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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 17571 volte 05 dicembre 2012

La stagnazione tendenziale del capitalismo globalizzato

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Finanza, Finanza Internazionale, Ricerche e Studi

 

Proponiamo ai lettori de “la Finanza” un contributo del Prof. Vittorangelo Orati, che riprende i temi e gli argomenti di un suo studio apparso sulla prestigiosa rivista “il Ponte” nell’ormai lontano 2005 e che, successivamente, ha costituito il capitolo 18 del libro “Globalizzazione scientificamente infondata” nel quale, con grande rigore scientifico, si evidenzia l’infondatezza della teoria economica ufficiale e del commercio internazionale, con il relativo principio del libero scambio, che son alla base del dogma della globalizzazione e si prevedono, con largo anticipo, quegli effetti deleteri che oggi si sono puntualmente verificati,  e che hanno costituito una delle ragioni profonde di una crisi che non accenna a risolversi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il “modello” radicalmente alternativo scaturito dalla critica alla insostenibilità scientifica della linea teorica “R-H-O” che ci ha permesso di fondare su nuove basi teoriche la ratio capitalistica del commercio internazionale, ha trovato conforto nel risultato di una finalmente rigorosa spiegazione del fenomeno della polarizzazione sviluppo/sottosviluppo nonché di ogni possibile gerarchia di rango capitalistico intermedio tra i suddetti estremi (V. Orati,Globalizzazione scientificamente infondata, Editori,Riuniti,Roma,2003 ).

E’ ora il caso di interrogare il “modello” in questione onde verificarne la possibile attitudine a stabilire una qualche direzione di tendenza dell’economia capitalistica sub speciae “globale”. Con il 2005 sono cadute infatti le ultime barriere al dilagare del “tessile”cinese ( e non solo )  e l’allarme è grande e con esso la confusione a tutti i livelli non da ultimo da parte degli “esperti” che sciorinano frasi vuote  per paura di infrangere il “tabù” liberoscambista (tipica è quella per cuila Cina rappresenterebbe “una opportunità”, che ,come si vedrà rasenta la demenzialità).

 Evidentemente per tale tentativo di cogliere la tendenza del mercato  globalizzato non ha da intendersi alcunché abbia la pretesa deterministica di prescrutare il futuro bensì solo l’estrapolazione di una dinamica appunto  tendenziale fermo restando quindi le attuali circostanze che caratterizzano il panorama dell’economia internazionale.

Gli elementi essenziali che caratterizzano a nostro avviso quest’ultimo sono i seguenti, in termini “stilizzati”, sul piano più generale ed “istituzionale”:

1)      la logica del libero-scambio (free-trade) del commercio internazionale;

2)      la logica del laissez-faire all’interno delle singole formazione capitalistiche che partecipano alla competizione globale nel mercato internazionale;

3)      l’operare, sempre all’interno dei confini dei soggetti che animano la globalizzazione, di una più o meno ampia politica di deregulation a misura della più o meno ampia eredità “keynesiana” del loro recente passato storico-economico. Cioè del più o meno ampio ricorso a sostituire la presenza pubblica con quella privata nell’erogazione dei beni e servizi. Si tratta in realtà di un corollario del punto precedente, che vede la reazione neoliberista conseguentemente smantellare ogni forma di “interventismo” che abbia sin qui alterato il gioco del libero mercato a favore di “monopoli”, dove lo stato, e più in generale la pubblica amministrazione, aveva trovato motivo di regolamentare la sottostante dimensione (salute, istruzione, settore energetico, telefonico e comunicazioni, autostrade, ferrovie e trasporto aereo ecc.)  ;

4)      una sostanziale immobilità del lavoro tra le diverse formazioni capitalistiche che si contendono il mercato internazionale. Immobilità che trova in realtà parziali eccezioni in flussi migratori provenienti dall’estrema periferia dei paesi sottosviluppati e che vengono utilizzati come risorse di ultima istanza per calmierare il prezzo delle forza lavoro “nazionale”: secondo la logica del meccanismo dell’”esercito industriale di riserva”. Là dove le “rigidità” del mercato del lavoro “interno” si oppongono alla “flessibilità” (“precarietà” ergo licenziabilità ) richiesta dalla “superiore”  e “più efficiente” logica del libero “mercato”. La completa trasferibilità dal fattore lavoro, a parte gli aspetti istituzionali e monetari – comporterebbe, occorre ricordarlo, la completa assimilabilità dell’economia internazionale ad un’unica universale economia “chiusa” in regime di libera concorrenza.

5)      Il costante progresso tecnico, il cui ritmo non ha precedenti nella storia del capitalismo.

 

Nel quadro generale o “istituzionale” appena fissato, sono poi in atto alcune tendenze nell’economia  globale che sarà più opportuno esaminare in relazione alla questione centrale che ci preme affrontare. Quella della verifica della sbandierata certezza da parte dei sostenitori della globalizzazione circa la inedita potenzialità delle ricette neoliberiste in termini di sviluppo e benessere economico di carattere universale. Ricette affidate al quadro appena delineato entro cui si estrinseca la globalizzazione. La tesi che intendiamo sostenere è in radicale contrasto con l’ottimismo pro-globalizzazione. Ciò che cercheremo di sostenere è infatti la tesi della inevitabile tendenza alla stagnazione di quello che in realtà è più un jeu de massacre piuttosto che il preludio di una ininterrotta e poderosa crescita per tutti i partecipanti all’agone mondiale di tutti contro tutti!

 

Con la duplice valenza di ispirazione alla tesi appena esposta e di dato empirico con valenza verificatrice del nostro proposto modello alternativo alla tradizione “R-H-O” , valgano i seguenti incontestabili stati di fatto:

 

A)    la più che decennale stagnazione dell’economia giapponese;

B)    la ormai quasi quadriennali stagnazione dell’”area euro”;

 

ciò detto resterà da derubricare come falsa eccezione alla nostra tesi

 

C)    la crescita dell’economia USA.

 

Nel mentre resterà da interpretare come non contraddittoria rispetto al nostro demostrandum il “miracolo” cinese (ed in subordine quello indiano), dopo il precedente delle “tigri asiatiche”.

 

La teoria da noi proposta come alternativa radicale ai fondamenti “R-H-O” del commercio internazionale ci soccorre nell’impostazione della nostra tesi circa gli esiti stagnazionistici del quadro più su descritto.

