Europa Nord America Centro America Sud America Africa Asia Oceania

Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 15850 volte 12 aprile 2012

L’Italia e l’occidente: paesi in via di sottosviluppo Crisi economica o crisi di un modello di società?

Dopo il panico e la sensazione di essere sull’orlo del precipizio, con un piede già nel baratro, si sta diffondendo nel nostro Paese un moderato ottimismo.

Di Arnaldo Vitangeli  •  Inserito in: Economia, Economia Italiana, Europa, Planisfero

Lo spread è sceso a livelli non più preoccupanti (ora siamo intorno ai 350 punti in lieve aumento rispetto al minimo di 280 punti raggiunto in questi gironi), e il default appare ormai come un ipotesi remota. A livello estero poi il governo Monti riscuote la piena fiducia dei principali soggetti internazionali, laddove il precedente governo era considerato inadeguato e incapace di affrontare la difficilissima situazione nazionale ed internazionale.

Insomma l’impressione che si ha è che il pericolo sia ormai scampato, e che Mario Monti abbia traghettato l’Italia fuori dalla tempesta.

Ma è davvero così?

Lasciamo per un momento da parte gli indici di fiducia, (e anche lo spread è tra questi, seppure, a differenza delle idee dell’opinione pubblica ha un effetto concreto sull’economia reale ) e osserviamo un attimo la realtà dei dati economici.

I dati dell’Istat pubblicati recentemente e ormai di pubblico dominio dicono che a gennaio c’è stato un calo del fatturato dell’industria pari al 4,9 % , (e a cedere maggiormente è il mercato interno, -5,2% rispetto a quello estero che pure lascia sul terreno un 4,5%, a dimostrazione che la crisi morde in Italia ancor più che all’estero) mentre su base annua il calo è stato del 4,4%. Si tratta del dato peggiore dal novembre 2009.

Le brutte notizie non finiscono qui purtroppo, infatti a subire la maggiore flessione sono gli ordinativi dell’industria,  con un -7,4 su base mensile e un -5,6 su base annua ( e anche in questo caso la tendenza è più negativa per il mercato interno che per quello estero).

Con una contrazione del Pil dello 0,4 su base annua l’Italia è entrata in recessione e calano i consumi del mercato interno.

Sarebbe ovviamente ingiusto attribuire la responsabilità di questa situazione al presente governo, tuttavia, come abbiamo spesso scritto, riteniamo che la “cura Monti”  rischi di peggiorare la situazione.

Sul Corriere della sera l’economista Francesco Giavazzi ha lanciato un allarme sostenendo che l’emergenza non sia finita. La maggiore preoccupazione che egli manifesta, peraltro totalmente condivisibile, è che la recessione in Italia nel 2012 sarà ben più alta dell’1% preventivato dal governo (il FMI prevede un -2,2%, mentre i maggiori investitori internazionali oscillano tra il -2 e -4) e che pertanto il rapporto debito Pil continuerà a crescere.

La crescita economica, dunque, è un imperativo assoluto, se si vogliono risanare i conti pubblici, ma è sulle ricette per raggiungerla che le opinioni divergono nettamente. Giavazzi ritiene che la maggiore responsabilità del governo sia quella di non procedere in maniera sufficientemente spedita sulle liberalizzazioni, nella convinzione che queste siano la maniera migliore per ridare spinta all’economia. Noi ne dubitiamo.

Pur ritenendo giusto e utile eliminare delle sacche di privilegio antieconomiche che consentono ad alcune “corporazioni”, particolarmente organizzate e influenti politicamente, di spartirsi in maniera esclusiva vari settori di mercato (dalle farmacie ai taxi ai notai) con un conseguente aumento dei costi per il cittadino e una freno delle possibilità occupazionali, non dobbiamo dimenticare che si tratta di settori che influiscono sul Pil in maniera sostanzialmente irrisoria.

Quali dovrebbe essere dunque la strategia più efficace per tornare a crescere?

Per rispondere a questa domanda è opportuno guardare indietro e capire come si è arrivati alla situazione attuale.

Dal dopoguerra agli anni 90 l’economia Italiana (e quella occidentale in genere) è cresciuta in maniera sostenuta: nel nostro paese, in particolare, nel ventennio dalla seconda metà degli anni cinquanta a tutti gli anni sessanta, si è assistito a quello che venne chiamato “miracolo economico”, caratterizzato da una crescita costante e robusta della produzione, dei consumi e della ricchezza.

Le generazioni post belliche godevano di un benessere inimmaginabile per i propri genitori e ancor più per i nonni, oltreché di tutele e diritti sul lavoro enormemente maggiori di quelli attuali;  la ricchezza andava distribuendosi in maniera sempre più equa, con una continua diminuzione delle differenza economiche e delle disparità nella possibilità di accesso all’istruzione e con una conseguente crescita della mobilità sociale.

Tutto questo era il risultato di un processo di inserimento delle classi lavoratrici, organizzate in partiti e sindacati di massa, nella vita politica della nazione, iniziata già alla fine della prima guerra mondiale.

Il crescente peso politico aveva portato le classi lavoratrici a beneficiare di una costante  crescita di salari e pensioni e, dunque,  ad un aumento dei consumi e di conseguenza della produzione. La gente comprava beni che non aveva mai posseduto: frigoriferi, automobili, elettrodomestici  in genere, e conseguentemente nascevano o crescevano grandi strutture produttive. Un esempio emblematico ne è stata la Fiat, protagonista assoluta dagli anni cinquanta della motorizzazione di massa nel nostro paese.

