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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 24132 volte 12 febbraio 2012

L’Inghilterra e l’Europa: De Gaulle aveva ragione?

Di Redazione  •  Inserito in: Europa, Planisfero, Ricerche e Studi

Dopo il rifiuto inglese ad accettare regole europee per la “City”” , un coordinamento delle politiche fiscali, e l’eventuale adozione di una “Tobin tax” sulle operazioni finanziarie

di Giorgio Vitangeli

Dopo il “gran rifiuto” di Cameron al vertice europeo dell’8 e 9 dicembre scorso, prima un fitto brusio, poi un silenzio assordante, come se lo “strappo” inglese fosse ormai archiviato.

In fondo non c’è da meravigliarsi molto. L’aperta dissociazione dell’Inghilterra dalla decisione di tutti gli altri Paesi europei  di procedere ad un maggior coordinamento delle politiche di bilancio sarà anche un evento storico, ma nel momento in cui è l’intera eurozona che – secondo alcuni commentatori – è sul punto didisintegrarsi, che l’Inghilterra continui o no a far parte dell’Unione Europea finisce con l’essere un dettaglio  marginale.

Ma il punto è proprio questo: davvero l’eurozona sta per esplodere e l’euro sta per andare in frantumi?

Sulla stampa di lingua inglese, anche la più autorevole, i segnali ed i “rumors” in tal senso stanno diventando   sempre più incalzanti e diffusi.  Qualche esempio? In un editoriale sul “Financial Times” Wolfgang Munghan sentenzia che ogni tentativo di salvare l’euro sarà inutile perché “la dinamica della crisi è così potente che basta una scintilla e l’intera eurozona esploderà”.

“Difficile prevedere come avverrà il crollo”, aggiunge l’editorialista, secondo cui, peraltro, tale crollo è “sempre più probabile”. Ma allora: i tentativi di salvare l’euro sono inutili, perché il crollo è inevitabile, oppure esso è solo molto probabile?

 

Un’Europa Federale cronicamente depressa?

 

Neanche lo storico Nial Ferguson, commentando sul Times all’indomani del vertice europeo il rifiuto dell’Inghilterra ad uniformarsi alla decisione degli altri 26 membri dell’Unione, sembra avere le idee chiarissime su quel che accadrà.

“L’economia dell’eurozona e l’economia mondiale sono sull’orlo di un precipizio che ricorda fortemente il 1931, quando non si volle ristrutturare il debito”, egli sostiene. E fin qui è difficile non essere d’accordo.

All’orizzonte però Ferguson sembra intravedere un’Europa Federale cronicamente depressa sotto il nuovo Patto di Austerità ed il Regno Unito, secondo lui, non aveva altra scelta che quella di dissociarsi da questo suicidio collettivo. Anche se, egli aggiunge, “ciò aumenta fortemente la probabilità che, alla fine, ci troveremo al di fuori dell’Unione Europea”.

Ma allora l’Europa, sia pure cronicamente depressa, reggerà, facendo anzi altri passi verso la Federazione, con l’Inghilterra però che ne resterà fuori?

Al di là della evidente confusione mentale che affligge non pochi commentatori, viene il sospetto, per la verità, che alcuni di questi giudizi, ed ancor più alcune indiscrezioni che appaiono sui giornali e circolano sulla rete, siano più “wishfull thinking”  che analisi serene, o appartengano a quel genere di previsioni che si mettono in circolo nella speranza che si autoavverino e per suscitare incertezza e timori.

Quando si parla di euro, dei suoi problemi, e soprattutto della sua capacità di resistere alla crisi, non bisogna mai dimenticare infatti che per poderose forze politiche ed economiche la moneta europea è come fumo negli occhi. La sua persistenza e la sua stabilità intaccano infatti interessi di “poteri forti” e addirittura mettono a rischio il signoraggio globale del dollaro, cioè il ruolo della valuta statunitense di moneta di riserva e di strumento prevalente dei pagamenti internazionali. Quel ruolo ed il potere militare sono le due gambe su cui si regge la traballante egemonia mondiale degli Stati Uniti. Se una gamba venisse meno, anche l’altra cederebbe e l’egemonia con essa.

