 

Ma ecco arrivare il “controcanto”.  La quantità di rapporti aziendali sulla responsabilità sociale o la sostenibilità aumenta di anno in anno, rileva una ricerca di KPMG, ma la loro qualità e attendibilità lascia molto a desiderare. Un’analisi di oltre quattromila rapporti di CSR pubblicati in tutto il mondo negli ultimi dieci anni mette in luce affermazioni infondate, lacune nei dati e cifre inesatte.

Il Forum è stato anche l’occasione per presentare la versione italiana del ‘Financial Services Sector Supplement’ pubblicato dal GRI, tradotta grazie alla Federazione delle Banche, delle Assicurazioni e della finanza (Febaf), dell’Abi e dell’Ania. Al Forum è stata anche distribuita in anteprima nazionale la versione italiana del volume ‘One Report – Integrated Reporting for a Sustainable Strategy’ curata da Andrea Casadei, direttore della ricerca di Bilanciarsi, network che opera in merito alle tematiche inerenti la Responsabilità Sociale d’Impresa e la Sostenibilità.

Al primo giorno di lavoro il “parterre” era indubbiamente d’eccezione. Il tema dell’incontro: “Incentivi alla sostenibilità economica, ambientale e sociale. Quale ruolo per il mercato, le istituzioni e i cittadini?” era mettere a fuoco i possibili modi per integrare i temi della sostenibilità economica, ambientale e sociale nelle politiche pubbliche, nelle strategie e nelle attività aziendali, nello stile di vita dei cittadini come contributo importante al raggiungimento di un ordine mondiale più equo, più solido e più vivibile.

E’ proprio questo il momento in cui occorre fare di più, creare discontinuità rispetto al passato e investire nel bene comune – ha detto in apertura il direttore generale dell’ABI Giovanni Sabatini – identificando questo impegno attraverso elementi traducibili in forme quantitative. In tal modo le imprese potranno meglio dialogare con le banche e queste ultime sapranno a loro volta, mediante dati confrontabili, capire il punto di sostenibilità cui sono pervenute. Un cammino favorito dalla collaborazione con i grandi network della sostenibilità.

Responsabilità sociale anche

per le imprese minori

 

“Anche nella difficoltà dobbiamo dimostrare che la responsabilità sociale d’impresa non è un lusso, ma rappresenta una modalità con cui il sistema economico italiano vuole affrontare la sfida della globalizzazione”, gli ha fatto eco Andrea Bianchi, direttore generale per la politica industriale e la competitività del ministero dello Sviluppo economico esaltando la firma del protocollo siglato con l’ABI e Confindustria per applicare la RSI nelle imprese minori che implementa quello siglata nel 2011.

In base ad esso le informazioni extra-finanziarie identificate possono migliorare la relazione tra banca e impresa, qualificando i criteri di valutazione del merito di credito.  L’intesa avvia la fase due della sperimentazione e – tramite il Punto di contatto Nazionale Ocse – promuove una maggiore diffusione e integrazione della sostenibilità nelle attività delle imprese minori; con rendicontazione di fattori socioambientali e di governance come elementi integrativi degli ambiti finanziari   migliora il dialogo tra banche e imprese. 

“Intendiamo ancora lavorare – ha aggiunto Bianchi – sul legame tra RSI e competitività valorizzando economicamente la RSI, gli asset materiali dell’impresa come brevetti e tecnologie, ma anche quelli immateriali, come capacità di relazione con territorio e stakeholders. Un percorso non facile perché c’è stretta creditizia molto forte e le banche sono in difficoltà. Il protocollo non risolverà il rapporto tra banca e impresa ma vuole costruire un clima favorevole perchè ciò avvenga, valorizzando gli elementi qualitativi delle imprese e non quelli quantitativi”.

 “La politica industriale è fatta di tante piccole cose – ha detto Vincenzo Boccia presidente della Piccola Industria della Confindustria – e il nostro settore manifatturiero, il secondo d’Europa, deve giocare sulle produzioni di qualità e non labour intensive. Le banche possono finanziare questo processo e il protocollo aiuta questa scelta, pertanto va allargato. Gli operatori devono passare da produttori a imprenditori, rivalutando l’aspetto reputazionale, i fattori immateriali che determinano il futuro. E le banche devono tenerne conto.

Quando banche e fondi pensione

speculano sui prezzi alimentari

 

Banche buone e brave dunque? Non è tutto oro quello che luccica. L’altro lato della medaglia del buonismo è sconcertante. Qualche notizia in questo senso deve far riflettere.  In finanza non sempre l’etica è di casa. Ad esempio, secondo un rapporto pubblicato da Friends of the Earth Europe, un’organizzazione che promuove la protezione ambientale, le banche europee, i fondi pensione e le compagnie di assicurazione stanno aumentando la fame del mondo, speculando sui prezzi alimentari e finanziando l’accaparramento di terre nei paesi più poveri.

