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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 18110 volte 19 marzo 2012

Perchè la “sedicente sinistra” è a favore della Globalizzazione

Alle radici dell’infondata posizione a favore della Globalizzazione della sedicente “sinistra”, ovvero lo sconosciuto dottor Marx

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Internazionale


karl Marx

Di Vittorangelo Orati

Se non fosse per quello che dirò più innanzi potrei avanzare il sospetto che fuori dall’area della “sinistra” (ormai solo in senso lombrosiano) italiana si sappia più dell’eredità intellettuale  di Marx  di quelli che ormai sono i malridotti cascami di una passata stagione culturale di ben altro profilo. E che si taccia per calcolato tornaconto. Passata stagione quella anzidetta  che però in tema di economia politica ha avuto a partire da Gramsci un enorme deficit culturale dovendo cooptare in seno al nostrano  movimento di ispirazione marxista  studiosi di formazione borghese “progressista” ma pur sempre espressione della scienza economica canonizzata nell’ Occidente capitalistico. Cultura quest’ultima che in alternativa alla santificazione meramente formale dei  testi dei fondatori del “socialismo scientifico” ritenuti sacri e quindi intoccabbili ha necessariamente contaminato persino gli economisti del blocco sovietico che sono stati costretti  così ad alimentare il fallimento annunciato del “socialismo reale”, avendo basato le sorti della pianificazione economica  sul mortifero impianto walrasiano dell’ “Equilibrio Economico Generale”. Impianto  che persino il suo più grande ammiratore,  Joseph Alois  Schumpeter,  ha ritenuto idoneo a rappresentare  solo un irrilevante sistema economico in equilibrio statico stazionario e perciò incapace di dar conto di una economia con surplus e dinamica.[1]

 Ma il sospetto che da qualche parte ci sia culturalmente  più del niente che ormai impera come “pensiero unico” e quindi come non pensiero è un mero artifizio retorico cui sono ricorso per stigmatizzare la lobotomia autoinflittasi da parte degli indegni  rappresentanti della tradizione marxista. Cui non fanno eccezione i sedicenti “duri e puri” veri calcolatori elettorali della rendita connessa al sentimento di “nostalgia”, variante laica del bisogno antropologico di religione e dogmatiche certezze.

 

 Val la pena rammentare la seguente, e per certi versi denuncia paradossale denuncia – ma proprio per questo ancor più significativa- da parte dell’universalmente riconosciuto sistematizzatore dell’epistemologia della scienza economica neoclassica[i], del “gran danno….arrecato, non soltanto alla cultura storica e speculativa, ma anche alla nostra veduta pratica, questa insofferenza verso il nostro passato intellettuale – questo provincialismo nel tempo – divenuto così caratteristico nel nostro ramo particolare degli studi sociali”, risale al lontano 1951[ii].

Oltre mezzo secolo dopo,  l’ignoranza storica denunciata da Lionell Robbins è dilagante; fino al punto da non alimentare dubbio alcuno sul ritorno ( regresso ) della dismal science ufficiale alla settecentesca fede smithiana nei miracoli della “mano invisibile” e nella metafisica dell’ordre naturelle. Vero scandalo epistemologico, che fa della scienza economica l’unica scienza che si fonda sull’edificante principio del “non intervento” sul suo proprio oggetto, al fine specifico di assicurare il raggiungimento della massima armonia possibile del mondo economico. Insomma il libero gioco delle forze che animano il capitalismo sarebbe tale da escludere la concepibilità stessa di patologie economiche tali da richiedere interventi altri dal “libero mercato” nel dispiegarsi della logica del laizzez-faire, laissez-passer!

Non sono certamente solo e soltanto gli esiti dello scientismo neopositivista, del disarmante post-modernismo, alla radice della progressiva riduzione della storia ad archeologia. Cosa altro se non la vecchia lotta per il potere e gli interessi di classe contrapposti sta dietro al “revisionismo storico”? Non si pretende con quest’ultimo di andare più in profondità nella storiografia per legittimare la contemporanea deriva autoritaria del tardo capitalismo e della degenerazione antidemocratica della “democrazia”?