In base alla nostra teoria è infatti possibile restringere il campo dei soggetti su cui imbastire il ragionamento che sorreggerà la tesi enunciata. Infatti una volta appurata la progressiva emarginazione verso il sottosviluppo di quei sistemi economici incapaci di generare una crescita autosostenuta nel tempo, in quanto inidonei ad alimentare una sufficiente propensione all’innovazione e quindi a sostenere la dinamica capitalistica, resterà da esaminare uno scenario ove i sistemi economici a confronto in termini di competizione globale siano quelli che bilanciano (grosso modo) la loro attitudine innovativa ancorché i loro livelli di sviluppo assoluti (reddito pro capite) siano diseguali nella classifica che comunque li include nell’ambito dell’eccellenza capitalistica. Inoltre tra i suddetti distinti attori – individuati,per ipotesi, come tali da una medesima valuta – si deve altresì supporre in base alla dimensione delle rispettive economie a confronto la impossibilità di trasferire all’”estero” il potenziale di crisi connesso alla supposta pari capacità innovativa. Circostanza altresì acclarata in relazione alle “regioni arretrate” ove la condizione di sottosviluppo impone una irrilevante “capacità” di importazione” (definita dall’ammontare delle esportazioni).

Ciò detto è agevole proseguire in conformità alla nostra tesi. A tal fine occorre soffermarsi sul fatto che se non può esser l’innovazione (per i meccanismi che conosciamo)  in quanto causa di sovrapproduzione assoluta a realizzare all’estero l’eccesso di merci verificatosi sul mercato interno, l’innovazione stessa piuttosto che tradursi in un aumento di produzione a parità di costi tenderà necessariamente a caratterizzarsi come riduttrice dei costi a parità di merci prodotte.

Trattandosi per ipotesi generalmente di innovazioni labour saving, cioè risparmiatrici di lavoro, tutto ciò ad altro non si riduce che ad una diminuzione del potenziale di crescita interna e ad una immutata esigenza di sbocchi sul mercato internazionale a causa del restringersi della domanda interna in conseguenza della diminuzione della occupazione e quindi del monte salari. Saranno infatti gli investimenti indotti (quelli che si hanno in funzione dell’aumento della domanda, distinti da quelli autonomi sollecitati dal progresso tecnico) a venir meno. Orbene poiché l’aumento di produttività connesso all’innovazione ammette anche diversi gradi di trade-off tra aumento della produzione e diminuzione dei costi, l’optare per una miscela (mix) tra queste due alternative può generare il fenomeno della “jobless growth” cioè della crescita senza aumento dell’occupazione. Mix che quanto più si connota per il prevalere della componente crescita su quella della occupazione tanto più rende problematico il realizzo all’interno della crescita, così generata in modo prevalente dal lato dell’offerta.

Jobless growth” sempre più minacciata dalla supposta impossibilità  di trasferire su altri sistemi economici il sotteso potenziale di crisi. Questo fenomeno della “crescita senza aumento dell’occupazione” sarà centrale più innanzi quando esamineremo il caso degli USA, dove dovremmo spiegare come lì sia possibile il suo recente manifestarsi.

A proposito della “jobless growth” val subito la pena accennare al suo opposto: la crescita dell’occupazione senza che il reddito aumenti (o che aumenti ad un tasso minore dell’occupazione) come nel caso dell’Italia all’interno dell’”area euro”. Una tale fattispecie indica senza alcun dubbio un regresso tecnologico con conseguente perdita di competitività sul mercato internazionale. Inoltre non necessariamente il fenomeno comporta un restringersi della forbice tra offerta e domanda aggregata agendo da controtendenza rispetto alla tendenza alla stagnazione. Infatti, com’è appunto nel caso italiano, la maggior occupazione riguarda l’incremento prevalente di “lavoro precario” (“lavoro in affitto”, “contratti di formazione”, “lavoro a tempo determinato”, co.co.co., part time, “lavoro a progetto” ecc.), incongruentemente dal punto di vista metodologico sommato all’”occupazione stabile”, con livelli salariali significativamente più bassi rispetto ai lavori a tempo indeterminato, che in ogni caso non comportano un aumento del potere d’acquisto della massa dei lavoratori comunque “occupati” , determinando un calo dei consumi su cui incide altresì la perdita di potere d’acquisto del monte salari , falcidiato dall’aumento del costo della vita.

Dunque l’innovazione sia in senso progressivo, cioè comportante un aumento di produttività connessa all’aumento del rapporto medio capitale/lavoro, sia in senso “regressivo” come nel caso visto in quanto consistente in una diminuzione di tale rapporto (“ritorno delle tecniche”)  non fa diminuire l’esigenza di realizzare all’estero l’eccesso di offerta sulla domanda all’interno. Ma, in base all’ipotesi, una tale pulsione al beggar ty neighbours si compensa tra contendenti sul mercato internazionale, sicché non v’è che una strada per disinnescare il potenziale di crisi sotteso ad una tale situazione: il contemporaneo adeguamento dell’offerta globale alla domanda globale in direzione stagnazionista ed il massiccio  attacco ai livelli salariali in senso lato, non escluse le retribuzioni pensionistiche e più in generale il Welfare State come componente del saggio di salario corrente al fine di scongiurare la diminuzione del saggio del profitto in un panorama appunto di stagnazione economica. Non da ultimo v’è da considerare che il costo del lavoro a parità di tecniche produttive è l’unica variabile in grado di alimentare la concorrenza sul mercato internazionale.

E’ appena il caso di rimandare alla “gran cagnara” che si fa in tema di “flessibilità” del lavoro, che ad altro non allude se non all’esigenza di accelerare la riduzione a “merce” del lavoro, “merce” che non ponga resistenza al suo “valore di scambio” pari al suo costo di riproduzione, come già detto.[i]

Ed in un clima ideologico dove la “globalizzazione” viene vissuta e fatta vivere come ineluttabile in quanto “bene assoluto”, quel che è in atto può descriversi come tendenza al livellamento dei salari al loro valore minimo dettato dal concorrente che imitando le tecniche più avanzate può adeguarle alla sua storia di “ritardo economico” con salari prossimi alla pura sussistenza (Cina). Una “nemesi al contrario” del periodo in cui si poteva teorizzare che il salario fosse una “variabile indipendente”.