Poi qualcosa è cambiato, e quel cambiamento, a nostro avviso, ha una data precisa, ossia il 1989, anno della caduta del muro di Berlino e del crollo del comunismo nell’ex Unione Sovietica.

Il modello comunista , pur fallimentare nei paesi in cui era stato applicato, con la sua minacciosa presenza aveva frenato infatti l’istintiva rapacità del capitalismo liberista, costringendolo ad evolvere verso un capitalismo sociale di modello renano, che aveva garantito, oltre alla pace sociale, un benessere crescente e diffuso.

Dal crollo del comunismo in poi invece si è diffuso in tutto il mondo il “pensiero unico” liberista, che postula una serie di principi (infallibilità del mercato, stato minimo, privatizzazione delle imprese pubbliche, liberalizzazioni,totale libertà di spostamento di merci e capitali etc.) presentati come verità “scientifiche” e, dunque, escluse a priori dal dibattito politico.

Contemporaneamente i rapporti di forza tra lavoro e capitale hanno ripreso a scivolare, in maniera sempre più vistosa, a favore di quest’ultimo, anche e soprattutto grazie a due importantissimi elementi: la scomparsa della politica (intesa come possibilità dei popoli di decidere il proprio destino autonomamente) con l’imposizione in tutti gli stati occidentali delle direttive economiche riconducibili al “Washington Consensus” e l’evoluzione tecnologica propedeutica e sinergica alla globalizzazione.

Il “nuovo” modello unico di pensiero, in politica ed economia, unito alle innovative prospettive che la nuove tecnologie, in particolar modo informatiche, consentivano ai soggetti imprenditoriali, ha portato la produzione dei beni al di fuori degli stati sviluppati che, in quest’ottica, dovevano concentrarsi sui sevizi avanzati e sulla progettazione dei prodotti più innovativi.

Privati di un’autentica rappresentanza a livello politico, faticosamente conquistata in anni di lotta, (sia per ragioni culturali, essendo i dogmi neoliberisti indiscutibili come i testi sacri per i fedeli, sia per ragioni strettamente economiche, essendo il capitale globalizzato indipendente dal potere politico, e quindi dal controllo democratico, poiché, laddove in un paese le regole e tutele del lavoro non fossero risultate gradite ai grandi capitalisti sarebbe stato sufficiente spostare la produzione in paesi del terzo mondo dove queste tutele sono inesistenti) , e messi in competizione con i lavoratori semi-schiavi del terzo mondo, gli appartenenti alle nuove generazioni hanno assistito al crollo dei loro diritti e delle loro retribuzioni e, per la prima volta da oltre un secolo, la condizione dei figli risulta essere molto peggiore di quella dei padri.

Questa inversione del processo di democratizzazione politica ed economica ha portato, in particolare in Italia, a un forte acuirsi delle differenze sociali, con una crescita delle disparità che risulta tra le più alte al mondo, (secondi i dati di Bankitalia, relativi al 2010, il 10% delle famiglie più abbienti possiede il 46% della ricchezza totale del Paese, solo due anni prima la percentuale era del 44), e a un impoverimento della classe media, comune peraltro alle altre economie sviluppate.

Impoverire la classe media e medio bassa, che rappresenta la grande maggioranza della popolazione, significa ovviamente deprimere la domanda aggregata e, di conseguenza, condannare alla lunga le imprese a chiudere per mancanza di un mercato interno di sbocco dei beni prodotti, ed questo è il circolo vizioso a cui assistiamo: la gente ha meno mezzi e dunque riduce i consumi; la contrazione dei consumi costringe le imprese a licenziare parte della propria forza lavoro o a chiudere, con la conseguenza di aggravare la crisi della domanda.

Per far ripartire lo sviluppo, dunque, è necessario spezzare questo circolo vizioso, restituire al 99% dei cittadini, ( per usare una terminologia attuale, presa in prestito dai movimenti degli “indignados” che in tutto l’occidente iniziano a contestare pesantemente le scelte economiche che sono costretti a subire ), quella possibilità, che l’ 1% gli ha scippato, di decidere il proprio modello economico, in base ai propri interessi e non a postulati gabellati come inconfutabili verità da corifei interessati.

La diminuzione delle differenze sociali, e la circolazione delle élites, come insegna Pareto, ha portato, storicamente, a un grande sviluppo, mentre l’acuirsi delle disparità  e la cristallizzazione delle élites porta crisi economica e recessione. Non è un caso che a distinguere i paesi sviluppati da quello che un tempo veniva chiamato terzo mondo era proprio il fatto che in quest’ultimo una piccolissima minoranza della popolazione possedeva la quasi totalità delle risorse, mentre tutti gli altri vivevano nella miseria.

Si deve mettere in conto che, se optiamo per quel modello sociale, ben presto arriveremo a risultati sintetizzabili nella brillante definizione che il professor Vittorangelo Orati ha dato dell’Italia e dell’Occidente in genere, ossia quella di “paesi in via di sottosviluppo”. 

ScarsoMediocreSufficienteDiscretoBuono
Loading ... Loading ...

Autore: Arnaldo Vitangeli » Articoli 120 | Commenti: 254

Seguimi su Twitter | Pagina Facebook

0 Commenti   •  Commenta anche tu!

Nessun Commento ancora. Vuoi essere il primo?

Lascia un commento   •   Leggi le regole

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Abbonati

Ogni nuovo post ti verrà inviato alla tua casella email

Inserisci la tua email: