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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 22877 volte 31 ottobre 2012

L’incubo dell’ingovernabilità in Italia

Di Arnaldo Vitangeli  •  Inserito in: Geopolitica

E’ bastata la minaccia, ora apparentemente rientrata, da parte di Silvio Berlusconi, di togliere la fiducia al governo Monti, per far tornare a salire lo spread, per mandare in fibrillazione i mercati e volgere in negativo gli indici borsistici.

Pochi giorni prima l’attuale premier aveva affermato che, quale che sia la composizione di governo e parlamento nella prossima legislatura, le misure di rigore volute da Bruxelles e dalla troika dovranno essere mantenute.

Il risultato delle elezioni siciliane però e’ stato per Monti (e non solo per lui) una vera e propria sconfessione, ed ha mostrato che sarà difficilissimo continuare sulla linea fin qui mantenuta, la quale, almeno sinora, ha contribuito a peggiorare la situazione economica del Paese.

Se infatti i cosiddetti mercati hanno fatto vedere chiaramente che l’emergenza spread non è risolta, ma solo momentaneamente sospesa, e che il differenziale tra i nostri titoli di stato e quelli tedeschi può tornare a livelli insostenibili in qualsiasi momento è  perché l’austerità’ imposta da Bruxelles non solo non ha ridotto il nostro esorbitante debito pubblico (che al contrario ha continuato ad aumentare in questi ultimi mesi) ma ha per giunta danneggiato l’economia reale, con un calo sensibile del pil  e del potere d’acquisto delle famiglie italiane e un aumento della disoccupazione.

In poche parole dopo la cura stiamo peggio di prima, quantunque il capo del governo continui a ripetere che le scelte fatte hanno portato o stanno per portare i risultati sperati.

Negli scorsi mesi la speculazione ha dato tregua al Paese, a dispetto degli  indici economici oggettivamente peggiorati. Ma allora delle due l’una: o i “mercati” si comportano in maniera sostanzialmente irrazionale, e dunque cercare di accontentarli significa mettersi nella mani di soggetti dal comportamento privo di senso, oppure quello dello spread è sostanzialmente un ricatto per imporre alle nazioni sotto attacco una precisa politica economica.

Ma la domanda che ormai è diventata ricorrente in tutte le segreterie di partito e su tutti i grandi media è se esiste ancora la possibilità di avere nel prossimo parlamento una maggioranza favorevole alle misure europee  che piacciono ai mercati e, addirittura, se sarà possibile avere una maggioranza tout court.

Sei mesi fa nell’articolo intitolato “l’incubo dell’ingovernabilità in Europa”, sostenevamo che, sia in Italia che negli altri paesi “PIGS”  l’adozione forzata di misure impopolari e inadeguate a rilanciare la crescita e risolvere le crisi dei debiti sovrani, non solo metteva in discussione il senso stesso della democrazia ma, alla lunga, avrebbe eroso la possibilità di governare democraticamente quei paesi, essendo chiaramente la maggioranza della popolazione contraria a tali misure.

Il voto siciliano sembra confermare le nostre previsioni.

Nella popolosa regione infatti le votazioni hanno portato alla vittoria di un candidato, Crocetta, sostenuto dal PD, dall’UDC, dall’API (il partito fantasma di Rutelli, che raccoglie consensi da prefisso telefonico ma che, inspiegabilmente, continua ad essere un soggetto politico autonomo) dai Socialisti e da altri, che ha racimolato un misero 30% di voti e che, per poter governare, dovrà allearsi con Lombardo, ex alleato di Berlusconi, e governatore di un Consiglio regionale sciolto con accuse di connivenze mafiose. Non c’e’ che dire: proprio un bel vento di cambiamento!

Ma le brutte notizie non finiscono qui. Infatti a funestare ulteriormente questa vittoria mutilata, che Bersani, sfidando il ridicolo, chiama una “vittoria storica” ci sono due ulteriori elementi: un’astensione pari alla maggioranza assoluta del corpo elettorale (52,6%) e l’affermazione del Movimento 5 Stelle come primo partito siciliano.

Considerando il dato dell’astensione, emerge una realtà sconcertante: il candidato del PD e dei centristi ha ottenuto la fiducia di circa il 14% degli aventi diritto di voto, (la percentuale della coalizione di partiti che lo sostenevano è ancora più bassa); il restante 86% non lo ha votato.

Alle precedenti elezioni amministrative di maggio 2012 il Movimento dei cosiddetti “grillini” aveva ottenuto in Sicilia il 5% dei voti e, a livello nazionale, il 20%.

Oggi parlare di un M5S al 30%  alle prossime elezioni politiche sembra assolutamente realistico, il che sconvolge tutti gli equilibri politici e le prospettive di alleanze.