Mentre lì era il profitto ad assumere il carattere di  “variabile dipendente fissato che fosse il salario, ora è il primo che in nome della globalizzazione ha invertito quella “logica”. Ma con essa si inverte anche il ruolo storico progressivo del capitalismo che si apre ad un barbarico regresso. Nell’”opulento” Occidente siamo infatti de visu ad una rincorsa, ove il dogma del “libero scambio” accomuna le forze politiche di destra e della sedicente “sinistra” in programmi sostanzialmente eguali, ove le distinzioni in termini di filosofia economica si sostanziano in questioni di dettaglio e dove la “sinistra” è destinata a perdere pretendendo di far suo il principio per cui si può essere “un po’ meno incinta” della “destra” in termini di adesione ai dettami del neoliberismo, che evidentemente condanna senza appello chi si dimostri meno cinico del concorrente in una lotta senza quartiere nella rincorsa del più basso prezzo di mercato (internazionale).

Nella situazione appena descritta deve risultare evidente la ragione per cui il divario tra offerta globale e domanda globale all’interno delle “metropoli” dell’eccellenza capitalistica non sfoci in una crisi di sovrapproduzione di stampo “classico”.

Come è noto quest’ultima interrompe una fase di crescita in cui il settore dei beni di investimento e quello dei beni di consumo crescono in un rapporto sostanzialmente costante (steady state growth)  in presenza di occupazione via via crescente a misura dell’esaurirsi progressivo dell’ “esercito industriale di riserva” e con stato delle tecniche che subisce solo mutamenti al margine (“innovazione incrementale” per la legge di “Wolff”) tali da non provocare squilibri “critici” nell’interscambio tra i due settori produttivi suddetti. Sarà solo l’”innovazione epocale” che si impone all’esaurirsi del “paradigma tecnologico” in atto ,con l’approssimarsi del raggiungimento della piena occupazione e quindi con l’aumento dei salari e la diminuzione del saggio del profitto che ne conseguono, a far decidere in termini di benefici/costi di attingere alla sempre piena cornucopia delle innovazioni potenziali.[ii]

La cui offerta sopravanza sempre lo stato corrente delle tecniche produttive che attendono il loro più completo possibile ammortamento prima di divenire effettualemente obsolete. Da qui la durata del ciclo “classico” che non dipende come riteneva Schumpeter dalla comparsa ciclica delle innovazioni che altrimenti rimanderebbe ad una loro quasi deterministica cadenza! Sicché è la domanda di innovazioni ad essere ciclicamente caratterizzata piuttosto che la loro offerta.

Nel panorama del capitalismo globalizzato le circostanze che presiedevano al manifestarsi della crisi e del ciclo “classico” sono mutate.

Il ritmo delle innovazioni, invero senza precedenti, non è più dettato dall’aumento del costo del lavoro in prossimità del raggiungimento della piena occupazione lungo un trend di sostanziale steady state growth orientato da dinamiche interne ai singoli sistemi economici. Le innovazioni si susseguono in ragione dell’aumento di produttività ad esse connesso e sono dettate dall’esigenza della concorrenza sul mercato internazionale che premia il prezzo più basso. Di qui il fatto che l’aumento di produttività si risolva sempre più in diminuzione dei costi e tra questi del lavoro più in generale piuttosto che in aumento delle quantità prodotte a costi immutati, ovvero con la diminuzione dell’occupazione interna e quindi della domanda domestica. Il che impone progettualmente l’obiettivo della conquista di domanda proveniente dall’estero non più concepita come valvola di sfogo ad un eccesso di merci determinato prevalentemente dagli esiti della sola concorrenza interna. In altre parole nello scenario globalizzato gli sbocchi esteri sono un obiettivo che gli investimenti si prefiggono ex ante il verificarsi della realizzabilità all’interno della ciclica sovrapproduzione generale. Sbocchi che prima della globalizzazione erano ricercati ex post gli atti di investimenti orientati al mercato interno, che appariva solo ciclicamente incapace a realizzare l’accresciuto aumento del reddito nazionale; sbocchi sin lì assorbiti dalla crescita sostanzialmente equilibrata tra offerta e domanda globali. 

La non piena occupazione come condizione normale dell’equilibrio macroeconomico interno a ciascun formazione economica, cui si accompagna la caduta del monte salari grazie al laissez-faire e quindi al progressivo abbandono di ogni misura di intervento a tutela del livello salariale, renderebbe suicida qualunque innovazione che si traducesse in aumento della produzione: la crescente caduta della domanda interna in quanto causata in corrispondenza della perdita di potere d’acquisto della forza lavoro occupata viene sublimata dalla ricerca della domanda estera che le innovazioni cercano di conquistare, traducendosi in diminuzione dei costi e del lavoro in particolare. Diminuzione cui si aggiunge il progressivo ridimensionamento del costo del lavoro che la permanente disoccupazione facilita. In un rapporto di forza tra capitale e lavoro dove lo spauracchio dell’imminente licenziamento causato dal demone del mercato  internazionale rende il lavoro sempre più precario perché ricattabile anche lì dove la precarietà formale non è ancora imposta “contrattualmente”. In tale ottica la globalizzazione opera come “ideologia” nel senso proprio e pregnante di  “falsa coscienza”e che si propaganda, con una forza che non ha nulla da invidiare a quella dei Miniculpop dei  regimi totalitari. Un fenomeno che è essenzialmente politicamente voluto attraverso appunto il “libero scambio” con il codicillo del “Washington consensus” del FMI, della World Bank  e del WTO, viene presentato e insegnato nelle Università e diffuso dai media come un fenomeno ineluttabile, “naturale” in linea con il grande ideale della insopprimibile “!libertà” individuale.

Insomma rilanciando a livello planetario il feticismo della “merce” e del suo habitat elettivo: “”il libero mercato”. 

Il tutto sviluppando solo a metà un concetto che è monco per definizione: quello del “consumatore”, che avrebbe tutto da guadagnare dalla libera concorrenza che stimolerebbe la produttività e quindi la diminuzione dei prezzi premiando il potere d’acquisto.   

