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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 22717 volte 28 novembre 2012

L’agricoltura in controtendenza. Aumentano imprese e posti di lavoro (nell’indifferenza della politica)

Di Redazione  •  Inserito in: Economia, Economia Italiana, Europa, Primo Piano

 

Uno scenario chiaramente schizofrenico è quello in cui sono costretti ad operare gli  agricoltori in Italia.

Da un lato si rafforza la generale percezione che  l’agricoltura da attività economica marginale è destinata a tornare centrale negli anni a venire, nei quali la disponibilità in quantità adeguate di derrate agricole e di acqua tornerà ad essere elemento strategico. Ed in Italia già ora al “rifiuto della terra” delle precedenti generazioni si va sostituendo l’aspirazione al “ritorno alla terra” da parte di quote crescenti di giovani.

Una mutazione psicologica importante e significativa, al di là di una certa ingenuità nell’immaginare scenari bucolici, ignorando le difficoltà cui quotidianamente va incontro ogni impresa agricola, ed i sacrifici che richiede. Secondo una recente indagine della Coldiretti e di Swg la maggioranza dei giovani italiani tra i 18 ed i 34 anni non sogna più il “posto in banca” o l’impiego in una multinazionale, ma vorrebbe gestire un agriturismo in  piena campagna. Una scelta in cui evidentemente gioca anche il fatto che l’isolamento cui in passato era condannata la vita nelle campagne oggi è quasi totalmente superato, grazie alla motorizzazione in primo luogo, ma anche, o soprattutto, per i giovani, alla televisione e a ad Internet.

Sta di fatto – ed anche questo è quanto mai significativo – che mentre nell’industria e nei servizi c’è una inarrestabile riduzione dell’occupazione, in agricoltura , o forse sarebbe meglio dire nell’agribusiness e nella filiera agroalimentare, di posti di lavoro ne stanno nascendo di nuovi. Dopo anni ed anni di diminuzione nel numero delle imprese agricole e di invecchiamento della popolazione rurale, per la prima volta quest’anno è emerso un chiaro segnale d’inversione di tendenza: le imprese condotte da giovani al disotto dei trent’anni sono aumentate del 4,2% nel secondo  trimestre di quest’anno. E c’è chi prevede, grazie allo sviluppo della “green economy” la nascita entro i prossimi tre anni di oltre centomila posti di lavoro nelle campagne italiane.

Con queste premesse, e considerato che invece nei settori  dell’industria e dei servizi le prospettive sono di un aumento della disoccupazione, sarebbe logico pensare che   il governo cominci a riservare attenzione crescente all’agricoltura, e sgravi ed incentivi per rafforzare queste tendenza alla creazione di nuovi posti di lavoro.

Ed invece – ecco la schizofrenia dello scenario –  da un lato il governo italiano ha riservato agli agricoltori una dura “stangata”, aumentando le imposte sui terreni e sottoponendo all’Imu tutti i fabbricati strumentali (stalle, cantine, capannoni, ecc); dall’altro  la Commissione Europea ha proposto di ridurre di 25 miliardi di euro i sussidi all’agricoltura, nell’ambito di una riduzione di 75 miliardi dell’intero bilancio dell’Unione. Riduzione che la Germania vorrebbe aumentare a cento miliardi e l’Inghilterra addirittura a duecento. Con ovvie ulteriori riduzioni anche del bilancio agricolo.

Il governo italiano e quello francese stanno facendo resistenza proprio sui tagli all’agricoltura. Ma si tratta di una schermaglia tutta in difesa, che  elude il cuore del problema.

La Comunità Europea infatti era sorta con una “pac” (politica agricola comunitaria) ben chiara: essa difendeva le produzioni agricole  dell’Europa imponendo “montanti compensativi”, cioè sostanzialmente dazi doganali, all’importazioni di derrate agricole dai Paesi extracomunitari.

