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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 50769 volte 09 maggio 2012

L’incubo dell’ingovernabilità in Europa

Di Arnaldo Vitangeli  •  Inserito in: Asia, Europa, Geopolitica, Nord America, Primo Piano, Sud America

La crisi economica diventa crisi politica

Le  elezioni in Grecia ed in Italia, ma in misura minore anche quelle  in Francia, hanno segnato, per la prima volta, l’irruzione nella scena politica di partiti e movimenti che, pur  partendo da presupposti ideologici diversi, sono accomunati da un rifiuto del modello economico e del pensiero unico liberista, fino a pochissimo tempo fa unanimemente e acriticamente accettato dalla classe politica nella sua interezza al punto da non risultare neppure come un elemento di dibattito politico.

In Europa in generale, e in Italia in particolare, la litigiosità delle forze politiche e’ sempre stata molto alta:  ci si è sempre contrapposti violentemente su tutti gli aspetti della vita politica: dai temi eticamente sensibili (eutanasia, fecondazione artificiale, diritti gay) a quelli più propriamente istituzionali (legge elettorale, modifiche di alcuni aspetti della Costituzione etc) fino agli elementi peculiari che hanno caratterizzato negli scorsi decenni il dibattito politico in Italia, ruotato principalmente sulla figura di Berlusconi, sui suoi conflitti di interesse, sui suoi processi e, alla fine persino, sulla sua vita sessuale.

L’elemento principale di ciò che dovrebbe sostanziare la politica, ossia la scelta di un modello economico-sociale che assicuri il benessere della popolazione e’ stato completamente assente.

Ora qualcosa sta cambiando.

 

La scomparsa della politica in Occidente

 

Prima del crollo del muro di Berlino e dell’implosione del sistema comunista il mondo era diviso ideologicamente in due blocchi, promotori di modelli economici opposti: il blocco comunista e quello capitalista che, a sua volta si differenziava al suo interno tra un capitalismo anglosassone di stampo liberista e un capitalismo renano che mescolava elementi di libertà economica con elementi di  dirigismo statale e di solidarietà sociale, ossia di una visione organica e non atomistica della società.

All’inizio degli anni 90 del secolo scorso con il crollo dell’Unione Sovietica solo il modello capitalista è rimasto in piedi. Contrariamente a quanto fosse logico aspettarsi però i due capitalismi, ossia quello renano e quello anglosassone non si sono configurati come paradigmi diversi e alternativi in competizione tra loro, ma hanno iniziato a convergere su un “modello unico”, che puo essere riassunto nei postulati del Washington Consensus, ossia libertà assoluta di movimento per merci e capitali, Stato minimo, liberalizzazioni, privatizzazioni, globalizzazione dei processi produttivi e di consumo, il tutto accompagnato da un’abnorme sviluppo e da un’assoluta autonomia della finanza che, si diceva, avrebbe garantito la migliore allocazione delle risorse e il maggior sviluppo economico possibile se totalmente libera da qualsiasi condizionamento politico. I massimi teorici e promotori di questa dottrina a sono stati la Thatcher in Gran Bretagna e Ronald Regan negli Stati Uniti. Con il Thatcherismo  le idee della “deregulation” e della preminenza del mercato sulle istituzioni politiche, con i loro risvolti così cruciali per la vita e il benessere delle Nazioni e dei popoli, sono stati assunti dalle classi politiche di ogni colore e provenienza in ogni Stato, in assoluta assenza di un dibattito e, nella stragrande maggioranza dei casi, senza neppure che i comuni cittadini ne fossero informati. I mezzi di comunicazione di massa infatti, che pur ci hanno sempre tenuti aggiornati, con una valanga di informazioni, su delitti irrisolti, competizioni sportive,  amori dei vip e, ovviamente, sui fatti della “lotta politica” non si sono mai dati troppa pena di far conoscere al pubblico il funzionamento della struttura finanziaria, del sistema bancario internazionale,  del processo di creazione del danaro, elemento quest’ultimo che anche oggi, dopo anni di dibattito sulla crisi e di informazione dettagliatissima sull’andamento dello spread e dei titoli azionari, risulta assolutamente sconosciuto ai più, per il semplice fatto che i mezzi di informazione non ne parlano. Cio che in sostanza è avvenuto è qualcosa che, per certi aspetti, può essere paragonato a una specie di golpe silenzioso. Gradualmente e senza che se ne discutesse apertamente l’elemento principe della dialettica politica, ossia la politica economica, che in ogni epoca ha segnato il fattore fondamentale di divisione ideologica (dalla rivoluzione francese in poi), è stato silenziosamente scippato “al popolo sovrano” e al dibattito politico-culturale per essere affidato a organismi tecnici sovranazionali completamente autonomi dalla politica ossia dalla volontà popolare.