Quel che si lascia in sordina è il fatto che il concetto di “consumatore” ha un presupposto, un prius logico-economico cioè quello del possesso di un reddito senza il quale non è possibile spendere  per consumare! Così se la globalizzazione ha per effetto, tra gli altri, quello di una redistribuzione che fa aumentare la quota di reddito nazionale detenuta da una crescente minoranza della popolazione a danno della crescente maggioranza che diventa più povera, in realtà la globalizzazione è una mistificazione gigantesca contrabbandata sotto il simbolo della “libertà” conveniente per tutti. Su ciò la scienza economica ufficiale, quella fondata sulla centralità del consumatore come perno, artefice, sovrano del mercato, mostra tutta la sua inadeguatezza a fare da pilastro alla pur debole idea borghese di “democrazia”. Infatti col suo asfittico armamentario concettuale la economics non è in grado di esprimere un giudizio di preferibilità tra due situazioni nelle quali un reddito crescente si distribuisce in modo diverso su un medesimo universo di cittadini: trattandosi in entrambi i casi di raffrontare due scenari retti dalla libera concorrenza e pertanto entrambi “efficienti” non è possibile ordinarli su una qualche scala di preferibilità. Infatti trattandosi di due “ottimi” sans phrase (“ottimi paretiani”) nulla può dirsi circa la maggiore o minore equità distributiva delle due situazioni a confronto. Insomma i Solone pro global non hanno uno straccio di “scienza economica” su cui fondare quello che è a questo punto un vero dogma: la bontà e la desiderabilità dello sviluppo economico. La cui perseguibilità è obiettivo ineludibile di ogni tipo di governo “democratico”. L’arma più affilata di cui si può disporre “scientificamente” alla luce della economics basata sulla centralità del consumatore è infatti sfoderabile in un solo caso: un’economia statica in ipotesi di libera concorrenza dove l’”ottimo” coinciderebbe con una situazione nella quale “nessuno può migliorare la sua posizione economica se non peggiorando quella di un altro soggetto” a partire da una data redistribuzione del reddito iniziale con un salario a livello di sussistenza, su cui, ancora una volta “nulla si può dire” perché à la Wittgenstein “su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”.

Le difficoltà di esprimere un giudizio di preferibilità della crescita economica da parte della scienza economica “ufficiale” è davvero eclatante, riducendosi in buona sostanza all’impossibilità di sostenere l’essenza stessa del capitalismo. Occorre veder meglio su tale centrale questione.

Poiché per la “scienza del principe” la piena occupazione è un dogma analitico, l’unica possibilità di concepire la crescita discende dall’ipotizzare un mutamento delle tecniche produttive ovvero un mutamento delle funzioni di produzione a livello microeconomico ergo, come esito di ciò, a livello di curva di produzione aggregata.

Circa l’impossibilità di costruire (concepire) quest’ultima, la questione è nota: il paradigma utilizzabile richiederebbe di trattare contemporaneamente una variabile (il saggio d’interesse) come incognita assumendo come dato (noto) il valore del capitale aggregato, cioè una grandezza ottenibile solo se il saggio d’interesse è a sua volta un dato e quindi non già una grandezza incognita.

Ma a parte ciò, volendo mettere da parte questo aspetto cruciale, ancora una volta il concetto di “ottimo paretiano” condannerebbe la “scienza economica” alla paralisi valutativa. Infatti un’innovazione comportante un mutamento tecnologico per definizione comporta un mutamento dei prezzi relativi (il corrispondente vettore dei prezzi) ovvero un mutamento della distribuzione delle risorse rispetto al suo assetto iniziale su cui si abbatterebbe la suddetta maledizione wittgensteiniana: qualcuno necessariamente (sia pure un solo “agente” economico) avrebbe un reddito minore a quello posseduto prima dell’innovazione, e quindi sul piano del benessere collettivo nulla si potrebbe dire circa il miglioramento, l’aumento del benessere conseguente al progresso tecnico per l’incommensurabiltà (o non paragonabilità) del grado di utilità interpersonale e quindi dell’utilità aggregata (sociale).

La “soluzione” escogitata è invero risibile. Si ricorre infatti al “residuo di Solow” che, fuori da ogni mutamento della distribuzione delle risorse tra profitti e salari, attribuisce ex post ad una non meglio identificata “produttività totale dei fattori” (conseguente il progresso tecnologico) l’aumento del PIL sulla base della mera rilevazione statistica dell’avvenuta crescita in costanza delle quote di salari e profitti sul reddito nazionale. Con ciò esorcizzando l’assenza di una teoria della distribuzione in ipotesi dinamica.

Scevra da ogni preoccupazione circa gli equilibri macroeconomici “nazionali” le imprese non hanno che da perseguire la massimizzazione del profitto secondo dettami microeconomici sicché le stesse formazioni economiche e politiche che si contendono il mercato internazionale operano come soggetti microeconomicamente orientati; e se questo produce ineluttabilmente una lotta per le migliori percormances tecnologiche – risparmiatrici di lavoro – il calo della domanda interna che ne consegue agisce da stimolo e da alibi per migliorare il risultato di abbattere ulteriormente i costi mostrando ai lavoratori “nazionali” che il loro salario, il walfare state, le garanzie della “civiltà del lavoro”, il pensionamento “precoce” non sono più sostenibili. Di qui la rincorsa al crescente cinismo con cui si tende ad abbassare il costo del lavoro al livello più basso “imposto” dal mercato internazionale da parte dei concorrenti più agguerriti. Sicché il tardo capitalismo globalizzato, come già si è detto, rinuncia alla sua missione storico progressiva, l’affrancamento tendenziale dei bisogni e dal lavoro, utilizzando revulsivamente il progresso tecnico non più per aumentare la produzione ed il monte salari, bensì per abbattere il costo del lavoro ed i redditi da lavoro.

Tradendo così la logica della massimizzazione del profitto incentrata sulla massimizzazione del “plusvalore relativo” sostituita da quella del “plusvalore assoluto”: cioè lo sfruttamento della forza lavoro ancora occupata attraverso l’abbattimento del salario monetario ( al di là del drenaggio compiuto dall’inflazione) e/o l’aumento della durata della giornata lavorativa a parità di salario nominale. Fenomeno che si va diffondendo ormai anche in Europa “patria della civiltà industriale”.[iii]

“Civiltà industriale” che si avvia progressivamente a tornare alle sue molto poco “civili” origini quanto più non è la domanda interna alle singole formazioni economiche ma quella proveniente dal mercato internazionale a sancire il “salto mortale” con cui la “merce” una volta prodotta deve realizzarsi, al fine di validare il processo capitalistico incentrato sul plusvalore e quindi sul profitto.

La ricerca della diminuzione dei costi e del lavoro in particolare con il conseguente progressivo calo dei consumi e quindi della domanda domestica, da un lato; la tendenza alla stagnazione del trend di “crescita” del reddito nazionale delle singole unità “nazionali” (appartenente all’arcipelago delle “metropoli” di eccellenza del capitalismo globalizzato) che si atteggiano sempre più a perseguire la logica di performance microeconomica, d’altro lato, è riscontrabile in alcuni fenomeni “stilizzabili”. Fenomeni che si innestano sul cruciale meccanismo che traduce l’incessante progresso tecnologico in diminuzione dei costi piuttosto che in aumento della produzione, meccanismo che viene così ulteriormente a rinforzarsi , accelerando così il “jeu de massacre” che ammette come soluzione di continuità il raggiungimento di un salario di equilibrio internazionale assestato intorno al suo valore minimo. Quello dettato dal concorrente la cui storia economica e/o il suo cinismo permette di mantenere al più basso livello possibile. Il che attualmente significa il salario cinese o indiano molto prossimo alla pura sussistenza, come era il salario agli albori del capitalismo, giustificandone l’assunto corrispondente da parte degli economisti classici (“salario di sussistenza” ).    

