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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 18205 volte 30 ottobre 2012

Note sparse sul “gabinetto” Monti (Armata Banca-Leone) e le “ideone” di Passera

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Europa, finanza italiana, Planisfero

Su  una cosa dovremmo essere grati ( si fa per dire) a Monti e ai suoi supporter internazionali e   nazionali. Specie quelli tra questi ultimi con storie che ne illustrano le loro “sinistre” parabole politiche:  dal Colle a ( per ultimo) l’ineffabile D’Alema . La gratitudine  di cui intendo parlare consiste nel chiarimento definitivo ( per i più )  della natura profondamente reazionaria della filosofia economica  che sta dietro quella impresentabile  sedicente teoria dell’ “austerità espansiva” che ispira  il “gabinetto” montiano, e  la natura evidentemente  altrettanto reazionaria e antipopolare di quanti di tale “gabinetto” condividono ( quando non l’hanno addirittura imposto)  l’operare.   Teoria quella dell’“austerità espansiva”per cui sarà consegnato ad eterna memoria il suo esimio “formulatore” ( trattasi  in realtà di pura etichettatura a stupidità ben altrove partorita),  l’Alesina da Harvard,   cui non è mancato come in tutte le “religioni” confezionate come sottoprodotto di quella “di mercato” un adeguato apostolo, il bocconiano Giavazzi.  La cooptazione tecnica del quale   nel “gabinetto” Monti risultando bastevole a connotare tale “gabinetto” quanto ad ascendenze dottrinali e orientamento politico.

 Poiché per quanto afflitte da miseria scientifica ( come quella della “austerità espansiva”) le “teorie”  richiedono pur sempre una interpretazione, “interpretazione” che   come viene insegnato  dai rappresentati del “pensiero debole” ( che solo per tale parto teorico dovrebbero rinunciare a pensare e a essere  professionalmente retribuiti )  sotto l’egida dell’ermeneutica,  è per sua natura opinabile, in questa sede  non ci lasceremo  possibili code  argomentative facendo parlare un indubitabile  fatto. Anche se apparteniamo alla corrente di pensiero che solo in rarissimi  casi ritiene vi siano fatti epistemologicamente scevri da  sottese valenze “ideologiche” cionondimeno riteniamo che vi siano ambiti  per così dire galileiani ove i fatti sono incontrovertibilmente tali  e a prova di ogni possibile confutazione. 

Ebbene il “fatto” consiste nella semplice constatazione  ( per tabulas) delle “conseguenze economiche del gabinetto Monti” sulla parte più povera degli italiani,  alla luce delle proposte misure riguardanti l’alleggerimento della pressione fiscale con l’abbassamento di un punto delle prime  due classi di reddito soggette a Irpef e l’aumento  più contenuto di un solo punto  invece  di quello paventato di due punti dell’Iva.  Ammesso e assolutamente non concesso che per quanti soggetti  a Irpef e quindi  direttamente  interessati da tale misura vi sia un qualche sollievo in termini di pressione  fiscale  ( ormai i calcoli fatti dalle più diverse parti sono inoppugnabili nel negarlo ) ciò che risulta  inconfutabile è  il peggioramento e l’avvitamento ulteriore nella miseria di quei nostri concittadini la cui povertà (  la dicono “incapienza” per esorcizzare e mascherare  il fenomeno e contemporaneamente  disinformare ) li esenta dalla dichiarazione dei redditi.

Questi si beccherebbero in modo definitoriamente  inevadibile l’inflazione e quindi il costo della vita   necessariamente indotta dall’aumento del predetto aumento della tassazione indiretta, senza , altrettanto per definizione,  ricevere  alcun beneficio sul piano della tassazione dei redditi delle persone  fisiche, tra le quali essi ex lege non sono neanche fiscalmente  ritenuti tra i viventi .

