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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 22302 volte 12 novembre 2012

per il downgrading dell’Italia incriminate le agenzie di rating

Di Redazione  •  Inserito in: Asia, Europa, Nord America, Planisfero, Primo Piano

Dunque:  le agenzie di rating Standard&Poor’s e Fitch, attraverso i dirigenti preposti, hanno  messo in atto artifici, fornendo intenzionalmente ai mercati finanziari una informazione tendenzialmente distorta ed anche falsata riguardo all’affidabilità  dei titoli di Stato italiani ed alle iniziative di risanamento e di rilancio economico adottate dal nostro governo. Tutto questo al fine di disincentivare l’acquisto dei  titoli del debito pubblico italiano e deprezzare il loro valore.

Ad affermarlo è la Procura di Trani, che dopo una lunga indagine ha chiesto il  rinvio a giudizio l’intero staff  londinese di vertice di Standard&Poor’s,  responsabile del “sovereign rating”, a cominciare da Deven Sharma, presidente sino all’agosto del  2011 ed a Yann Le Pallec, managing director della sede londinese della società americana, e d includendo nell’accusa Eileen Zhang, direttore associato per il rating sovrano, e Franklin Crawford Gill, senior director  per il rating sovrano dei Paesi europei , anch’essi della sede londinese.

Completano l’elenco Moritz Kraemer, managing director dell’European soverign rating della Standard&Poor’s di Francoforte nonché, per quanto riguarda l’altra Agenzia di rating incriminata, cioè la Fitch, Michael Wilmoth Riley, capo per il rating sovrano della sede di Londra ed Alessandro Settepiani, senior director della sede milanese della Fitch.

Dunque: se le accuse del magistrato di Trani risultassero vere, il “complotto” contro i titoli del debito pubblico italiano sarebbe partito da Londra.

Naturalmente la Standard&Poors respinge indignata le accuse, definendole “totalmente infondate”. E nel suo comunicato non v’è alcuna rituale affermazione di “fiducia nella magistratura” con cui di  solito gli accusati commentano il rinvio a giudizio; al contrario, sembra quasi di cogliere un arrogante tono di sfida: “continueremo a svolgere il nostro compito senza alcun timore, e a difendere le nostre azioni, la nostra reputazione, e quella delle nostre persone”, vi si afferma infatti.

Per la verità la reputazione delle società di rating di questi tempi abbisogna indubbiamente di una forte difesa, dopo la nutrita serie di clamorosi errori di valutazione in cui  esse sono incappate in questi ultimi anni.  Basti ricordare i casi, negli Stati Uniti, della Enron, di Global Crossing, di WorldCom, per non parlare dell’”infortunio” sui mutui “subprime” e di Lemhan Brother, che godeva della tripla “A” fino ad un attimo prima del collasso. E poi ancora, in Francia il caso della Vivendi, ed in Italia quello della Parmalat.

Se poi andiamo a guardare i giudizi sui debiti sovrani,  Standard&Poor’s, così come le altre Agenzie americane di rating continua ad assegnare una immutabile tripla “A” ai titoli del Tesoro degli Stati Uniti, che continuano da decenni ad accumulare debito con l’estero, ed il cui disavanzo sta per superare il limite massimo fissato per legge, col rischio incombente di un blocco di tutti i pagamenti pubblici se quel limite non verrà rapidamente innalzato.

Per contro il “downrating” del debito pubblico italiano è giunto c on sorprendente rapidità, quando ancora a Roma era in corso il Consiglio dei ministri che stava deliberando forti misure contro il disavanzo pubblico, che entro un anno sarà azzerato.

Nel suo comunicato inoltre Standard&Poor’s afferma :”Il nostro ruolo è di fornire opinioni indipendenti sul mercato di credito secondo le nostre metodologie pubbliche e trasparenti”. Ed anche questa affermazione è quantomeno discutibile. Le metodologie di analisi applicate dalle società di rating infatti non sono affatto “pubbliche e trasparenti”, come sottolinea Enea Franza nel suo articolo “che ne facciamo dei rating a quattro anni dal crack finanziario?”sul numero in stampa de  “la Finanza” già disponibile su “lafinanzasulweb”.

Ma perché mai da Londra dovrebbe essere partito un “complotto” contro i titoli di Stato italiani?

Noi  ci guardiamo bene dallo scadere nel “complottismo” e ci atteniamo ai fatti, anche se bisognerebbe essere c echi per non vedere che “c’è del marcio” nella speculazione globale e nelle strategie delle politiche internazionali.

I fatti dicono, inoltre, che Standard&Poor’s, Mody’s e Fitch attraverso membri dei loro Consigli hanno partecipazioni dirette nelle grandi banche d’investimento, in istituzioni finanziarie su scala globale come Black Rock (risparmio gestito, fondi comuni, sicav, ecc.) e persino in hedge funds, cioè nei  fondi comuni a carattere marcatamente speculativo.

A pensar male, come ricorda Andreotti, si fa peccato. Ma ci si azzecca.

 

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Autore: Redazione » Articoli 673 | Commenti: 289

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