 

Esaminiamo i fatti stilizzati appena annunciati, cominciando da quelli che segnalano il rallentamento della vis capitalistica in termini di performance del ritmo di crescita.

Il primo fenomeno che si impone per la sua rilevanza è quello della progressiva “finanziarizzazione” del tardo capitalismo globalizzato. In termini generali per “finanziarizzazione” deve intendersi la tendenza immanente al capitalismo di ottenere profitto attraverso la riduzione quanto più possibile sino a saltarla, della fase della produzione, della creazione di valore (in realtà plusvalore) o valorizzazione del capitale. Marx la ebbe già ad individuare nella sua vivisezione del concetto di “valore di scambio” in quanto contrapposto al “valore d’uso” di una “merce”. Valore d’uso già in germe metabolizzato dalla logica del capitalismo come incidente necessario per ottenere il massimo profitto.

Chiamate rispettivamente con M e con D le due facce di una merce, ovvero nell’ordine, il suo “valore d’uso” e il suo “valore di scambio” cioè l’equivalente in moneta del valore del prodotto merce (D) e l’attitudine di quest’ultimo a soddisfare un bisogno (M) la rivoluzione epocale del capitalismo consiste proprio nell’invertire la logica dei modi di produzione che lo hanno preceduto. Lì, come nell’”ingenuo” DNA della scienza economica “ortodossa”, il processo di produzione e scambio è orientato al soddisfacimento dei bisogni ed è quindi “naturale” in tal senso: si produce merce (M) beneficiando della produttività connessa alla divisione del lavoro, per ottenere denaro (D) al fine di comprare le merci (M’) di cui si ha bisogno possedendo solo quella cui mette capo la propria specializzazione, in quantità (per ipotesi) che eccede il bisogno e quindi il consumo di ciascun produttore. Per cui il circuito economico-“naturale”- in parola può rappresentarsi con la figura

 

  

  

   
   

(I)

M – D – M’                            

   

   

dove il “valore d’uso” è all’inizio ed alla fine del processo economico nel quale il denaro è un mezzo imposto dalla divisione del lavoro e dalla possibilità di formare uno stock di riserva per mediare tra bisogni presenti e futuri in guisa di fronteggiare le cattive “annate” alternantesi con quelle “buone”. Dove la “naturalità” del processo economico è caratterizzato anche dal prevalente peso dell’attività agricola sul resto affidato alla “città”, affatto diverso da quello del capitalismo ,in quanto sussunto alla logica “rurale”. Tale naturalità rappresenta anche il “tallone d’Achille” dell’idilliaca logica precapitalistica, in quanto la natura viene vissuta passivamente, adattivamente senza che vi sia una qualche logica che spinga necessariamente ad un suo progressivo dominio. La terra è quindi contemporaneamente “madre” e “matrigna”.

 Il capitalismo inverte la logica sintetizzata nella “figura” (I), e lì consiste il suo carattere rivoluzionario e la sua “missione storica”.

Il denaro è in mano al capitalista che in quanto proprietario dei mezzi di produzione combina macchine e “lavoro libero” (liberato dal possesso dei mezzi di produzione e quindi proletarizzato) per produrre merce (M) che si valorizza (attraverso il plusvalore) in guisa da essere venduto ad un prezzo finale D’ che risulti maggiore del capitale investito all’inizio del processo.

Secondo lo schema seguente, che dà implicitamente conto della carica dinamica insita nell’accumulazione capitalistica:

 

      

  

   
   

(II)

   

   

 

 

 

D – M – D’

 

con D’>D e (D’-D)/D = saggio di profitto.

 

Tutto ciò posto e ricordato, la “finanziarizzazione” può essere rappresentata come la tendenza a passare da D a D’, senza quell’”incidente” necessario, della produzione che è però anche momento di valorizzazione (crescita) del capitale, cioè

 

      

  

   
   

(III)

   

   

 

 

 

D – D’

 

Appare così palmare come la “finanziarizzazione” la cui “ratio” è catturata per sintesi nella (III) costituisca la perdita del connotato essenziale che ha fatto del capitalismo un epocale progressivo fenomeno storico, riconosciutogli massimamente dai fondatori del socialismo scientifico che pur ne coglievano il necessario carattere transitorio (storico). Intraprendendo e seguendo per la prima volta la strada che permetteva in tendenza l’uscita dal “bisogno” attraverso il dominio (scientifico-tecnologico) della natura, il capitalismo suscitava un demone (la techné) che creava ineliminabili contraddizioni (crisi cicliche) di cui sarebbe stato possibile venire a capo ricomponendo – dopo la sua lezione – armonicamente il carattere sociale del processo produttivo con la distribuzione sociale della ricchezza prodotta, con il socialismo: una volta venuti a capo che la inedita contraddizione delle crisi cicliche (miseria nell’abbondanza) che non rappresenta altro che l’esplosione periodica di una contraddizione: produzione sociale e distribuzione secondo la logica privatistica.

 

Il teatro ove il fenomeno della finanziarizzazione trova la sua sede elettiva è la Borsa (contro cui si sono schierati i più conseguenti liberali ancorché agli estremi opposti della corrente “interventista” (Keynes) e “antinterventista” (Einaudi), la cui logica essenziale di “circo Massimo” della speculazione, rivelò a Marx il memento mori della carica progressiva del capitalismo nel senso visto.