 

Le indiscrezioni del Wall Street Journal

 

Abbiamo accennato ai “rumors” sempre più diffusi su una fine prossima ventura dell’euro. Ne riportiamo solo, a titolo di curiosità, alcuni esempi. Secondo il Wall Street Journal alcune Banche Centrali europee si starebbero già preparando a ristampare le vecchie monete nazionali. Dall’Irlanda, citata nell’articolo, sono giunte peraltro secche smentite.

Sempre secondo il Wall Street Journal, particolarmente attivo nella diffusione di queste indiscrezioni,almeno due banche di caratura mondiale avrebbero preso misure per essere in grado di tornare ad effettuare transazioni in moneta nazionale degli Stati mediterranei dell’Unione Europea, cioè in dracme, lire, escudos, e stanno già studiando il possibile impatto dell’uscita di alcuni Paesi dall’eurozona.

 Ma come avverrebbe il  ritorno dall’euro alla moneta nazionale? Anche su questa ipotesi si sta esercitando la fantasia di alcuni economisti, e gli scenari prospettati sono due, diametralmente opposti: quello della segretezza sino all’ultimo minuto, e quello invece di una larghissima campagna d’informazione su quel che sta maturando, con l’indicazione precisa delle varie tappe attraverso cui si intende tornare alla moneta nazionale.

“Una campagna di informazione spettacolare- suggerisce ad esempio il prof. Eduardo Martinez Abascal- nella quale si dica apertamente: siamo giunti alla conclusione che bisogna tornare alla moneta nazionale, e le tappe sono le seguenti”.

Franco Bruni, docente alla Bocconi, è invece dell’opinione che bisognerebbe far tutto in una notte, e il giorno dopo, a mercati e banche chiusi,  per impedire la corsa al ritiro dei depositi, annunciare: abbiamo congelando i vostri conti perché stiamo tornando alla moneta nazionale.

Il fatto è che per tornare alla moneta nazionale occorre che quella moneta ci sia, cioè che le Zecche abbiano stampato nel frattempo l’enorme quantità di banconote necessarie. Che tutto ciò possa avvenire in brevissimo tempo e in gran segreto, è pressoché impossibile.

Conclusione: una ipotetico ritorno alla moneta nazionale in uno o più dei Paesi dell’Eurozona avverrebbe con ogni probabilità attraverso un’uscita improvvisa e disordinata. Facile immaginare il conseguente caos finanziario; difficile dire quanto tempo esso durerebbe.

Su una cosa tutti sembrano d’accordo: che il ritorno alla moneta nazionale comporterebbe una sua svalutazione oscillante dal 30 al 50%.

Qualcuno ricorda che una moneta debole ha i suoi vantaggi: rende meno cari e più competitivi i prodotti esportati, pagati in valuta straniera, ed incentiva il turismo.

Ma è difficile pensare che gli altri Paesi europei, Germania “in primis” accettino svalutazioni (e conseguente aumento della competitività) di tale ampiezza senza frapporre la barriera di dazi compensativi. Torneremmo all’Europa di prima del Mercato Comune, cioè indietro di sessant’anni.

La medaglia della moneta debole inoltreha il suo rovescio: se le esportazioni diventano meno care, le importazioni invece diventano più costose. Risultato: minor potere d’acquisto, livello di vita inesorabilmente più basso, e forti spinte inflazionistiche per i costi più alti in moneta nazionale delle merci importate,a cominciar dal petrolio.

 

Ma l’Inghilterra davvero vuol uscire dall’Europa?

 

Ma torniamo all’Inghilterra. Davvero essa si prepara ad uscire dall’Unione Europea, perché non vuole rinunciare alla sua sovranità e considera inoltre che l’euro è destinato ad esplodere, e lo scoppio travolgerà anche l’Unione, mutilandola o rendendola un vuoto simulacro?