Gli schieramenti in cui si coalizzeranno i vari partiti per concorrere alle prossime elezioni dovrebbero essere in teoria tre, (escludendo M5S e IDV che non si alleeranno con nessuno):

Quello di destra, (con PDL e Lega che si stanno avvicinando dopo gli attacchi di Silvio Berlusconi all’attuale governo, che pur sostiene in vita con i propri voti), quello di centro (con Casini, Fini e Rutelli che chiedono a gran voce la permanenza al governo di Mario Monti) e quello di sinistra, con il PD di Bersani e SEL di Vendola che, teoricamente, sono i candidati al governo per il semplice fatto che le altre due coalizioni, numeri alla mano, non hanno attualmente la minima possibilità di raggiungere la maggioranza.

Ma quello che emerge dai recenti sommovimenti degli equilibri politici italiani, e che era prevedibile a nostro avviso già da mesi, è che l’ipotesi che PD e SEL  arrivino a poter governare da soli e’ quanto mai improbabile.

Altrettanto numericamente insufficiente rischia di essere un’alleanza del PD con UDC, che pur avrebbe il pregio di garantire, laddove arrivasse a ottenere la maggioranza, una linea politica coerente con quella del presente governo sui temi economici.

Non e’ da escludere che l’idea di Bersani sia quella di presentarsi alle elezioni in alleanza con SEL e poi, una volta in parlamento, cooptare i centristi in nome della governabilità.

Ma anche questa ipotesi, ammesso che sia in grado di garantire numericamente una maggioranza, risulterebbe ardua da un punto di vista politico.

L’elettorato e la base di SEL, infatti, farebbero fuoco e fiamme all’idea di sorreggere un governo con i centristi e su posizioni montiane, che dunque finirebbe con l’ impor  altri tagli ai servizi e allo stato sociale, e una ulteriore “flessibilità” nel mercato del lavoro.

Cosa resta dunque sul piatto? La stessa minestra indigesta di ora. Una grande coalizione che comprenda parte del PDL (che vista l’inarrestabile caduta di consensi e la probabile fine della leadeship indiscussa e carismatica di Berlusconi potrebbe andare incontro a una spaccatura) i centristi, i futuristi e i piddini, Questa maggioranza allargata potrebbe garantire i numeri per governare e appare l’unico scenario in cui si possa continuare sul solco tracciato dal governo tecnico voluto da Napolitano. Inutile dire che una simile ipotesi scatenerebbe una serie di tensioni sociali “alla greca”.

Ma ci sono due ulteriori possibili scenari. Il primo è quello di un colpo di testa di Berslusconi che, insieme ai pochi fedelissimi rimasti, ricostituisca un qualche soggetto politico su posizioni antimontiane e antieuropee, magari facendo fare ai vari Frattini la fine che ha fatto Fini, ora ridotto a leader di un partitino del 2%,  portando a definitivo compimento quella “balcanizzazione” della politica Italiana che sta segnando questa terza repubblica.

Il secondo è quello di una vittoria definitiva del movimento 5 stelle che, continuando a crescere a questo ritmo potrebbe, con questa legge elettorale, raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi.

Entrambe le prospettive fanno “tremar le vene e i polsi” all’Europa, ai leader dei partiti e al Presidente della Repubblica, il quale continua a lanciare appelli per una modifica della legge elettorale che scongiuri il pericolo dell’”antipolitica”.

C’è qualcosa di paradossale in tutto questo. In un momento storico in cui la corruzione, l’inefficienza, la mancata comprensione da parte dei partiti tradizionali dei meccanismi economici in atto, e la loro supina adesione ai dogmi del “pensiero unico, hanno condotto al disastro economico e ad una crisi di rappresentatività dei partiti tradizionali, si considera “antipolitico” un movimento che coinvolge dal basso milioni di cittadini che vogliono partecipare alla vita politica del Paese, in maniera assolutamente democratica. Allo stesso tempo si considera “politicamente corretto” un governo tecnico avversato dalla maggioranza della popolazione, sorretto da partiti politici che hanno  ottenuto i voti nelle passate elezioni su programmi ben diversi da quelli messi in atto dal governo, e con  alleanze lontanissime da quella che sorregge Monti. Forse sarebbe il momento che i leader politici che per decenni hanno governato l’Italia, accettando di fatto una sovranità limitata tanto in economia che in politica estera, combattendosi senza esclusione di mezzi ma inchinandosi tutti ai diktat di Washington, in economia con l’accettazione acritica di un liberismo selvaggio e di una globalizzazione senza regole; in politica estera con l’adesione a tutte le iniziative “di pace”( Iraq, Afganistan, Jugoslavia, Libia, ecc.) della Nato ad egemonia americana, comprendano che quel mondo sta rapidamente cambiando e che quell’egemonia è al tramonto. Mantenersi aggrappati ai vecchi schemi dunque non è più possibile. Per bloccare un cambiamento ci vorrebbero i carri armati. E, come Praga e Berlino insegnano, neppure quelli bastano a fermare il corso della storia.

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Autore: Arnaldo Vitangeli » Articoli 120 | Commenti: 290

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