Propagandato come il più efficiente dei mercati, la Borsa, in cui si acquistano e vendono capitali in forma meramente cartacea, che dovrebbe permettere l’afflusso di risparmio alle imprese direttamente dai risparmiatori senza la mediazione o intermediazione del sistema bancario, è in realtà il più grande Casinò del mondo dove si scommette (al rialzo o al ribasso) sulle sorti delle aziende. Di più, ove si scommette a spirale sugli esiti di tutte le scommesse che si succedono nel tempo futuro (“derivati”). La propaganda a questo punto dice che le “scommesse” fanno da sfigmomanometro  della salute economica (produttiva) delle aziende, rappresentata dai loro “titoli” (azioni e/o obbligazioni) in Borsa. La realtà, dice da sempre, che le performance economico-produttiva è il solo giudice di ultima istanza di un fenomeno che nelle sue sublimazioni cartacee in Borsa si alimenta per gran parte di se stesso. Come ebbe a dire Keynes che accumulò una fortuna in proposito, in Borsa non vince chi prevede con sufficiente approssimazione l’andamento reale delle performances economiche delle società quotate, bensì chi indovina l’orientamento della maggioranza dei “giocatori”, che è quello che determina il corso dei titoli, corso mosso, in poche parole, dall’obiettivo di massimizzare la differenza di prezzo tra ciò che si è acquistato e ciò che si vende! D-D’, per l’appunto!

Gli “animal spirits”, la “distruzione creatrice” connessa al “romantico” imprenditore tramite il quale si è prodotta “ricchezza”, tendono ad essere sostituiti dalla logica del rentier, lo “staccatore di cedole” e successivamente dei “finanzieri d’assalto”, che nel caso di Soros, il più mitico di questi tra i contemporanei; da liberale conseguente (popperiano) non cessa di criticare il “capitalismo globale” e la stessa Borsa.

I liberali di “sinistra” la cui massima figure rappresentativa è quella di Keynes dovrebbero riflettere sulla scarsa riformabilità del capitalismo: auspice dell’”eutanasia del rentier” attraverso la riduzione sino all’annullamento del saggio d’interesse (giustificato dal “regno dell’abbondanza” cui avrebe condotto il capitalismo), Keynes rimarebbe deluso dalla sua prognosi .

Da anni a livelli bassissimi in termini nominali sempre più spesso addirittura negativo in termini reali (depurato dal tasso di inflazione), il tasso di interesse nelle “cittadelle” del capitalismo patentato fa da contraltare a tassi di crescita stagnanti con livelli di disoccupazione preoccupanti che non riescono ad essere riassorbiti dalla crescita cui pur dovrebbe dar sostegno la quotidianità dello “spettacoloso” progresso tecnologico attuale.

Prima di lasciare il piano generale del fenomeno “finanziarizzazione” preme segnalare come la globalizzazione in quanto “ideologia” ovvero “falsa coscienza” operi. Non v’è notiziario televisivo, radiofonico, giornale quotidiano insieme ai molti canali televisivi specializzati operanti 24 ore su 24, che non “informi” sull’andamento dell’economia sintonizzandosi sugli andamenti borsistici. E che non mandi in onda toni preoccupati quando le Borse, chiudono in “ribasso”, assumendo toni apocalittici dinanzi a “crolli” dei titoli azionari. Ebbene in questo caso la frase canonica è quella che parla sempre di “capitali bruciati”. Qui si rivela la quintessenza dell’”economia di carta” che va prendendo via via il posto dell’”economia reale”, come segnale indubbio della finanziarizzazione del tardo capitalismo globalizzato.

Ma la “finanziarizzazione” attraverso il suo baricentro,la Borsa, non agisce solo rallentando la pulsione all’accumulazione del capitale produttivo, con quanto ne consegue sul piano della tendenza alla stagnazione. Non più solo riserva di caccia per il “grande capitale”,la Borsaattira crescenti fette della popolazione attratta dal clima di “facili guadagni”. L’incentivo non manca: la possibilità di indebitarsi a costi nulli o quasi nulli per il bassissimo costo del denaro. Va detto, peraltro, che evidentemente questa circostanza abbassa la propensione al consumo incidendo ulteriormente sul declino progressivo della domanda globale.

 Momenti essenziali della “finanziarizzazione” sono i seguenti.

Movimenti dei capitali che speculano sulle valute. Il fenomeno è imponente. La media giornaliera delle grandezze che costituiscono questa componente speculativa è un multiplo ragguardevole di tutte le riserve in valuta delle banche centrali di tutto il mondo che, quand’anche mosse da un’unica volontà di intervento, nulla potrebbero fare per arginare il fenomeno in questione.[iv]

Naturalmente oltre che sulla valuta i capitali in questione speculano in Borsa, annichilendo la componente non speculativa degli investitori (“cassettisti”) che detengono titoli solo in vista dei dividendi o degli interessi che rispettivamente vengono distribuiti ai detentori di azioni e obbligazioni sulla base dei risultati di bilancio delle società. Non a caso questa componente “sana” di risparmiatori-investitori è definita “parco buoi” per il suo ruolo del tutto passivo e sacrificale cui è soggetta in seguito alle grandi manovre speculative.

E’ lapalissiano che questa imponente massa di capitale speculativo che si muove nel breve e nel brevissimo termine è sottratta ad ogni uso “produttivo” e quindi all’economia reale (in quanto distinta dall’”economia di carta”) ad alla sua crescita.

All’interno della logica “improduttiva” della finanziarizzazione sono da cogliere due componenti in realtà interfacciate.

Le “merger acquisitions” e la “valorizzazione del capitale per gli azionisti”. Si tratta in realtà della “finanziarizzazione” delle strategie microeconomiche aziendali che trovano il loro principio ispiratore nella scandalosa (economicamente e non solo eticamente) pratica delle “stock options”, entrate a far parte della parte “variabile” dei “salari”(!) dei managers di ultima generazione. In base a tale pratica questi ultimi vengono pagati anche con quote azionarie delle società da loro amministrate. Sicché obiettivo non secondario risulta essere quello di attuare tutte le iniziative in grado di massimizzare il corso delle azioni, che quanto più si dissociano in eccesso dai risultati reali di bilancio tanto più permettono di guadagnare vendendo in Borsa le azioni possedute dai vertici aziendali delle società quotate (il paradigma è quello del caso Enron). Tra le “strategie” attuate dai superpagati managers per aumentare il corso delle azioni delle imprese da loro dirette v’è quello del riacquisto delle azioni con l’indebitamento delle imprese stesse con il settore del credito.

 Ciò detto tra le iniziative o strategie aziendali cospiranti con l’obiettivo appena menzionato svolgono un ruolo non secondario quelle delle “merger acquisitions” e della “valorizzazione del capitale” per gli azionisti”: entrambi essenziali sul piano del potenziale di crescita delle imprese e quindi dell’intera economia.