Perché dunque non si rimanda niente meno che a Marx da parte dei “pugilatori a pagamento” e degli ideologi della globalizzazione lì dove si decantano “scientificamente” le virtù del libero scambio versus il protezionismo?

Marx prese infatti parte al grand débat ed alla sottesa lotta sociale e politica che segnò in Inghilterra l’arco di tempo che va dal 1839 (anno di nascita della Anti-Corn-Law League) al maggio del 1846 (anno in cui il Gabinetto Peel portò all’approvazione dell’abbattimento delle leggi protettive sulle derrate alimentari), optando a favore del libero scambio contro il sistema protezionista[iii].

Se dunque, come nel caso del “revisionismo storico”, non è escluso il sospetto appello alla storia pur in un clima culturale profondamente astorico ed antistorico, cosa vi sia d’altro oltre al “provincialismo nel tempo” a far sì che il Marx liberoscambista non sia citato tra i mentori della globalizzazione è qui intenzione d’indagare.

Ciò, come si vedrà, va ben oltre la mera curiosità storiografica, implicando l’argomento rilevanti considerazioni su questioni falsamente decretate come concluse in sede di storia dell’analisi economica “ufficiale”, con i relativi riflessi sulla presente fase del capitalismo nell’era della globalizzazione.

 

 

Marx, Ricardo e le conseguenze del Commercio internazionale.

 

In realtà rispetto al suo programma di ricerca enunciato nella Prefazione (e nella Introduzione del 1857) a Per la critica dell’Economia Politica del 1859, Marx non è mai giunto alla trattazione dei temi del commercio estero e del mercato mondiale[iv].

Anche l’esame sistematico del centralissimo argomento della crisi – che Marx intuisce come strettamente legato a quello del commercio internazionale – ha subito lo stesso destino. Ma tale circostanza non può e non deve autorizzare a pensare che gli studi economici di Marx non implicassero l’attento esame dell’intero panorama della letteratura e della teoria economica tout court. Sicché abbondanti, informatissimi e spesso originali sono i suoi excursus pur sui temi di quei capitoli mancanti del suo complessivo piano trattatistico più su accennati.

Tra i commentatori del pensiero marxiano, persino tra quanti optano per la famosa, e infondata[v], distinzione tra un “Marx giovane” ed un “Marx maturo”, intendendo per quest’ultimo un Marx “scienziato”(dell’economia) in contrapposizione ad un Marx ancora preda di ardori “filosofici” giovanili, lo spartiacque sarebbe il 1845-46, epoca nella quale il Nostro, insieme con Engels, redasse “L’ideologia tedesca”.

Quindi l’opzione in favore del libero scambio in contrapposizione al sistema protezionista, contenuto nel suo Discorso sulla questione del libero scambio del 9 gennaio 1848, da parte di Marx non lascia adito a dubbio alcuno circa la sua adesione ai principi ricardiani che la sottendono[vi]. Di più: in base al più generale lascito teorico di Ricardo, esplicitamente citato, Marx mostra attraverso lo stesso Ricardo come sulla base del libero scambio lo sviluppo del commercio internazionale nella sua forma dispiegata (alias la tendenziale “globalizzazione” capitalistica) per il fatto di comportare una più razionale divisione del lavoro a livello internazionale, ovvero un aumento della produttività del lavoro stesso, anche in agricoltura, – del tutto equivalente a quello ottenibile con una innovazione tecnologica nel settore dei beni salario – si risolva in un minor livello del valore di riproduzione della forza lavoro, cioè con un salario di equilibrio (a livello di sussistenza) minore. Aggiungendo da parte sua, lasciandone indimostrata la causa, ciò che in Ricardo è irrintracciabile ed indeducibile: lo sviluppo ineguale su scala internazionale. Dove si realizzerebbe la possibilità che l’arricchimento di un paese possa avvenire a spese di un altro[vii]. Circostanza quest’ultima che Marx non potrà mai dimostrare per le note difficoltà legate al “problema della trasformazione dei valori in prezzi”, che non gli permetteranno di pervenire ad un modello di equilibrio sia statico che, a fortiori, dinamico, con almeno due merci. La qual cosa nel caso di specie lo vedrà lasciare, a solo livello di enunciato, lungo tutta la sua opera, la difesa del credo mercantilista in materia[viii].

