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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 25415 volte 23 marzo 2012

L’imbroglio statistico-concettuale del “sapere della Globalizzazione”

Di Redazione  •  Inserito in: Primo Piano, Ricerche e Studi

di Vittorangelo Orati 

Cause di forza maggiore mi impongono una sosta nel mio “vezzo” di  non scrivere  se non more geometrico o almeno  di indulgere in didascalicità di ascendenza accademica.  Mi  dovrò quindi accontentare  di essere “ellittico” più di quanto solitamente mi conceda circa il “materiale” che avrei  altrimenti sottoposto a rigoroso argomentare. Non rinunciando evidentemente  a organizzarlo in modo da renderlo quanto più possibile ( stimolante -mente)  stimolante per la mente,  con la “licenza” di rimandare  implicitamente ai miei lavori “scientifically ( un) correct”  lì dove,   impattando alcuni snodi problematici,  questi alludano a conclusioni bisognose di  ben più adeguato supporto speculativo.

 Un aiuto e un suggerimento per questi miei minima demonstranda mi viene purtroppo fornito dall’idiozia dilagante che come sempre in epoca di sfacelo storico-economico si accompagna alla sordità programmata  di “pazzi al potere” ( Keynes)  verso ogni barlume di pensiero che apra “libera-mente” e  “alternativa-mente” a un diverso modo di produrre e distribuire. Da qui –   vuoi per la mancanza  solo per tabulas  contestuale di ragionamenti altrove sviluppati e  vuoi grazie al florilegio offerto dal panorama dilagante e impenetrabile di “pensiero unico”,  quanto a illogicità e ignoranza, e solo per questo –   mi accingo a segnalare  per “schizzi” più o meno ampi l’inesauribile regno degli ”sragionamenti “ che hanno condotto alla immane crisi globale e della “Globalizzazione”  (dell’implosione di quest’ultima nessuno parla in sede “ufficiale” -  e in quella embedded travestita da “antagonista”-  ovvero “tolemaica”, nel mentre  se ne dava la previsione  tendenziale  in un mio saggio del 2005 su “ Il Ponte””). Sragionamenti  che sono  anni luce lontano dal farci  uscire da  questa ennesima ( ciclica) offesa all’intelligenza  rappresentata da questo indifendibile e assurdo  capitalismo decadente. Che fonda da sempre sulle sofferenze  dei più le discutibili “gioie” dei sempre meno.

                                                                      

                                                           ****************

Al tribunale della storia –  che dovrebbe da tempo aver celebrato processo e condanna all’ostracismo  dalla Scienza nei confronti della economics  e dei suoi sacerdoti economisti(ci) –   è oggettivamente iscritto tra i molti capi d’accusa quello del ricorso all’assurda manipolazione, tra l’altro,  di dati e concetti, nella ottusa  difesa del libero scambio e nella sottesa apologia della Globalizzazione.

Chi ha la pazienza di leggermi è a conoscenza della mia  sin qui inconfutata distruzione dei principi cardine di tanto scientificamente infondato peana. Qui si vuole aggiungere, a  particolare scorno della “professione”, un’ aggravante a tutto suo disdoro. Si tratta del disvelamento sulle pagine di LE Monde diplomatique   (d’ora in poi LEMd,  ed. it.   Gennaio 2012) di un arcano che già da quando ero studente all’università  trova conforto nei manuali di Economia Internazionale e che fa da sempre parte del repertorio  pro free trade.

 Si tratta di questo. A supporto della presunta  inconfutabilità logico-economica  dell’apertura massima agli scambi  tra  le nazioni,  l’esempio allora dilagante era quello dell’Olanda il  cui “ grado  di apertura al mercato internazionale” ( valore assoluto della somma tra importazioni ed esportazioni in rapporto al Pil) superava in modo strutturale il 100% del Pil del “Paese dei tulipani”. Il corollario di un tale emblema  suonava e suona  dunque implicitamente  così: come potrebbe L’Olanda,  e per extenso altri Paesi piccoli e quindi  tali dall’essere lungi dal poter sostenere  l’autosufficienza economica, sopravvivere all’assurdità  del “protezionismo” senza andare incontro al suicidio?