Le “merger acquisitions” consistono nella fusione di due o più società in una sola attraverso il consenso delle parti interessate. I settori in cui le società oggetto di fusione operano possono essere diversi o i medesimi (integrazione verticale od orizzontale, rispettivamente). Questo tipo di operazione implica un accresciuto potere di mercato da parte della nuova società rispetto alla situazione pre-fusione e quindi rappresenta in re ipsa una premessa e promessa per più alti profitti e quindi dividendi per gli azionisti. Poiché non comporta novità sul piano delle tecniche produttive in senso stretto, a tale pratica si associano “razionalizzazioni” aziendali, tese ad accentrare funzioni aziendali prima seperate ed ora accorpabili, creando così “eccessi” di personale, di per sé comportanti diminuzione di costo (“downsizing”). E ciò da solo costituisce una fonte di aumento del profitto, apprezzato in Borsa. Il risultato è dunque duplice: con l’aumentato potere di mercato o “grado di monopolio” diminuisce l’esigenza dell’aumento dei livelli produttivi compensabile con la politica dei prezzi e diminuisce l’occupazione. Sia dal lato dell’offerta che da quello della domanda il fenomeno è evidentemente cospirante con esiti stagnazionistici a livello macroeconomico. Principalmente sul lato dell’offerta agisce inoltre in tale direzione l’esigenza di “creare valore per gli azionisti” già menzionata, le cui conseguenze passiamo ad esaminare e che evidentemente può prescindere dalla “filosofia” delle “merger acquisitions” per essere perseguita ed attuata.

Ebbene “creare valore per gli acquisti” (shareholders value) significa in poche parole tendere a massimizzare il corso delle azioni attraverso la distribuzione di generosi dividendi che sono possibili sottraendo dai profitti risorse altrimenti destinabili agli investimenti. L’esito è il sacrificio sull’altare del breve periodo di ogni possibilità di crescita che eccede tale orizzonte temporale: di qui gli effetti di stagnazione tendenziale a livello[v] micro e macroeconomico che ne discendono, non dimenticando che sullo sviluppo di medio-lungo periodo delle aziende viene a pesare anche il rimborso degli imponenti indebitamenti con cui i managers hanno provveduto al riacquisto delle azioni delle rispettive imprese al fine di alimentarne l’appetibilità per il “parco buoi” e realizzare al meglio le loro “stock options”.

Un altro imponente fenomeno che caratterizza le “metropoli” del capitalismo avanzato e che va ad incidere significativamente sulla stagnazione tendenziale delle sue capacità di crescita è quello della delocalizzazione. La crescente difficoltà ad affidare alla sola innovazione tecnologica la lotta di concorrenza sul mercato internazionale, fa si che un numero significativo di aziende trasferisca i suoi impianti e/o ne apra dei nuovi nelle regioni meno sviluppate del mondo dove il costo della forza lavoro risulta decisamente inferiore a quella “nazionale” ed in guisa tale da superare tutte le difficoltà ed i rischi degli investimenti fuori della “madrepatria”. Infatti un maggior flusso di immigrati da tali regioni non risolverebbe il problema, specie per le “grandi imprese” che per la loro maggior trasparenza sarebbero costrette ad assimilare i salari della forza lavoro immigrata e quelli vigenti all’”interno”. Gran parte, infatti, di quel minimo di immigrati clandestini che riescono a rompere le maglie delle frontiere del ricco-Occidente è preda dell’”economia sommersa” dove prevale la piccola industria o l’attività agricola stagionale insieme al settore dei servizi personali, come il lavoro domestico, dove più facile è il “lavoro nero” con l’assenza di ogni tutela per i lavoratori. Inoltre la “democrazia” che fa da contraltare istituzionale ai paesi a “capitalismo maturo” pone dei limiti di “popolarità” per i governi che devono in qualche modo contenere i flussi delle immigrazioni onde non concedere troppi favori elettorali ai movimenti xenofobi, prontamente nati per cavalcare le paure innescate dalla “guerra tra i poveri”: disoccupati e precari in aggiunta ai benpensanti di sempre avvertono come minaccia la presenza di stranieri sul suolo patrio che porterebbero via lavoro ai “padroni di casa”[vi].

Non cogliere il fatto che la delocalizzazione è per gran parte l’altra faccia della deindustializzazione che affligge i sistemi economici a capitalismo “avanzato” sarebbe sbagliato. Innanzi tutto la deindustrializzazione va connessa all’evidenziato declinarsi delle innovazioni (progresso tecnico) in direzione della diminuzione dei costi piuttosto che in aumento della produzione a costi costanti. Non a caso infatti la perdita di posti di lavoro riguarda prevalentemente la grande industria dove il progresso tecnico per lo più si concentra, dove quindi più marcato è il “Baumol effect”. In secondo luogo sono le imprese più piccole che costituiscono l’indotto delle imprese più grandi, che proprio perché sono meno orientati all’innovazione che ha costi rilevanti, sublimano tale mancanza con la delocalizzazione che comunque costituisce un abbattimento del costo del lavoro che ha un’incidenza maggiore per il minor rapporto capitale/lavoro che le caratterizza.

V’è pertanto un “effetto rete” che presiede al legame deindustrializzazione/delocalizzazione.

Volendo restringere alla sola Italia lo sguardo, si apprende che nel 2003[vii] erano 5643 le imprese con partecipazioni o con completo controllo degli investimenti localizzati all’estero che hanno dato luogo a 1.147.000 posti di lavoro che rappresentano il 5,2% del totale degli occupati in Italia. Sottraendo quest’ultima cifra al tasso di disoccupazione reso pubblico nel settembre 2004 cioè l’8,9% si ottiene un tasso del 3,7% che è molto prossimo a quello che ci si accontentava di assimilare alla piena occupazione, prima che la sbornia neoliberista cominciasse il suo jeu de massacre; insomma nel recente passato, dove gli economisti erano “tutti keynesiani”!