 La trasformazione del progetto europeo

Questo “pensiero unico” originario del mondo anglosassone è riuscito a trionfare in Occidente e poi nel mondo attraverso due elementi: la mutazione genetica del progetto di integrazione europea e la debolezza politico militare degli Stati non allineati. L’Europa, come dicevamo, era fino a qualche decennio fa, caratterizzata da un modello di economia “misto” in cui gli elementi di libertà economica capitalista avevano nello Stato Nazionale un regolatore e in numerose organizzazioni politiche e sindacali un contro altare. La frammentazione europea tuttavia rendeva i singoli Stati troppo deboli ed era necessario un progetto comune per raggiungere la massa critica, affinché l’Europa Unita divenisse un soggetto politico abbastanza forte da tutelare gli interessi dei propri cittadini e il modello di sviluppo che essi avessero scelto nella dialettica con gli altri grandi soggetti globali.

Tuttavia le istituzioni europee hanno presto abdicato a questo ruolo politico per trasformarsi in un complesso sistema tecnico-burocratico cui i governi nazionali hanno delegato buona parte della sovranità nazionale, in particolare sulla politica economica.Attraverso questo espediente si e’ potuto attuare il passaggio dall’economia sociale di mercato a un’economia liberista incentrata sulla finanza e sui servizi che affermava la necessità di spostare la produzione in paesi a bassissimo costo del lavoro mantenendo nei paesi avanzati solo l’economia postindustriale dei servizi.

Contemporaneamente l’egemonia degli Usa, rimasti l’unica superpotenza militare, consentiva di imporre con la forza, indirettamente tramite le pressioni di istituti come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario internazionale, o direttamente tramite operazioni militari,  i dettami del Washington Consensus in tutto il mondo, e anche in questo senso vanno letti i vari conflitti, militari o anche solo politici, scoppiati tra l’Occidente e i Paesi “non allineati” come la Serbia, l’Iraq, l’Iran,  la Corea o il Venezuela.

 Qualcosa inizia a incrinarsi

Per qualche anno dunque, tra la fine degli anni novanta e i primi del nuovo millennio è sembrato che l’egemonia degli Usa a livello geopolitico e quindi del pensiero unico liberista/monetarista in economia non avessero più competitori. Ma il castello era costruito sulla sabbia e prima o poi la fragilità delle sue fondamenta non poteva che emergere.

Il primo elemento di frattura si è avuto a livello geopolitico: la globalizzazione ha portato inevitabilmente a un’immane spostamento di potere economico dall’Occidente a Paesi emergenti, Cina in testa.

Questi, sfruttando lo scenario di libera concorrenza globale hanno potuto, grazie a un costo del lavoro irrisorio in confronto a quello dei paesi occidentali, sviluppare in breve tempo poderosi apparati industriali e attirare enormi investimenti raggiungendo in breve tempo capacità produttive uguali o superiori quelle di gran parte dei paesi sviluppati.

I sacerdoti del pensiero unico, nel momento in cui imponevano ai popoli europei di aprirsi alla globalizzazione avevano assicurato che questa avrebbe portato a una crescita della loro ricchezza e del loro benessere. I dati mostrano incontrovertibilmente una realtà opposta: la globalizzazione ha portato non a una crescita della ricchezza ma a un suo passaggio dai paesi occidentali a quelli asiatici.

Il Pil cinese non è cresciuto a livelli record solo nominalmente, cioè grazie alla creazione di denaro virtuale dal nulla, come è avvenuto in Occidente, ma è aumentata in misura esponenziale la capacità del gigante asiatico di produrre beni e servizi ossia quella capacità che la stessa economia classica con Adam Smith considera come l’elemento principale che determina “la ricchezza delle Nazioni”.

Ovviamente mentre economicamente crescevano a ritmi velocissimi questi Stati si sono guardati bene dal riconoscere e dall’applicare la supremazia del “mercato” e mantenevano saldamente nelle mani dei governi le redini del sistema economico.

Contemporaneamente nell’Occidente in via di deindustrializzazione e sempre più dominato dai meccanismi della finanza globale, si è assistito a una radicale trasformazione in peggio del tenore di vita che ha riguardato in un primo momento solo le nuove generazioni.