 

La fallacia logica

del piano inclinato

 

A seguire,  altro piccolo passo,  ed eccoci  a una classica “fallacia logica” nota come quella del “piano inclinato”,  o  sloppery slope nel mondo anglosassone  (  che consiste nel porre del tutto infondatamente un fenomeno come conseguenza di un altro, senza alcun legame  analitico  tra i due): fuori dal libero scambio non vi sarebbe  altra possibilità di scambi  vicendevolmente convenienti ed  al contempo efficienti tra partners  sul piano mondiale. Tirando così un altro colpo mortale ad ogni  eventuale rigurgito “mercantilista”. 

Personalmente ricordo che pur da parte di economisti dichiaratamente keynesiani e  allora criptomarxisti ( ricordo Bruno Jossa tra i mie docenti a tal riguardo),   con tanto di coerenti libri di testo al seguito, si ricorreva a  un’altra panzana,  assolutamente neoclassica  e sempre sparando su ogni tentazione “colbertista”. La inconcepibile  panzana consisteva ( e consiste ancora)  nel mettere in evidenza la “assurdità” e il nonsense di una bilancia commerciale in costante attivo: che farsene di quel surplus senza spenderlo? Astenendosi da tale pratica non si fa un insperato  cadeau  a chi ha un deficit dell’ex-import  contravvenendo al dogma per cui non si danno pasti gratis in economia?  Facendo così contraddittoriamente  (rispetto a Keynes che parlava di “spiriti animali”  dietro la pulsione accumulativa  dei capitalisti,  e annullando ogni intento dimostrativo antimarginalista del cantabrigese)  l’apologia del capitalismo come “economia naturale”,  cioè tesa a massimizzare consumi e valori d’uso piuttosto che valori di scambio,  dimenticando la brama di accumulazione di “Monsieur le Capital” e omologando la sua “logica” a quella di una economia non monetaria,  ovvero basata sul barter o baratto. Insomma riducendo la “scienza economica” a studio della paleontologia dell’homo oeconomicus.

 

Il ricatto dell’occupazione

a sostegno del “free trade”

 Ma torniamo al “grado d’apertura agli scambi internazionali”. Ebbene,  dinanzi alle macerie della Globalizzazione e del sotteso tabù del libero scambio che ne sostiene l’alibi scientifico, come sottolinea il citato LEMd,  dinanzi all’apparire di qualche sacca di eresia “protezionista”  ecco che si brandisce la clava  e il ricatto  pro free trade:  per citare il caso francese, rappresentando le sole esportazioni il 25% del relativo  Pil,  metterne in dubbio la consistenza e tenuta significherebbe metterebbe dunque in pericolo un quarto dell’occupazione della nazione gallica! E così un lavoratore su quattro viene obiettivamente  e subdolamente  arruolato tra  quanti  incoscientemente parteggiano per i loro incombenti carnefici “globalisti”,  sotto il ricatto di salvare il posto di lavoro (  non si sa fin quando). E se si tiene conto delle famiglie dei lavoratori dei settori esportatori e di quelle degli addetti  che forniscono a questi ultimi beni e servizi,  sul piano politico non si va lontani da un’ipoteca elettorale  sulle scelte di strategia pro free trade di  una nazione immersa come tante altre  nella pandemia  che ne è discesa. Pandemia globalista  che,  oltre alla precarietà conclamata  di quote crescenti di lavoro porta con sé  la precarietà, nel tempo, del lavoro degli altrimenti  sin qui occupati. Tutto ciò  senza che anche i sindacati d’oltralpe – non esclusi quelli di ispirazione marxista, come d’altronde avviene dovunque e segnatamente nel “Bel Paese” – denuncino l’inganno intellettuale e morale dei “miracoli” della Globalizzazione.