Ma lasciando da parte i deficit teorici accennati, lo scritto di Marx in materia di libero scambio è di estremo interesse se riguardato dal punto di vista dell’attuale dibattito (?) sulla Globalizzazione.

Esso infatti mostra e sfata una invarianza tra la propaganda dell’epoca a favore del libero scambio e quanto si ripropone tal quel ai giorni nostri da parte dei  sostenitori delle virtù della Globalizzazione stessa: la presunta convenienza per i percettori di salario (lavoro dipendente) nel beneficiare della divisione internazionale del lavoro. Convenienza legata alla diminuzione dei prezzi delle derrate alimentari che rientrano tra i “beni salario”. Infatti la indiscussa tendenza della Globalizzazione ad adeguare verso il basso i salari a livello internazionale, insieme allo smantellamento progressivo del Welfare e la crescente precarizzazione del lavoro in nome della “flessibilità” – che sarebbe imposta dalla Globalizzazione stessa, come se questa fosse una legge di natura ormai così concepita dalle stesse forze politiche sedicenti di “sinistra” (sempre più sinistre in tal senso) – confermano la diagnosi del Marx ricardiano che stiamo considerando.

Il ragionamento cui si affida quest’ultimo è di una linearità e di una semplicità sorprendenti e si fonda su quello stesso Ricardo tenuto in auge solo per la metà che conviene ai corifei sostenitori del libero scambio di ogni tempo e luogo. Se si tiene conto che in Ricardo il salario si sostanzia in solo grano e che nulla cambia se al posto di quest’ultimo, nel passo qui di seguito riportato da Marx, si sostituisce il più vario paniere dei beni salario, quello che viene ricordato è che la forza lavoro è una merce che come tale capitalisticamente viene prodotta al suo livello di riproduzione ( il minor costo concepibile, dettato dal mercato):

 

“Se invece di raccogliere il grano in casa nostra…..scoprissimo un nuovo mercato ove potessimo procurarci questo prodotto a migliore prezzo, in tal caso i salari dovrebbero diminuire e i profitti aumentare… La diminuzione del prezzo dei prodotti agricoli riduce non solo i salari dei lavoratori occupati nell’agricoltura, ma anche quelli di tutti coloro che lavorano nell’industria e nel commercio.”[ix]

 

Va subito detto che per accettare questo ordine di considerazioni non si deve necessariamente condividere la teoria ricardiana del commercio internazionale basata sul principio dei costi comparati. L’ipotesi da cui muove il ragionamento è infatti quello che presuppone l’apertura di un mercato interno a merci prodotte a prezzi minori all’estero. Il che è perfettamente compatibile con la teoria da noi proposta, che ascrive un tale meccanismo alla conseguenza di una innovazione in un paese straniero che abbassi il prezzo di una merce prodotta più onerosamente a livello interno.