Fossero pure alcune miglia si tratterebbe di una logica di un cinismo degno dei  seguaci dei tea party o di una sorta di neo eugenetica censitaria , ma gli “incapienti” o per meglio dire i morituri per fame sono alcuni milioni. E sull’aumento del loro numero  vede e provvede la “teoria” (?) dell’ ”austerità espansiva” che abbiamo visto alligna anche simbolicamente via Giavazzi  nel “gabinetto” Monti  ( ci si perdonino le ripetizioni, ma tra i sinonimi di “governo” quello che si impone ai nostri occhi per la sua ricchezza evocativa è appunto quello di “gabinetto” ). “Religione” quella dell’”austerità espansiva” per il semplice motivo che – come abbiamo già mostrato qualche tempo addietro -   questa deve far ricorso all’idea di miracolo per quanti sulla soglia della morte ( almeno in senso  civile) dovrebbero  prima  “defungere” per poi beneficiare della promessa “espansione” ( nel caso di spazi in paradiso?)  che dovrebbero attendersi i sopravvissuti mortali ma non già  morituri come  gli “incapienti”. Come non  considerare circa la platea di questa non proprio “allegra brigata” l’espansione ( questa si) del loro numero per l’aumento quotidiano del numero  di chi perde il lavoro in una recessione  che resta senza alternative fin quando non ci libereremo dal  luciferino combinato disposto degli incompetenti/corrotti? Corrotti risultando  non solo quelli  che materialmente rubano ma anche,  se non più,  quelli che si danno o si fan dare –“legittimamente” ci dicono,  dimenticando di aggiungere che la legittimazione se la danno da soli,  avendo nelle mani il potere – “stipendi”  e/o benefit  e liquidazioni   di entità astronomica per “mandare avanti” ( in realtà alla luce dei fatti, più per mandare indietro e non solo in termini di Pil ma di neoschiavistiche forme di lavoro mascherate da esigenze di “flessibilità” ) il  fu  “Bel Paese”. Circa la “competenza” un altro fatto indubitabile,  sgorgato dall’humus di questi fior fiore  di “tecnici” ed economisti(ci) della compagine montiana. Una “perla”  che farebbe bocciare( con   compreso suggerimento  a cambiare ”mestiere” ) uno studente del primo anno della pur derelitta  università-azienda in mano ai maleodoranti  effluvi  del ministro Profumo,  solo ultimo di tale “Armata Banca- Leone” ( solo le  beneficiate banche -  dal cui  danaroso milieu vien fuori il professor Monti – nell’attuale panorama la fan da “leoni” sulle misere spoglie del resto dell’economia)  che confonde,  in prese di posizione ufficiali,  l’elementare concetto di produttività con quello di produzione. Altri infatti ( tra questi  in materia trionfa il sottosegratorio  Polillo officiante  dalla TV di Stato,  ospite semicostante  del  sempre grato ex studente LUISS  Giovanni Floris cui  si deve  anche il “lancio” massmediale della “qualificatissima”(?) economista  montezemoliana,  il cui imbarazzo  e sostanziale afasia dinanzi a domande nella sua materia   sono  pari a quelli del tutto   presumibili della  “impegnatissima” croziana Giulia-Sofia  ) prima del maleodorante – per il manifesto favore con cui  ha legiferato per i suoi colleghi gerontorettori – Profumo hanno indicato come rimedio al declino ininterrotto  (da un paio di  decenni almeno)    italiano in termini di produttività l’esigenza di “aumentare la durata della giornata lavorativa” ( degli insegnanti nella scuola,  nel caso specifico dell’olezzante Ministro). Senza innovazione tecnologica e quindi aumento degli investimenti (  aumento del rapporto capitale/lavoro ) l’aumento del tempo di lavoro può condurre a un aumento di produzione ( entro certi limiti,  oltre i quali si ha “disoccupazione nascosta”),  ma ciò fa a parità di produttività. Per aversi aumento di produttività occorre che si abbia  aumento di produzione ( output) nella medesima unità di tempo di lavoro  ovvero  che, sempre fatta salva quest’ultima qualificazione,   si produca una data quantità ( output) a un costo inferiore. A parte  l’ ignoranza conclamata, in questa “visione” delle cose,  resta confermato il giudizio sull’orientamento reazionario del gabinetto montiano che  palesemente ricorre alla barbarie del primo capitalismo (  nel periodo del  suo dominio “formale”)  nella misura in cui  fa propria la “filosofia” dello sfruttamento (“ plusvalore” ) assoluto: aumento del tempo di lavoro e/o diminuzione del salario monetario. Risultando allo stesso Marx  “progressivo” solo  il capitalismo ( durante  il suo dominio “reale”)  una volta  pienamente dispiegato e retto dalla logica dello sfruttamento (“ plusvalore”) relativo , cioè  basato sull’accumulazione del capitale affidata agli investimenti innovativi con aumento del rapporto capitale/lavoro e quindi della produttività.