Sotto accusa 29 banche europee, fondi pensione e assicurazioni, tra cui Deutsche Bank, Barclays, Rbs, Allianz, Bnp Paribas, Axa, Hsbc, Generali, Allianz, Unicredit e Credit Agricole. Dal rapporto emerge un significativo coinvolgimento di queste istituzioni finanziarie nella speculazione nel settore alimentare e il finanziamento, diretto o indiretto, dell’esproprio di terreni. Per questo gli ambientalisti e le organizzazioni internazionali chiedono una rigorosa regolamentazione per tenere a freno queste attività definite “distruttive”.

In particolare, gli attori più significativamente coinvolti nel commercio delle materie prime agricole e altri derivati sono: Deutsche Bank, Barclays, il fondo pensionistico olandese Abp, il gruppo Allianz e Bnp Paribas. Molte istituzioni finanziarie sono coinvolte nel finanziamento di imprese agroalimentari di grandi dimensioni le cui attività comportano l’acquisto o la locazione dei terreni. Tra queste troviamo: i fondi pensione olandesi Abp, Hsbc, Rbs, l’italiana Unicredit, Axa e Credit Agricole.

Banche europee e assicurazioni sono direttamente coinvolte nell’acquisto di terreni agricoli. La tedesca Allianz detiene un quarto del fondo che investe in terreni agricoli bulgari; Deutsche Bank ha investito in un fondo che acquista un terreno agricolo brasiliano e in Italia il Gruppo Assicurazioni Generali ha una controllata che ha acquistato terreni in Romania. Dice Daniel Pentzlin, di Amici della Terra Europa, ”la speculazione alimentare e il finanziamento per l’esproprio di terreni, porta, a livello mondiale, ad una instabilità catastrofica dei prezzi alimentari

Al settore serve una regolamentazione rigida per proteggere i più poveri della societa’. Per Friends of the Earth Europe, le nuove regole proposte dalla CE per migliorare la trasparenza nei mercati derivati sulle materie prime vanno nella giusta direzione, ma, aggiunge la federazione, ”devono essere affrontate alcune carenze”. In questo senso, conclude Pentzlin, ”il 2012 offre all’Europa l’opportunità di porre fine al danno ambientale e sociale svolto dai mercati finanziari. I politici devono intervenire per mettere fine ad una speculazione eccessiva e dannosa”.

Ma fosse solo questo! Sono molti altri i fronti su cui le banche lasciano a desiderare sul piano etico.
Calano le esportazioni di armi italiane nel mondo
, ma triplicano i guadagni delle “banche armate” – gli istituti che forniscono servizi di appoggio alle industrie armiere –, che nel corso del 2010 hanno incassato compensi di intermediazione per 95 milioni di euro, contro i 36 dell’anno precedente. E in parte si modifica la classifica delle banche più “armate” d’Italia: per quanto riguarda le operazioni di esportazione, scompare dai primi posti il gruppo UBI – che lo scorso anno aveva raggiunto la vetta –, invece sale UniCredit, che gestisce anche i due terzi dei movimenti per i «programmi intergovernativi» (ovvero i progetti internazionali di riarmo), conquistando così – se si sommano i due importi – i galloni di prima banca armata italiana. Sono i dati che emergono dall’intera Relazione sull’export di armi che il governo ha reso pubblici lo scorso 17 maggio, con quasi due mesi di ritardo rispetto a quanto previsto dalla legge (dati che in parte aveva anticipato, nei giorni scorsi, Unimondo)

 

Esportazioni: le banche

estere ai primi posti

 

Per quanto riguarda le esportazioni, gli istituti che hanno movimentato il maggior numero di soldi per conto delle industrie italiane sono due banche estere: Bnp Paribas con 862 milioni di euro  e Deutsche Bank, con poco meno di 836 milioni di euro. Insieme gestiscono quasi il 60% dell’intero volume di movimenti di esportazione, pari a 3 miliardi di euro. «Al di là delle cifre – commenta Giorgio Beretta, caporedattore di Unimondo ed esperto del settore – ciò che solleva più di un interrogativo è la sostanziale mancanza da parte delle due banche di specifiche direttive in materia di servizi all’industria militare e all’esportazione di armamenti. Mentre la quasi totalità degli istituti di credito italiani, a seguito di puntuali domande di trasparenza sollevate da diverse campagne di pressione animate in particolare dalle riviste Missione OggiMosaico di pace e Nigrizia, già da vari anni ha messo in atto precise direttive per definire e limitare la propria partecipazione nel finanziamento e nell’offerta di servizi all’industria militare, Bnp Paribas e Deutsche Bank paiono mostrare scarsa attenzione al tema».

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Autore: Redazione » Articoli 676 | Commenti: 311

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