 Su cosa si basi lo smascheramento cui Marx sottopone la sbandierata propaganda dei liberscambisti del suo tempo e del nostro è quindi evidente: essi trattano i lavoratori come puri consumatori occultandone il loro ruolo di produttori e percettori di reddito ridotti a merce:

 

“Questa legge del lavoro-merce, del minimo del salario, si verificherà a misura che il presupposto degli economisti, il libero scambio, sarà divenuto una realtà, un’attualità. Così, delle due possibilità l’una: o è necessario rinnegare tutta l’Economia Politica basata sul presupposto del libero scambio, ovvero bisogna convenire che in regime di libero scambio gli operai saranno colpiti da tutto il rigore delle leggi economiche.”[x]

 

Se a tale convincimento si aggiunge la condivisione del credo mercantilista per cui, secondo Marx “i liberoscambisti non possono comprendere come un paese possa arricchirsi a spese di un altro”[xi], resta da chiedersi cosa significhi per lui il rifiuto del protezionismo a favore del libero scambio.

La spiegazione sta nel fatto che nella circostanza il “filosofo rivoluzionario” consapevolmente prevale sullo “scienziato”:

 

“non crediate signori, che facendo la critica della libertà commerciale abbiamo l’intenzione di difendere il sistema protezionista. Si può essere nemici del regime costituzionale senza essere per questo amici dell’assolutismo.”[xii]

 

Pur perfettamente convinto degli argomenti a favore della protezione dell’infant industry per promuovere lo sviluppo capitalistico in un paese dove la borghesia deve abbattere i residui feudali e l’assolutismo dei governi promuovendo la libera concorrenza all’interno di realtà in ritardo sulla via dell’industrializzazione[xiii], Marx conclude che:

 

 

 

 “in generale ai nostri giorni il sistema protezionista è conservatore, mentre il sistema del libero scambio è distruttivo. Esso dissolve le antiche nazionalità e spinge all’estremo l’antagonismo fra la borghesia e il proletariato. In una parola, il sistema della libertà di commercio affretta la rivoluzione sociale. È solamente in questo senso rivoluzionario, signori, che io voto in favore del libero scambio.”[xiv]

 

Di lì a qualche giorno dal Discorso sulla questione del libero scambio, tenuto a Bruxelles il 9 gennaio del 1948, nel febbraio dello stesso anno veniva pubblicato il Manifesto del Partito Comunista.

Siamo ora in grado di capire come nonostante l’ampia disponibilità di esperti prêt à porter, i fautori e supporter della Globalizzazione non possono vantare tra i loro mentori scientifici Karl Marx. Nel mentre è tragicamente chiaro come il “provincialismo nel tempo” affligga i “movimenti” ( per altro sgonfiatisi) che si oppongono al W.T.O. ,al I.M.F. ed alla World Bank ed all’impero della “guerra preventiva” sul piano militare, risultando già vinta quella del “pensiero unico”!

Anche il concetto di “pensiero unico” scaturito dal milieu intellettuale del movimento antiglobalizzazione, denuncia uno sconcertante “provincialismo nel tempo”. In tutta la letteratura che si informa a tale espressione non ci siamo mai imbattuti infatti nel riconoscimento del debito verso il Marcuse de L’uomo ad una dimensione ove, con straordinaria perspicacia scientifica, si traccia il de te fabula narratur della straordinaria e peculiare barbarie del mondo attuale.

 

Concludiamo quindi cancellando un eventuale peregrino sospetto: da Berlinguer ( che non si capisce a cosa debba la mistica che lo circonda tra i rimbambiti PDuisti che frequentano le ultime e sopravvissute “case del popolo”) a Walterino o al “mago della concorrenza” Bersani, Per non dire del rivoluzionario Bertinotti ( che pur di non lasciare lo scranno della presidenza della Camera, i cui benefits non intende mollare, pur suggerì una “Grosse Koalition” con Berlusconi)  e dei suoi eredi, chi mai avrebbe il coraggio di supporre  che il favore con cui  tale genia di residuati del più bieco opportunismo politico guarda al libero scambio e alla “globalizzazione” sia il frutto di una filosofia della rivoluzione  sociale fondata su strategie tese ad accellerarne l’avvento? Una volta si sarebbe detto “ai posteri l’ardua sentenza”, ora non è più possibile,  in quanto il pensiero unico annulla storicamente lo stesso concetto di posterità, e il giudizio è contemporaneo al misfatto: per chi è ancora in grado di leggere  il senso della storia al di là dei suoi camuffamenti da incubo.