 Le gaffes della Fornero non si contano più,  e nessuno ha mai chiesto a questa ministra,  per esempio,  se la sua figliola docente universitaria,  come la mamma e il papà,  abbia mai avuto la necessità di esercitare il diritto  alla schizzignosità  in materia lavorativa, oppure se,  sempre la ministra,   talvolta  frequenti qualche libreria nella sua colta Torino. Qui avrebbe  avuto la ventura di imbattersi  in un testo,  come quello del sottoscritto in materia,   che dovrebbe farla vergognare quando  ella pontifica in materia pensionistica; ma di tali passatempi  libreschi nessuno del suo stesso “gabinetto”  sembra  condividere il dovere  professionale,   per non dire romanticamente,  la  auspicabile passione.

 Ed ora veniamo alle “ideone” di Passera,   espresse in un indimenticabile ( un po’ meno in verità della “lezione” di Tremonti  ad Anno Zero, del 10/3/2011,  che con irriconoscibili sgorbi  tra due assi  cartesiani  misuranti variabili indefinite e con ascissa  a un certo punto flettente (?)  riteneva di spiegare,  nel complice silenzio di Scalfari, del rifondaiuolo  Bertinotti e de Bortoli, la nascita della Globalizzazione e le cause finanziarie della attuale  crisi) e recente  intervista televisiva. Tutte queste “ideone”  sono  confluite in un unico e protestatissimo principio (?) di teoria economica: lo sviluppo economico visto come  mera conseguenza delle sue precondizioni. L’ascendenza lontana  di una tale posizione   è anche qui quella di un  reazionario  Non – Comunist Manifesto sottotitolo di The Stage of Economic Growth ( Cambridge University Press, London-New York, 1960)  opera di    una  ex “stella”dello MIT , W.W.Rostow.  I problemi  dell’economia italiana, in buona sostanza, per Corrado Passera  si  riassumerebbero nelle rigidità che  hanno impedito nel tempo al sistema economico di operare in modo efficiente: quindi  piuttosto che ricorrere a una politica economica  positivamente interventista,  ciò che andava fatto e verso cui Monti &co. mirano e concretamente tentano  di realizzare consiste  in  interventi ( in  negativo) per così dire   antinterventisti,  cioè  tesi a rimuovere i danni di un indebito  volontarismo economico che nel tempo avrebbe finito per ingessare  i sani meccanismi di mercato. Una volta  ripristinate le condizioni necessarie dello  sviluppo  queste  ipso facto risulterebbero  dunque anche sufficienti a  promuoverne la dinamica.  Di lì la usuale giaculatoria di misure ( “ideone”) a favore di  libera concorrenza, meritocrazia, rinnovamento generazionale versus la  gerontocrazia, incentivi fiscali per start up, innovazione, imprenditoria giovanile, taglia alla spesa pubblica “improduttiva” ( ignorando che in punto di “scienza economica” canonizzata non esiste possibile criterio discriminante tra lavoro produttivo/improduttivo) ecc.ecc. ( anche qui qualche puntata periodica in libreria non avrebbe fatto male, come nel caso della Fornero. Visto che “produttivo/improduttivo” è un discrimine essenziale non solo in termini pensionistici ma di forma e   sostanza dello sviluppo economico  e delle ricette atte a promuoverlo).