Cameron, a parole, è stato esplicito: ”Noi non rinunceremo mai alla nostra sovranità”, ha detto dopo il vertice europeo, aggiungendo che “se non si riesce a cambiare gli eccessi all’interno di un Trattato, meglio restarne fuori”. Ed a proposito dell’idea di istituire la “Tobin tax” sulle transazioni finanziarie ,”nemmeno parlarne” è stata la sua risposta. Lo si capisce d’altronde: una simile tassa svantaggerebbe la City rispetto a Wall Street e ai mercati asiatici. E dall’attività della City viene circa un decimo del “pil” inglese.

Ma le parole sono parole e alcuni pensano invece che Londra, col suo consueto pragmatismo mercantile, abbia rifiutato di accettare il patto di unificazione fiscale per strappare poi concessioni ed esenzioni, in particolare per quanto riguarda proprio l’attività della City.

E c’è un ulteriore motivo che fa dubitare della determinazione inglese a proseguire nella marcia di allontanamento dall’Unione Europea: ci sarebbero  state esortazioni da parte degli Stati Uniti ad evitare una rottura con Bruxelles, perché la presenza dell’Inghilterra nell’Unione Europea è per gli americani una condizione essenziale per poter influire, tramite essa, sulle decisioni dell’Europa.

Queste ultime considerazioni – l’incrollabile rifiuto di Londra a cedere quote di sovranità a Bruxelles, la peculiarità dell’economia inglese, i suoi rapporti preferenziali con gli Stati Uniti e la sua visione politica “atlantica” prima che eurocontinentale- richiamano alla mente la tenace opposizione di De Gaulle all’ingresso dell’Inghilterra nella Comunità Europea, e soprattutto le motivazioni di un tale reiterato rifiuto.

Alcune di quelle motivazioni – le particolarità dell’agricoltura e della politica agricola inglese, i rapporti speciali coi Paesi del Commonwealth – si sono attenuate col tempo. Anche perché a cedere è stata più l’Europa che l’Inghilterra. Ma altre – i rapporti particolari con gli Stati Uniti, la concezione dell’Unione Europea essenzialmente  come un’area di libero scambio nel quadro della Comunità atlantica ad egemonia americana- permangono. Ed altre peculiarità – il ruolo mondiale della City e la sua irriducibilità ad una regolamentazione europea- sono emerse con maggior forza.

“C’è da prevedere – disse De Gaulle in una famosa e storica conferenza stampa- che la coesione di tutti i membri della Comunità Europea, che sarebbero assai numerosi, assai svariati,non resisterebbe a lungo e che in definitiva apparirebbe una Comunità atlantica colossale, alle dipendenze e sotto la direzione americana, che assorbirebbe rapidamente la Comunità Europea”.

Era questa, in sostanza, la maggiore obiezione del Presidente francese all’ingresso dell’Inghilterra in Europa.  Dopo la sua morte, nessuno ha posto più ostacoli.

Dall’atto di adesione dell’Inghilterra alle Comunità Europee, firmato a Bruxelles il 22 gennaio 1972 assieme a Danimarca, Irlanda e Norvegia, sono passati  esattamente quarant’anni.  Quasi mezzo secolo, durante il quale l’Europa non ha fatto passi sostanziali né sulla via dell’unità politica né su quella di una autonoma capacità di difesa, restando per questo aspetto legata alla Nato, ad egemonia americana.

Senza sovranità politica, senza sovranità militare, ha costruito una parvenza di sovranità monetaria, delegata ai tecnocrati della BCE, da cui l’Inghilterra è rimasta fuori e che ora minaccia di sgretolarsi.

Ha realizzato, inoltre, un mercato unico, aperto al libero mercato internazionale. Come abbiamo già scritto, in questi quarant’anni non è l’Inghilterra che è divenuta europea, è l’Unione Europea che, snaturata, è divenuta più anglosassone.

De Gaulle aveva dunque ragione?

 

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  • [...] mesi dopo, a febbraio dello scorso anno, siamo tornati sull’argomento, (L’Inghilterra e l’Europa: De Gaulle aveva ragione?) riportando le previsioni (o gli auspici?) della stampa anglosassone su un inevitabile e prossima [...]

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