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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 11016 volte 06 novembre 2012

L’Unione bancaria: verso una maggiore integrazione

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza Internazionale

Il vertice del Consiglio Europeo, tenutosi a Bruxelles lo scorso 18 ottobre ed il successivo 19, è stato sede di significative decisioni, non solo in quanto finalizzate alla gestione ed al superamento dell’attuale crisi economica, ma soprattutto in quanto volte a garantire il futuro assetto dell’Unione Europea, e più specificatamente dell’Unione Monetaria Europea. Sono stati due giorni di intense trattative tra i capi di Stato dei 27 Paesi membri, il Presidente della Commissione Europea, Barroso, e il Presidente del Consiglio Europeo, Van Rompuy, hanno finalmente affrontato in maniera costruttiva numerosi temi, in passato lasciati in sospeso. Dopo tanto rigore ora, all’ordine del giorno, vi sono i temi delle riforme economiche, atte ad implementare tutta l’integrazione europea, volte ad accelerare l’Europe 2020 strategy, ossia il piano di crescita dell’UE per il prossimo decennio; di rafforzare il mercato unico, per poterne sfruttare a pieno le potenzialità quale motore per la crescita; di completare il mercato interno dell’energia. Per consentire di mettere in campo un piano di nuovi investimenti destinati alla crescita, come indicato nel Compact for Growth and Jobs, un piano per stimolare i fondamentali dell’economia europea, mirato principalmente a far crescere il mercato del lavoro attraverso significativi incentivi. Tuttavia, ciò che probabilmente ha creato più scalpore ed avrà il maggior impatto sull’economia dell’UE nei prossimi anni, è stato il nuovo approccio alla cosiddetta “unione bancaria”.

Fra i lettori, anche fra quelli che potremmo definire gli “addetti ai lavori” credo sorgeranno spontanee talune domande. Ad esempio: “Ma non esiste già un’unione monetaria? Che differenza farebbe un’unione bancaria? Cosa c’è di nuovo in tutto questo?” Per prima cosa, vorremmo chiarire che fra l’utilizzo di una moneta unica e l’entrata in vigore di una unione bancaria vi sono diverse differenze, e fondamentalmente che la prima non implica necessariamentela seconda. Un’unione monetaria, come la nostra diretta esperienza ci ha mostrato, comporta, in sostanza, l’adozione da parte degli Stati interessati di un’unica valuta e la cessione, sempre da parte di questi ultimi, dell’autonomia in materia di decisioni di politica monetaria, di fatto uno dei maggiori strumenti di gestione delle economie nazionali, ad un ente sovrastatale, nell’ottica di ottenere numerosi vantaggi. Pertanto, in Europa con l’adozione dell’euro, la politica monetaria non è più competenza dei singoli Stati, ma viene gestita a livello centrale dalla BCE. Tuttavia le banche “retail” nei singoli Stati membri restano sotto la supervisione delle Banche Centrali nazionali e quindi con una piena autonomia nella loro capacità di fare raccolta e nella gestione dei crediti, per altro le banche di credito ordinario restano connesse fra loro da accordi interbancari di carattere nazionale e non europeo. Con l’unione bancaria, la supervisione delle banche e quindi le decisioni circa la loro idoneità o meno ad operare, diventano compito della BCE e dell’Autorità Bancaria Europea (EBA). Detto questo, si può iniziare a comprendere i diversi, seppur collegati effetti che le due unioni comportano. Comunque sia, per avere una visione più chiara in materia, può essere utile analizzare con maggior attenzione i motivi e le modalità dietro questa nuova fase dell’unione bancaria.

Le correnti problematiche, com’è facile intuire, cominciano con la crisi economico-finanziaria che ha colpitola vecchia Europa circa tre anni or sono. L’effetto domino nato sui mercati finanziari internazionali ha potuto trovare facile presa in quegli stati gravati da pesanti debiti sovrani, mettendo così a dura prova la capacità delle autorità nazionali di gestire i problemi dei propri istituti bancari, in un contesto in cui l’integrazione dei mercati siano questi azionari od obbligazionari, ha raggiunto un punto tale, che uno shock finanziario in uno degli Stati membri può facilmente contagiare anche gli altri. A questo proposito, già nell’ottobre 2010,la Commissione Europeaaveva emesso un comunicato in cui delineava un frame-work, ovvero una struttura per gestire a livello comunitario le crisi del settore finanziario. Però, l’approvazione e il completamento di tale regulatory frame-work, (che si basa su tre pilastri: misure preparatorie e preventive; intervento rapido; strumenti e poteri di risoluzione), da soli non bastano ad affrontare i rischi alla stabilità finanziaria dell’UME. La coordinazione economico-finanziaria tra gli Stati membri è vitale, ma, come questa crisi ha dimostrato e dimostra ancor oggi, non è sufficiente. Si è deciso, quindi, di procedere ad un’unione bancaria, in modo da restituire al settore bancario basi sicure e solide volte a rafforzare la fiducia nell’euro. Oltre a ciò, si spera che l’applicazione di standard elevati sulla supervisione bancaria rassicuri i cittadini e i mercati, offrendo loro maggiori garanzie, anche sui depositi, diffondendo così un ritrovata sicurezza che possa dare nuova stabilità ai mercati che si sono rivelati frenetici negli ultimi tempi. Dunque in caso di eventuali future crisi bancarie, la ristrutturazione o chiusura di un istituto in difficoltà, avverrà tempestivamente e minimizzando i costi per i contribuenti e soprattutto fornendo una più ampia tutela per i risparmiatori. In sostanza, si mira ad evitare il ripetersi di fenomeni, purtroppo frequenti negli anni, in cui il costo dei possibili fallimenti di uno o più Istituti di credito gravi sulle spalle dei cittadini, molti dei quali verrebbero danneggiati soprattutto dalla perdita dei propri risparmi. Fallimenti che sono stati sicuramente accelerati dalla crisi finanziaria importata da oltre oceano, ma che hanno trovato terreno fertile nelle scelte talvolta eccessivamente aggressive di taluni manager interessati ad accrescere i profitti nel breve e non a dare valore aggiunto all’economia.

In concreto, il Consiglio europeo ha dovuto deliberare su due proposte legislative: una riguardante l’istituzione di un meccanismo di supervisione bancaria unico con a capo la BCE; l’altra riguardante modifiche nel regolamento dell’EBA. Il nodo cruciale è stato il perfezionamento del mercato unico dei servizi finanziari. Il rischio che si potrebbe correre, implementando un’unione bancaria, è quello di creare una frattura in questo mercato tra i Paesi aderenti all’UME e quelli non aderenti, ma facenti parte dell’UE. Questo perché le banche dei primi sarebbero sottoposte all’autorità della BCE, ma le altre banche no, poiché non appartenenti nemmeno all’Unione Monetaria. Questa difformità nei regolamenti bancari potrebbe dar luogo ad arbitraggi, in cui le banche sfruttino le leggi dei vari Paesi più convenienti ai loro scopi, e tutto ciò non è compatibile né  con l’idea di mercato unico, né con l’obiettivo di maggiore tutela dei consumatori, che è uno dei prioritari motivi per cui si vuole costituire un’unione bancaria. Onde evitare questa situazione, diviene cruciale il ruolo dell’EBA, che, avendo competenza sugli istituti bancari di tutta l’UE, si occuperà di costruire una struttura legislativa e di supervisione comune a tutta l’area. Dunque una volta a regime ed in tutti i paesi dell’Eurozona, l’EBA opererà di concerto conla Banca Centrale. Quest’ultima, porterà avanti il suo ruolo di supervisione, collaborando con le autorità di supervisione nazionali, servendosi di tutta una serie di strumenti, che le permetteranno di identificare le possibili minacce al corretto svolgersi dell’attività bancaria. Nel suo nuovo ruolo, la BCE opererà in piena indipendenza, ma sarà responsabile di fronte al Parlamento e al Consiglio Europeo (a differenza di quanto avviene per la gestione della monetary policy, della quale non deve rendere conto a nessun ente in particolare). Nella proposta approvata dal Consiglio, ci sono, inoltre, tutta una serie di principi atti a garantire una netta distinzione tra politica monetaria ed attività di supervisione. Pertanto, ci saranno due divisioni diverse ad occuparsi di tali compiti, in maniera autonoma l’una dall’altra.

Questo ultimo vertice di Bruxelles ha dunque segnato una svolta nel panorama dell’Unione Europea. Ormai si è preso atto della necessità di dover intraprendere riforme strutturali, non solo a livello dei singoli Paesi, ma, soprattutto, a livello di Unione. Non è più concepibile chiedere sacrifici enormi agli Stati, rendendoli quindi “vulnerabili”, senza assicurare loro il supporto di un’Unione Europea sovrannazionale più forte e più stabile. Non rimane altro da fare che muoversi in questa direzione, verso un’Europa unita più che un’Unione Europea, dove si mettano da parte gli egoismi dei singoli stati membri, per perseguire crescita e benessere diffusi, pianificandone uno sviluppo economico ed ancor più industriale comune.

 

Dott.ssa Annalaura Ianiro                                                 Prof.Fabio Verna

Analista dei mercati finanziari                                        docente di Finanza aziendale

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