Presumibilmente a  Passera  &co.devono essere  ignoti gli stigmi rostowiani della propugnata filosofia  pro sviluppo economico e il fatto  non irrilevante  del suo clamoroso fallimento dinanzi al  problema  cui quella filosofia a suo tempo  intendeva venire a capo: il ritardo o sottosviluppo economico  di una grande  parte del mondo di allora. Problema che  intanto solo oggi  si dà  (del tutto infondatamente ) per risolto definitivamente, per il fatto che alla vecchia geografia economica  del  fenomeno sviluppo/sottosviluppo si è sostituita grazie alla Globalizzazione  il suo ribaltamento  a parti tendenzialmente invertite:   grazie alla deindustrializzazione  dei più  antichi  Paesi  ex industrializzati e ora in via di sottosviluppo  e l’industrializzazione  selvaggia   via delocalizzazione dalle ex Mecche del benessere verso gli ex Paesi sottosviluppati. Il tutto   nell’indifferenza di Monsieur le Capital che è a capo,  ora come sempre,   in modo profittevole e assolutamente voluto  di ogni “stadio” storico del capitalismo.

 

 Ci sono delle attenuanti  da “ingenuità” nel caso di Rostow, nonostante tutto, che non possono essere concesse a Passera  e agli altri economisti(ci) del “gabinetto” Monti,  che  mostrano di essere all’oscuro della sostanziale differenza tra  “cavalli che non bevono” in caso di crisi cicliche del capitalismo e assenza  assoluta di “cavalli”,  come si dà in un panorama precapitalistico come ( erratamente peraltro) ipotizzato nella  filosofia economica “étapiste”  stile Rostow.  In un caso ( Europa e Usa) cinquant’anni dopo Rostow  e  a quasi ottanta’anni dopo  Keynes ( per fermarci alla letteratura   non antisistema  e non demonizzata)  non si è compreso che  le precondizioni dello sviluppo piuttosto che mancare  in assoluto  ci sono  già,   ancorché siano in crisi  ciclica -  con la variante della delle dinamiche della Globalizzazione  - appunto sistemica  ( del sistema capitalistico sub speciae globale).  Per cui non ha alcun senso  promuovere il ristabilirsi delle suddette  pre-condizioni  di un take-off   in Occidente ( decollo) quando  il problema non è già il far decollare un aereo ma quello di arrestarne una progressiva perdita di quota se non una caduta disastrosa.  Ciò costituisce  l’equivalente dell’errore logico dell’ignoratio elenchi. Nel caso di Rostow l’errore,  non meno figlio di una visione naturalistico-contemplativa   e  sostanzialmente fatalistico-deterministica,   stava tutto  nel ritenere non capitalistico o precapitalistico ciò che più propriamente ha costituito  in una certa fase del capitalismo il fenomeno del sottosviluppo di alcune aree del mondo  come  altra faccia funzionale e quindi  sincronica dello sviluppo  di altre aree di quello stesso mondo.

