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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 104625 volte 09 febbraio 2012

La valanga dei derivati Otc: in sei mesi è cresciuta di 107 trilioni di dollari

Crescono i rischi di una nuova crisi finanziaria

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza, Finanza Internazionale

Paolo Raimondi 

La Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea nel suo ultimo rapporto trimestrale pubblicato lo scorso dicembre conferma la ripresa di un nuovo e aggressivo impazzimento della finanza globale. I derivati finanziari Over the counter (Otc), cioè quelli negoziati fuori dai mercati regolamentati e tenuti fuori bilancio, nel primo semestre del 2011 sono aumentati in modo stratosferico.

Alla fine di giugno il valore nozionale totale degli Otc ha raggiunto 708 trilioni di dollari con un aumento del 18% rispetto ai livelli calcolati a fine dicembre 2010!

In sei mesi, quindi, le operazioni in derivati sono aumentate di 107 trilioni, cioè di 107.000 miliardi di dollari! Sono stati superati tutti i record.

 

 

Peggio di prima 

della crisi del 2008

 

Si ricordi che alla vigilia della grande crisi, a giugno 2008, il totale Otc aveva raggiunto la vetta di 673 trilioni di dollari.

La straordinaria crescita di tali titoli è avvenuta nonostante i tanti ottimistici impegni a riformare il sistema finanziario globale assunti dal mondo politico nei vari meeting internazionali dopo il crollo della Lehman Brothers.

Ora, mentre il Fmi paventa una recessione nel mondo cosiddetto avanzato,la Bcela dà per certa in Europa e l’Ocse parla di gravi rischi di una “crescita negativa”, le grandi banche internazionali, in primis quelle americane ed inglesi, ed il sistema bancario ombra da loro controllato, hanno dato una accelerata senza precedenti ai prodotti derivati.

 

La finanza si allarga

l’economia si contrae

 

La finanza speculativa si allarga a dismisura e l’economia reale e produttiva si contrae! C’è il rischio di un’altra crisi molto più devastante di quella che stiamo ancora vivendo

La Bririvela che l’esplosione dei contratti Otc è determinata quasi totalmente dalla crescita dei derivati accesi sul rischio dei tassi di interesse. Da soli essi coprono 554 trilioni. In questo campo le operazioni sono aumentate del 19% in 6 mesi. Sono contratti fatti un po’ in tutte le principali monete.

Un altro aspetto preoccupante è che la maggior parte dei contratti suddetti ha una scadenza sempre più breve. Quelli con scadenza oltre i 5 anni si sono ridotti del 6%, assestandosi intorno a 130 trilioni di dollari, mentre quelli con scadenza a meno di un anno sono aumentati del 30% raggiungendo i 247 trilioni di dollari.

Ciò è sintomo di alta instabilità e di grande volatilità che, nel momento in cui gli Otc entrassero in fibrillazione, potrebbero provocare un devastante  “effetto valanga” soprattutto sulle economie più deboli. Potrebbero esserci effetti negativi anche sulle monete in cui i contratti sono stati sottoscritti.

 

Le banche Usa fanno

profitti enormi

 

Certamente questa nuova ondata speculativa soddisfa gli operatori e gli speculatori della City e di Wall Street. Secondo l’Office of the Comptroller of the Currency (Occ), l’agenzia che regola e controlla il sistema bancario americano, nel terzo trimestre del 2011 le banche Usa hanno infatti registrato dei profitti enormi: 13, 1 miliardi di dollari con un aumento del 78% rispetto al trimestre precedente.

L’Occ tra l’altro dimostra che i derivati creati dalle banche americane sono poco meno di 250 trilioni di dollari, di cui l’87% in prodotti strutturati sui tassi di interesse.

Si ripropone la grande questione delle banche “too big to fail”, quelle troppo grandi per lasciarle fallire, che di fatto hanno determinato il sistema economico e finanziario e hanno ricattato il mondo politico. Nel frattempo esse hanno accelerato il loro processo di concentrazione e di controllo del potere finanziario.

Infatti, se nel 2009 le cinque maggiori banche americane detenevano l’80% di tutti i derivati emessi negli Usa, oggi 4 banche soltanto,la JPMorganChase,  la City Group,la Bankof America ela GoldmanSachs, ne detengono il 94% del totale.

 E il G20

sta a guardare

 

Dai preoccupanti dati esposti emerge con forza la necessità per l’Italia e per l’Europa non solo di adottare con celerità le decisioni di propria competenza, ma anche soprattutto di giocare un ruolo più attivo in sede di G20 dove, purtroppo, finora non si è mai deciso nulla di realmente efficace contro lo strapotere del sistema bancario finanziario speculativo.