Le ragioni di tale scelta moderatamente protezionista erano tanto evidenti quanto stringenti: non solo mantenere un ragionevole grado di autosufficienza alimentare, che è obbiettivo strategico di ogni Paese, ma anche – garantendo agli agricoltori redditi sufficienti – mantenere un’ordinata presenza umana nelle campagne, assicurando così una razionale distribuzione  della popolazione sull’intero territorio,  mantenere in vita il tessuto storico di antichi paesi e paesini legati da sempre all’economia agricola, attenuare i problemi economici e le degenerazioni sociali  di un incontrollato urbanesimo, ed assicurare infine con la diffusa presenza umana una adeguata sorveglianza ed una costante regimazione del territorio, attenuando così  i rischi di dissesto idrogeologico.

Quella politica agricola comunitaria, che aveva indubbiamente i suoi difetti ed i suoi disequilibri interni, ma che ha comunque assicurato per vari decenni relativa prosperità all’agricoltura europea, è stata messa però sotto accusa dalla ventata liberista che, anche in questo campo, apre e lascia indifese  le frontiere europee in nome del mercato globale e della libera concorrenza, nonché di uno spirito di carità pelosa, che tende a sottolineare che esportatori di derrate agricole sono in genere i Paesi più poveri, poco o nulla industrializzati, che hanno perciò  nell’export dei loro prodotti agricoli l’unica risorsa.

In realtà per le derrate agricole, più ancora che per i prodotti industriali, quello della libera concorrenza è una grande ed ipocrita mistificazione.

La libera concorrenza infatti presuppone un mercato regolato in cui si opera a parità di condizioni. Per la produzione agricola invece:

a)      il capitale terra, cioè il costo dei terreni coltivabili, varia  in misura macroscopica a seconda dei Paesi; nell’Italia settentrionale, ad esempio, il prezzo medio è di 40 mila euro all’ettaro; nell’Argentina del Nord Est un ettaro di terra costa circa 300 euro.

b)      In misura altrettanto macroscopica varia il costo del lavoro; un operaio agricolo in Italia  ha un salario medio di circa 8 euro all’ora, cioè circa sessanta euro al giorno; in Cina non arriva a sessanta euro al mese.

c)       varia infine la dimensione media delle aziende agricole, e variano conseguentemente le tecniche (ed i costi…) delle coltivazioni. In Italia la superficie media aziendale è di neppure otto ettari; negli Stati Uniti è di circa 110 ettari. Ed il costo della terra è un decimo di quello in Italia.

A questa logica ferrea di costi di produzione non comparabili non sfuggono le principali derrate agricole a mercato internazionale, cioè soprattutto i cereali e le oleaginose. Si salva solo qualche nicchia di mercato, che fa leva sull’eccellenza dei prodotti. Ma l’agricoltura  di un Paese non può reggersi su qualche nicchia di mercato, e tantomeno può basarsi su nicchie di mercato l’agricoltura del continente europeo.

In conclusione: la logica liberista in agricoltura conduce:

a)      ad una progressiva divisione internazionale delle produzioni a seconda della disponibilità di terre ed alla loro migliore sfruttabilità economica, i costi di trasporto essendo divenuti componente marginale del prezzo;

b)      al prevalere colonialistico dei Paesi dotati di capitali e di tecnologia sui Paesi più poveri che hanno solo terra (vedi multinazionali Usa in America latina, o, più recentemente, acquisti di terre africane da parte della Cina);

c)       allo spopolamento ulteriore delle campagne nei Paesi sviluppati ma con proprietà terriera frammentata, inadatta a grandi coltivazioni  estensive, e non in grado perciò di produrre derrate agricole di base a prezzi competitivi sul mercato mondiale;

d)      ad una crescente dipendenza dall’estero per  l’approvvigionamento alimentare.

Nessuna di queste conseguenze è socialmente e politicamente accettabile, tantomeno a livello europeo.

 

Giorgio Vitangeli

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