Ma se la frequentazione delle  librerie   diventa un  pellegrinaggio lussuoso per un Ministro – che comunque non è a corto di missi dominici cui dare incarichi  per opportuni rifornimenti della mente –    che dire della sua memoria? Siccome non sarebbe male  e senza scandalo che le “ideone” di un Ministro o di un intero Ministero in italico contesto consistessero nella selezione e attuazione delle migliore idee che le istituzioni e le persone  a ciò  preposte  nei relativi gangli della Repubblica  sono chiamate a sviluppare, specie se di meritocrazia et similia  si fa un gran parlare da parte di una  presunta rivoluzione propiziata da un “gabinetto tecnico”, cosa pensare di un Passera  protagonista del seguente episodio? Ancora AD di Banca Intesa,    Passera ebbe a imbattersi durante la Seconda Edizione del Festival Internazionale del Lavoro nell’ ottobre 2010   in una dichiarazione  di un altro dei relatori  che annunciava  di delineare al terzo turno dei previsti interventi  una misura di politica economica a costo zero e in grado di far aumentare coeteris pari- bus di alcuni punti il Pil, favorendo – fuori da ogni fuorviante demagogia filofemminista e filo- giovanilista – donne e giovani. Il terzo turno di interventi venne  però annullato perché “ la pasta era cotta” e si doveva tutti andare a consumare il pranzo,  come richiede l’italico cerimoniale mangereccio-congressuale. Si trattava della formulazione ( già allora  da tempo pubblicata ) della teoria della W e Y efficiencies derivata con  radicali  revisioni dalla  teoria della X- efficiency negli anni ’80  proposta dall’harvardiano Harvey Leibenstein ( e quindi non da Preobrajensky  o Bukarin o altro economista bolscevico). Nessuno,  in pubblico  o in privato,  ebbe modo di sentirsi solleticato  postprandialmente o a  digestione avvenuta dalla curiosità nei confronti dell’annunciato e poi abortito intervento. Come Festival internazionale del Lavoro  non c’è male!  Si può sicuramente dire che il pathos verso  il dramma della disoccupazione  era molto meno sentito di quello  mostrato per l’incognito menù. L’episodio descritto è certo,  in quanto il relatore “interrotto” dalla “caduta degli zuccheri” era il sottoscritto. Circa un anno dopo,  chiamato al vertice del dicastero dello Sviluppo Economico  Passera poteva consultarmi,  almeno per scrupolo. O forse avrà avuto paura delle mie eventuali richieste “professionali”:  facendo una proporzione  inconscia tra i suoi conti in Banca e le sue “ideone” da un lato e le mie “idee”  e quindi il relativo rischio ( “se tanto mi dà tanto”)  di accelerato  default dello Stato italiano,  dall’altro lato? In quella sede avrebbe anche potuto  beneficiare  di un altro paio di idee  per venire fuori dai guai dell’economia italiana,  anch’esse a costo zero e che sono a conoscenza dei lettori di questa rivista. Ma una informazione riservata sulla mia persona e le  relative mie fortune in conto capitale –  oltre che sul piano scientifico – l’avrebbero potuto rassicurare. Ma di “ideone” di questo tipo  non illudiamoci vi sia spazio in Italia   non solo tra i protestatissimi politici ma persino tra  i sedicenti “tecnici” promotori a loro dire di innovazione, efficienza, merito ( e rosario collegato). E se Passera   si fosse previamente  consultato con i colleghi accademici economisti(ci)? Allora potremmo capire: “al nemico che fugge ponti d’oro”:  come  umanamente pretendere carachiri!  Anche se segretamente avrei comunque accettato di dare una mano al nostro Paese.  Comunque visto come sono andate le cose non ci resta che sperare per Passera & co.  e per quanti è lecito attenderci dopo di loro, che “ prima poi “Passerà a’ nuttata”.  Dove non può il pessimismo della ragione speriamo che intervengano i ritmi circadiani della storia: l’”aurora” dopo i  mesti “tramonti”  propiziati da  giganti del pensiero  del calibro di Tremonti  economista  che sono certo – al contrario di quanto capita a noi –  non debba a lungo girovagare   per trovare editori per i  sui  best seller  ( dove Peter Seller come ghost writer  avrebbe  avuto più fondati meriti comici  da raccogliere):  tali perché   divorati da un popolo di lettori che rende per questo motivo  eretto e imponente  come  una maestosa colonna dorica  il  non entusiastico kantiano  concetto dell’ “uomo”,   definito “legno storto”   dal grande filosofo tedesco.

Vittorangelo Orati (vitorati@alice.it)

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 46 | Commenti: 311

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