Al summit del Consiglio Europeo del 9 dicembre 2011 i Capi di Stato e di governo riuniti a Bruxelles hanno timidamente proposto la possibilità di una tassa sulla transazioni finanziarie, una versione della cosiddetta Tobin tax.

La Dichiarazionefinale infatti, oltre agli ormai arcinoti dettagli sulla stabilità fiscale e sugli automatismi correttivi dei disavanzi di bilancio, ha però reso ancor più evidente l’incapacità dell’Europa di parlare con una voce singola, forte e unitaria.

Merkel e Sarkozy in una lettera mandata solo pochi giorni prima al presidente del Consiglio Europeo Herman van Ronpuy avevano cercato di imporre un asse franco-tedesco che, istituzionalizzando il nuovo ruolo privilegiato e più decisionista del Consiglio, esautorava di fatto tutte le altre istituzioni europee, a cominciare dalla Commissione. E così si rischia di far saltare per area l’intera architettura europea  che, già claudicante, non può essere rimpiazzata da nessuno direttorio privilegiato.

 

Tobin tax per bloccare

l’electronic trade

 

Una tassa sulle transazioni finanziarie potrebbe essere di aiuto per contenere fortemente la speculazione a breve termine sui mercati. Era già stata presentata da John Maìynard Keynes nel 1936 per tagliare le gambe alla speculazione. Negli anni settanta divenne famosa la proposta dell’economista americano James Tobin che immaginava una tassa sulle transazioni finanziarie per gettare il sassolino di sabbia nel motore sempre più impazzito della speculazione.

Oggi avrebbe l’effetto immediato di bloccare il cosiddetto “electronic trade” che negli ultimi anni ha permesso l’aumento del numero delle transazioni in modo drammatico. Programma computeristici generano automaticamente milioni di contratti in derivati e altri titoli ogni secondo per avvantaggiarsi sui più piccoli differenziali di prezzo.

Questo incredibile sistema legalizzato di speculazione pura che non ha niente a che fare con la finanza e tanto meno con l’economia vera è una fonte formidabile di instabilità dei mercati. Può ingigantire gli atteggiamenti “orda” dei mercati. I prezzi possono impazzire nel giro di pochi minuti semplicemente per l’intervento automatico programmato dei computer usati per tali operazioni. Una tassa anche seppur piccola metterebbe fuori gioco tale sistema e anche altre operazioni speculative allo scoperto.

 

Lo strappo della

Gran Bretagna

 

La grande novità del summit però è stata la decisione della Gran Bretagna di non firmare l’accordo e di accelerare l’annunciata rottura con l’Ue proprio sulla Tobin tax.

Il premier David Cameron ha detto di voler difendere la sovranità e l’indipendenza inglesi. In realtà il motivo vero della rottura ruota intorno al ruolo della City in quanto vero centro mondiale della finanza, dei derivati, degli hedge fund e del “sistema bancario ombra”. Londra ha voluto proteggerela Citydalla tassa sulle transazioni finanziarie e dalle altre regole che l’Europa finalmente vorrebbe introdurre.

Il fatto chela Cityrappresenti oltre il 10% del Pil britannico solleva ulteriori dubbi sulla effettiva solvibilità di Londra. Tale decisione getta luce sul ruolo della finanza nell’attuale crisi sistemica e sulle sue responsabilità negli effetti di contagio.

Fintanto che gli inglesi restano al servizio della City non potranno che svolgere il compito loro assegnato, cioè il sabotaggio della riforma globale del sistema finanziario.

L’abbandono di Londra potrebbe trasformarsi in una accelerazione verso la costruzione politica dell’Europa, sempre che ci si liberi della “dottrina Thatcher” che Londra invece vorrebbe lasciarci in eredità.

 

Il rischio è quello

del “compromesso marcio”

 

Sia chiaro, una Tobin tax non è la panacea di tutte le crisi economiche e la soluzione dei problemi finanziari. La crisi sistemica richiede tante altre riforme dell’intera architettura economica e finanziaria globale. Sarebbe semplicemente un forte segnale che i governi, spinti dall’Unione europea, intendono mettere mano, e seriamente, ai problemi posti da una “finanziarizzazione” dell’economia fine a se stessa.

La CommissioneEuropeaed il Parlamento di Strasburgo sostengono tale iniziativa. Il rischio è sempre quello del “compromesso marcio”. Dopo gli annunci altisonanti dei Sarkozy e della Merkel perla Tobintax, potremmo ritrovarci con un semplice bollo sulla compravendita dei titoli in Borsa, lasciando fuori i derivati. Sarebbe ancora un bel regalo alla City che ha un simile bollo già dal 1808.

 

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