Mentre in passato negli ultimi secoli le condizioni di vita dei giovani tendevano ad essere  migliori di quelle dei padri, in Occidente, pur in presenza di un tasso di crescita formale del Pil ininterrotto,  le condizioni di lavoro e i salari  delle nuove generazioni hanno subito un drastico peggioramento.

In breve però i “nuovi poveri” ossia i giovani costretti a lavorare in condizioni enormemente più svantaggiose di quanti li avevano preceduti hanno iniziato a aumentare di numero (con l’avvento di nuove coorti generazionali) fino a che i “precari” sono una quota maggioritaria della popolazione sotto i 40 anni.

 

La crisi mette in luce il fallimento della finanza globale

 

Nonostante lo squilibrio economico che si era evidenziato principalmente come squilibro tra i diritti generazionali, fino al 2007 l’economia occidentale sembrava tuttavia solida e il modello ideologico alla sua base non veniva contestato se non da un numero limitatissimo di “eretici” che non trovavano alcuna ospitalità nei media o attenzione a livello accademico.

La crisi innescata dai mutui “subprime” in America, e prontamente riversata sulle economie europee tramite l’espediente del debito pubblico ha però a un tratto reso impossibile ignorare l’elefante nel salotto.

La produzione di ricchezza attraverso operazioni virtuali di moltiplicazione del nulla (o peggio dei debiti) in trilioni di euro o dollari,  a un certo punto, come una catena di Sant’Antonio, si e’ inceppata. Il rischio di default globale del sistema e’ stato scongiurato attraverso l’immissione massiccia di denaro (altrettanto virtuale) nel sistema bancario oberato dai debiti, soluzione che, ovviamente, non risolve il problema ma lo sposta solo avanti a livello temporale.  Durante questo periodo si sarebbe dovuto procedere al risanamento finanziario e alla messa in sicurezza del sistema, il che è ovviamente impossibile se non cambiando il paradigma di base, cosa che nessuna forza politica tra quelle tradizionali, che hanno abdicato alla propria sovranità economica e finanziaria, è in grado di fare.

Fermo restando dunque il paradigma economico, nel tentativo di arginare gli squilibri finanziari creati dalla finanza e dall’economia globale, non restava che imporre sacrifici crescienti ai cittadini europei, in primis a quelli dei Paesi che per varie ragioni (debito pubblico anzitutto) apparivano più deboli. Ma in una prospettiva inevitabile, successivamente lo stesso sarebbe avvenuto anche a quelli più forti.

Dopo aver magnificato in maniera bipartisan le virtù miracolose della “mano invisibile”, della deregulation e della finanza globale senza controllo, le classi dirigenti (politiche mediatiche e culturali) d’Europa dovevano dire ai propri cittadini  che era necessario rinunciare a una parte significativa del proprio benessere per ripagare i debiti delle banche e degli Stati ed evitare gli attacchi della speculazione, ossia per rimediare ai guasti che soprattutto la “finanza impazzita” aveva fatto e continua a fare.

L’Europa ha così imposto, in maniera più o meno esplicita, ai Paesi più esposti alla crisi, di adottare governi tecnici, che assumessero la responsabilità del riequilibrio finanziario.

Solo governi tecnici, non sottoposti al giudizio elettorale, potevano infatti adottare quelle misure durissime (licenziamenti di massa, tagli a pensioni, stipendi e servizi, abolizione di diritti etc) che i politici non avevano la forza e il coraggio di varare, ben sapendo che con esse avrebbero sottoscritto anche la loro caduta. Misure draconiane che, oltretutto, non risolvono il problema del debito sovrano (come non lo ha risolto e neppure attenuato la svendita delle industrie pubbliche) e tantomeno risolvono gli squilibri derivanti dalla globalizzazione.

 

Il ruolo della rete e il ritorno della politica

 

Negli stessi decenni in cui il “pensiero unico” si imponeva, a seguito della caduta del sistema comunista e della sconfitta del capitalismo “dal volto umano”,  nasceva e si sviluppava la rete di internet, segnando un’autentica rivoluzione comunicativa, che per la prima volta nella storia consentiva a comuni cittadini di veicolare, attraverso blog, social network e programmi di condivisione,  qualsiasi contenuto a milioni di persone in tempo reale. Fino ad allora il controllo dell’informazione era di solo  in mano di potenti gruppi economici (che possiedono i mezzi di comunicazione privati) e dei partiti o degli Stati (che controllano i mezzi di informazione pubblica). Con l’avvento della comunicazione via internet questo monopolio è cessato. Il successo di movimenti politici che esulano dai partiti tradizionali (come il movimento viola, gli indignados, il movimento occupy wall street,  e il movimento di Grillo oggi) è una conseguenza diretta di questa rivoluzione comunicativa che rende possibili nuove e inedite forme di partecipazione politica di una massa di cittadini sempre  maggiore, sempre più scontenta e sempre più sotto attacco.