 

Ma non v’è omogeneità

tra il “pil” e l’apertura

al commercio internazionale

 

Ma vediamo  in cosa consiste l’inganno,  o meglio l’imbroglio   dell’apparentemente “innocente” mero esercizio statistico-economico,  che  sta dietro al  “neutrale” in quanto “tecnico” concetto di “ grado di apertura  al mercato internazionale” di un dato Paese.

Ebbene tra numeratore  ( sia esso l’aggregato completo in valore assoluto dell’ex-import o una sola di tali voci) e denominatore ( Pil) non v’è  perfetta omogeneità e questa circostanza viene ingannevolmente  dissimulata dal fatto che le predette grandezze sono espresse  tutte in termini monetari. Infatti mentre il Pil  aggrega il valore aggiunto di ogni unità produttiva, depurato quindi degli input  dei beni e servizi acquistati dall’esterno  che occorrono ai singoli atomi di produzione per la loro attività,  onde evitare fallaci e multiple duplicazioni,   sia le importazioni che le esportazioni esprimono invece prezzi comprensivi di tutti i costi ( prezzi)  dei beni e servizi occorsi alla loro produzione.  

Non tenere conto di ciò  nel dare vita al rapporto in predicato  è un po’ come confondere il profitto  unitario  e il prezzo  su un dato articolo venduto  da parte di un commerciante. E siccome  questa seconda grandezza è  evidentemente maggiore  e di parecchio,  in  assenza di monopolio,  dell’altra, nel nostro rapporto il “grado di apertura” risulta ampiamente sovrastimato.

Per rimanere al caso della Francia  di cui tratta  LEMd,  a conti fatti per  rendere significativo il rapporto in argomento le esportazioni andrebbero moltiplicate per un coefficiente diciamo “depuratore”  pari a 3,68. Quindi  piuttosto che un lavoratore su 4,   solo uno su 14,72 lavoratori dipenderebbe dall’attività esportatrice.

 Mentre si agita lo spauracchio della disoccupazione ( 1/4 degli occupati nei settori esportatori) che incomberebbe su 7 milioni di lavoratori occupati in Francia ricorda Gilles Ardinat nell’articolo  citato del prezioso periodico ( stampato in Italia dal “comunista”  (?)  “Il Manifesto”, che continua a fare orecchie da mercante nelle sue pagine circa   la solitaria battaglia che  LEMd va conducendo da tempo contro l’ideologia del libero scambio e in conseguente  difesa di istanze  antiglobalizzazione  e quindi contro gli anatemi antiprotezionistici ),  si suona la sordina sulle “delocalizzazioni” e il connesso  forte  “grado di deindustrializzazione” ( aggiungo io),    -  “grado,” questa volta in senso appropriato -  fatto segnare  dalla Francia negli ultimi dieci anni grazie  “ai disastri del libero scambio”  (Ardinat).

Una “chicca”infine, che mantiene la promessa di segnalare una particolare “vergogna” degli economisti(ci)  quali presunti scienziati: Gilles Ardinat è per caso uno  di loro, magari giunto al pentimento e ai mea culpa a proposito di inganni, mistificazioni, e veri imbrogli – come quello appena smascherato? Neanche a pensarci:  è un GEOGRAFO!  

Non è giunto il momento di comprendere che l’economia è una dimensione troppo importante per sopportare il cattivo monopolio sacerdotale degli economisti(ci), almeno di quelli che,  ormai a catena di montaggio, sfornano in modo indifferenziato sul modello del “pensiero unico” le università di tutto il mondo? E se questo è vero,  non andrebbe “ripensato” alla radice l’intero sistema universitario planetario,  visti i danni che anche in tale essenziale campo ha comportato,  piuttosto che la globalizzazione del sapere  il sapere della “Globalizzazione”?

( vitorati@alice.it)

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Autore: Redazione » Articoli 678 | Commenti: 310

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