[1] Vedi V. Orati, Il ciclo monofase. Saggio sugli esiti aporetici della “dinamica” di J.A.Schumpeter, Liguori, Napoli, 1988




[i] C. Napoleoni, Il pensiero economico del 900, Einaudi, Torino, 1963, pp. 35-39.

[ii] L. Robbins, The Theory of Economic Policy, in English Classical Political Economy, MacMillan, London, 1953; tr. it., La teoria della Politica Economica nell’Economia Politica classica inglese, UTET, Torino, 1956, pp. 1-2.

[iii] K. Marx, Discorso sulla questione del libero scambio, in Marx-Engels, Opere Complete, Editori Riuniti , Roma , 1973  vol. VI, pp. 469-483. Gli avvenimenti legati al trionfo delle tesi manchesteriane della Anti-Corn-Law League ed alle conseguenti decisioni a favore del libero scambio da parte del Gabinetto Peel nel 1846 e del Gabinetto Gladestone nel 1849 e 1859, sono riportati in ogni serio libro di storia economica. Tra questi vedi, G. Luzzatto, Storia Economica, parte seconda, CEDAM, Padova, 1952, Cap. IX, pp. 279-285; J. Leosourd – C. Gerard, Histoire Economique: XIX et XX siècle, Librairie, A. Colin, Paris, 1963; tr. it., ISEDI, Milano, 1973, pp. 290-292; A. Birnie, An Economic History of Europe 1760-1939, Methuen, London, 1966, pp. 69-72. 

[iv] K. Marx, Zur Kritik der Politischen Ökonomie; tr. it., Editori Riuniti, Roma, 1957, p. 3. Nell’Introduzione a quest’opera del 1857, nel più dettagliato programma di ricerca Marx pone all’ultimo stadio (il quinto) insieme il “mercato mondiale e le crisi”. Vedi p. 197 tr. it. cit..

[v] Il discrimine che rivelerebbe il “Marx scienziato” non più “filosofo” (non scienziato!) risulterebbe nell’abbandono da parte del primo di ogni riferimento alla grandezza concettuale dell’alienazione di ascendenza hegeliana a partire da “L’ideologia tedesca” del 1845-46. In V. Orati, Alienazione e sottosviluppo, Monthly Review, ed. it., n. 2, 1982, pp. 34-40, si dimostra l’infondatezza sia di una tale distinzione sia il ricorso da parte di Marx al concetto di una sorta di “alienazione coloniale”, del tutto coerente con il più generale concetto marxiano di alienazione, nella corrispondenza da Londra che Marx scrisse per il New York Daily Tribune negli anni ’50 del XIX secolo.

[vi] Che Marx nel 1848 avesse letto ed assimilato la letteratura economica in guisa da legittimarne l’opera di economista a tutto tondo, non è messa in dubbio da alcuno studioso. Per una più attenta valutazione del tragitto e del merito della sua formazione come “economista” si rimanda all’aureo lavoro di E. Mandel, La formation de la pensée économique de Karl Marx de 1843 jusqu’à la rédaction du “Capital”. Etude Genetique, Maspero, Paris, 1967; tr. it., Laterza, Bari, 1969. Per una più generale trattazione del tema scienza/filosofia in Marx, si rimanda ai tre volumi Issues in Marxist Philosophy, (J. Mepham & D.H. Ruben, editors), The Havester Press, Brighton, Sussex, 1979. Ciò che toglie ogni dubbio circa l’adesione di Marx al teorema ricardiano dei costi comparati pur in sede di stesura dei suoi lavori sul Capitale, è testimoniato in un passo del brogliaccio che avrebbe dovuto costituire il quarto volume de Il Capitale.