 

L’instabilità politica rischia di dilagare

 

A pochi mesi dall’incarico dei governi tecnici in Italia e Grecia la situazione politica dei due paesi ha già subito un terremoto.

In Grecia i due maggiori partiti, di destra e di sinistra, non solo non sono in grado di governare da soli nella normale ottica dell’alternanza, ma neppure sommandoli  in una “grande coalizione” si arriverebbe  a raggiungere la maggioranza dei seggi in parlamento ed a garantire la formazione di un governo che applichi le misure di austerità volute dalla troika.

In Italia i risultati delle elezioni locali, pur essendo esse elezioni amministrative e non politiche, mostrano un andamento analogo:  i partiti “pro sistema” subiscono, con la parziale eccezione del PD, un autentico crollo, mentre crescono rapidamente movimenti di protesta e partiti di opposizione radicale.

La risposta della vecchia politica e dei media ufficiali a questi nuovi soggetti politici appare miope e sbagliata: liquidano questi fenomeni parlando di antipolitica, dimenticando che l’antipolitica semmai è quella dei vecchi partiti, incapaci di governare i processi economici e di elaborare paradigmi interpretativi autonomi, che hanno finito col trasferire la sovranità nazionale ad organi tecnici ed alla finanza internazionale,  rinunciando appunto a “fare politica”, mentre questa richiesta di riappropriarsi della sovranità che viene dalle urne è l’espressione più chiara e forte del ritorno dei cittadini alla politica, quella vera.

Grillo nel giorno del suo boom elettorale parla di liquefazione della politica, ben cosciente del fatto che i vecchi equilibri sono ormai storia.

Se questo terremoto politico in Italia si è manifestato ai primi albori di quelle misure di “lacrime e sangue”  che i tecnocrati europei ci vorrebbero imporre  e in Francia, con il clamoroso balzo del partito della destra estrema della Le Pen, ancor prima che si parlasse di misure draconiane, di crisi  del debito e di governi tecnici, si può immaginare quale sarà  il panorama politico europeo se e quando queste misure saranno dispiegate in tutta la loro drammatica ampiezza, producendo una recessione stabile che imporrà continuamente nuove e più dure misure di austerità.

Appare davvero improbabile che sia possibile spingere una corpo elettorale sempre più ostile verso queste misure, ad accettarle comunque ed a votare partiti che le accettano.

In brevissimo tempo dunque ci potrebbe essere una rivoluzione copernicana per cui, proprio nella sua “culla” da cui doveva essere esportato (magari con gli eserciti come la democrazia), in tutto il mondo, il “pensiero unico” non trovi più sostenitori a livello politico, mentre quei paesi dove tale paradigma non si e’ imposto o dove e’ stato rifiutato, tendono ad unirsi in un blocco di non allineati, guidati da Russia, Cina e da alcuni Paesi islamici.

Un blocco che contribuisce a mettere in crisi dall’esterno quel modello che i mutamenti politici minacciano dall’interno.

Una cosa è certa: questo modello impostoci in maniera occulta è diventato palese alle opinioni pubbliche europee nel momento in cui i suoi disastrosi effetti si sono manifestati e le sue ricette per risolvere il problema si sono rivelate fallimentari.

La contrarietà a queste scelte e a questo modello, il rifiuto per i diktat di organismi “tecnici” europei e non, che non votati da nessuno impongono a tutti misure che sono ritenute sbagliate e dannose, si sta già manifestando a livello di massa ed e’ lecito immaginare che quando, inevitabilmente, si richiederanno ai cittadini sacrifici ancor più grandi il quadro politico muterà ancora più radicalmente.

La possibilità della fine dell’Europa (o meglio di questa Europa) dell’euro e del sistema di finanza globale non e’ mai stata così concreta e vicina.

La reazione dei poteri che questo sistema hanno voluto potrebbe essere la più disastrosa, ossia quella di trascinare il mondo in un conflitto tra blocchi, magari proprio partendo dall’Iran nel tentativo disperato di fermare un cambiamento che appare inevitabile.

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Autore: Arnaldo Vitangeli » Articoli 123 | Commenti: 202

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