Dove Marx sembra riconoscere che il suddetto teorema crea “modificazioni essenziali” alla “legge del valore”. Riferendosi alla teoria ricardiana posta a base del commercio internazionale Marx scrive infatti:

“ La legge del valore subisce qui modificazioni essenziali. Ovvero, le giornate lavorate di paesi differenti possono stare tra loro come all’interno di un paese il lavoro qualificato, il lavoro complicato sta al lavoro non qualificato, semplice. In questo caso il paese più ricco sfrutta quello più povero anche se quest’ultimo con lo scambio guadagna come ha spiegato J.S. Mill nelle sue Some unsettled questions etc….”. K. Marx, Therien Über den Mehrwert (versione Kautsky); tr. it., Storia delle teorie economiche, Einaudi, Torino, 1958, vol. II, p. 253 (corsivo nostro).

Inoltre dal riferimento a J.S. Mill si comprende come Marx non vada oltre la constatazione che quanto più i terms of trade sul mercato internazionale siano prossimi ai termini di scambio di uno dei paesi scambisti tanto più ne guadagni l’altro. Circostanza questa che oltre a ridursi al puro maggior enjoyment ricardiano, è del tutto insufficiente, come sappiamo, a cogliere la causa vera che sta alla base dell’arricchirsi a spese di un altro (beggar my neihgbour) negli scambi internazionali. Il testo di J.S. Mill cui Marx allude non illustra infatti altro se non la conseguenza del variare dei terms of trade internazionali tra i due estremi di questi ultimi, rappresentati dai termini di scambio interni in due paesi scambisti prima della loro apertura reciproca agli scambi sempre e solo sul piano del “guadagno” in termini di potere di acquisto interno nei termini propri di Ricardo e del suo teorema dei costi comparati. Cfr., J.S. Mill, Essays on some unsettled questions of political economy; tr. it., ISEDI, Milano, 1976, pp. 10-16. 

[vii] K. Marx, Discorso sulla questione del libero scambio, in K. Marx – F. Engels, Opere Complete, op. cit., pp. 469-482.

[viii] Nella raccolta di scritti di Marx (ed Engels) su “La crisi” (Le crise) curata da R. Dangeville, Union Générale d’Editions, Paris, 1978, il nesso tra crisi, commercio mondiale e moneta, ancorché trattato fuori da ogni intento sistematico, testimonia una costante riproposizione da parte di Marx dell’infondatezza della bolla antimercantilista emessa dalla teoria economica ufficiale. Per quanto riguarda più specificamente la posizione di Marx sulle questioni riguardanti la teoria monetaria in chiave “antiquantitativista” vedi, S. De Brunhoff, La monnai chez Marx, Editions Sociales, Paris, 1973, e V. Orati, Il (corto) circuito. Una moneta per l’economia, ISEDI, Torino, 1992. 

[ix] K. Marx, Discorso sulla questione del libero scambio, op. cit., p. 474. Il brano riportato di Ricardo si trova in D. Ricardo, On the Principle of Political Economy and Taxation, (P. Sraffa editor with the collaboration of M. Dobb), Cambridge University Press, 1951, p. 132; tr. it., UTET, Torino, 1965, p. 88. È appena il caso di rilevare come nell’ambito del marxismo dopo Marx, quantunque vario e balcanizzato, non si sia mai messo in dubbio il fondamento ricardiano della economia internazionale. Nel merito del brano di Ricardo riportato nel testo è da ricordare come le conclusioni del suo modello “a tutto grano” autorizzino ad estendere a tutto il sistema economico le relazioni che lì si stabiliscono tra salario, profitto ( e rendita ) .

[x] K. Marx, Discorso sulla questione del libero scambio, op. cit., p. 480.

[xi] ivi, p. 482.

[xii] Ibidem.

[xiii] Ibidem.

[xiv] Ibidem.

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Autore: Redazione » Articoli 663 | Commenti: 290

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