E’ fondato rubricare tra i fattori che cospirano alle tendenze stagnazioniste delle aristocrazie del capitalismo il duplice fenomeno delocalizzazione/deindustrializzazione. Ciò che va evidenziato riguarda come ancora una volta l’ottica microeconomica che informa la fede neoliberista sui “miracoli” della globalizzazione infici pesantemente i suoi esiti macroeconomici in relazione al fenomeno in esame. La deindustrializzazione/delocalizzazione depotenzia la capacità di accumulazione del capitale nel tempo nei contesti relativi. Ma ciò non solo, del tutto perniciosamente la delocalizzazione si rivolta contro gli interessi economici della madrepatria per così dire due volte. Infatti l’investimento delocalizzato oltre a sottrarre occupazione nel paese d’origine e quindi domanda, poiché va ipotizzato come “efficiente”, risulterà concorrenzialmente vincente rispetto alle aziende che non hanno delocalizzato conservando i loro impianti produttivi in “madrepatria”. Questa importerà dall’impresa dal capitalista connazionale che ha trasferito la sua azienda all’estero ciò che prima esportava. Ciò abbasserà il PIL di pro tanto provocando nuova disoccupazione e ulteriore carenza di domanda interna. Inoltre, proprio perché congetturalmente “efficiente”, l’impianto delocalizzato troverà sede opportuna in una regione che dia ampia garanzia di permanere in condizione almeno di relativo sottosviluppo per un sufficiente lasso di tempo. Se così non fosse l’investimento all’estero in esame sarebbe privo di una razionale valutazione sul medio lungo periodo, che è quello su cui va programmato una volta concepita ed attuata la delocalizzazione stessa. Dunque esiziale per la madrepatria, dove il fenomeno della delocalizzazione ha un significativo impatto aggregato (molecolare), l’investimento all’estero non è che una goccia nell’oceano del mondo sottosviluppato dove è destinato ad insinuarsi una logica di “enclave”: non mancando certo una vasta mappa geografica che assicuri un effetto insignificante (atomistico) sul territorio economico della nuova localizzazione produttiva.

Qui si rintraccia un ruolo del tutto passivo per il mondo sottosviluppato che il nostro quadro analitico ha fondatamente escluso dall’analisi che stiamo compiendo circa la tendenza dell’economia globalizzata tra gli attori più fortunati della globalizzazione. Ruolo che per un altro essenziale verso non li esclude dalla recita della grande tragedia annunciata.

Per ultimo e più importante tra i fattori che sostengono la nostra tesi circa la stagnazione tendenziale che attende le economie capitalisticamente più forti che animano il processo di globalizzazione,quelloche riguarda una delle condizioni che definiscono il quadro “istituzionale” (“normativo”) in cui la globalizzazione si inserisce concretamente. Si ricorderà cha a tal proposito abbiamo accennato alla “deregulation” che insieme alle politiche antitrust e alle politiche anti-immigrazione è l’unico elemento di regolamentazione ammesso dalla filosofia economica neoliberista.

Come vedremo, trattando l’argomento in questione avremo la cifra inequivoca della pochezza scientifica e quindi del carattere prevalentemente ideologico (“falsa coscienza”) svolto dalla scienza economica che domina nelle università (il minuscolo è storicamente appropriato) e quindi nei media di tutto il mondo. La parola d’ordine “deregulation” è uno dei pilastri dell’offensiva neoconservatrice inaugurata in Occidente dall’amministrazione Reagan e del governo Tatcher come reazione, a lungo preparata, all’epoca keynesiana che ha caratterizzato la politica e la filosofia economica del secondo dopoguerra sino allo scoppio della stag-flazione nel 1973-74 intutti i paesi “industrializzati”. Allo stato interventista –ispirato dai principi keynesiani dell’insufficiente e difettoso meccanismo del laissez-faire nell’assicurare l’”equilibrio di piena occupazione” e nel prevenire il periodico “scandalo pubblico” della “miseria in mezzo all’abbondanza” delle crisi cicliche – venne ascritta la causa di quella nuova forma di “peste economica”che combina il paradossale (per la scienza economica) connubio di inflazione e disoccupazione (stag-flation). Disconoscendo i “trent’anni gloriosi” (Furastier) di crescita e stabilità della “regolazione” statale anticiclica, venne rilanciato in forme poderose e superficiali il credo smithiano circa i “miracoli” della “mano invisibile” nell’assicurare le “naturali” armonie del libero mercato (laissez-faire) e del libero commercio (free-trade) sul piano internazionale, dell’iniziativa privata (individualismo) e dell’anatema antimercantilista (mercantilismo come dottrina dell’intervento pubblico nell’economia e del protezionismo) sferrata da Smith nel suo “La ricchezza delle nazioni” del 1776.

Alla “regolazione” keynesiana dell’economia si contrappone quindi la “deregolamentazione” (deregulation), che si sostanzia nell’affidare ai privati tutto ciò che sin lì era stato direttamente o indirettamente affidato alla “mano pubblica”. Compresi evidentemente i “monopoli” statali in settori dove la stessa scienza economica ortodossa, nei manuali utilizzati nei templi USA dell’ortodossia neoliberale e prontamente tradotti e diffusi in tutto il mondo pur dopo la svolta reaganiana e tatcheriana ,concedeva interi capitoli dedicati ai “fallimenti del mercato”.

Dunque le politiche “antitrust” ovvero “antimonopolistiche” tese a ridare al “libero mercato” ciò che gli era stato fondatamente sottratto sono ingredienti essenziali della filosofia della “deregulation”: la libera concorrenza risultando la più “efficiente” e quindi la più “produttiva” forma di mercato deve essere l’unica formula su cui fondare i presupposti di una crescita ininterrotta e dispensatrice di maggior benessere per tutti.

Di qui lo smantellamento progressivo, le “privatizzazioni” delle attività economiche controllate dallo stato in forme monopolistiche da consegnare alla “superiore” logica della libera concorrenza. Smantellamento ancora in atto in misura più o meno ampia nei diversi contesti delle formazioni capitalisticamente “avanzate”.[viii]

Orbene quel che la “giaculatoria” deregulation non tiene a mente e con essa i cattivi “consiglieri del principe” che ne rappresentano l’alibi scientifico, è solo e semplicemente che il supposto interesse del consumatore (nuovamente!), che dovrebbe beneficiare della diminuzione dei prezzi di monopolio grazie alla concorrenza che subentra ai “prezzi amministrati”, in quanto percettore di reddito sarebbe condannato a vivere in una economia stazionaria. Cioè un’economia che non cresce; e ciò proprio nel momento ideale in cui la libera concorrenza dovesse raggiungere il suo massimo teorico. Infatti, quanto più la concorrenza è forte e quindi tanto meno dura la fase monopolistica che permette all’azienda innovatrice di accantonare risorse sottratte al suo profitto per ampliare in futuro la scale produttiva, tanto più esigui saranno gli accantonamenti per nuovi investimenti e per la stessa ricerca (ricerca e sviluppo, R&S) presupposto della stessa innovazione. Tutto ciò è tanto più vero a seguito delle attuali strategie aziendali incentrate sulla “creazione di valore per gli azionisti” in precedenza discusse.

Orbene, in un sistema economico dove non si ha più tendenzialmente innovazione la libera e perfetta concorrenza conduce inesorabilmente all’azzeramento del profitto e con esso della stessa possibilità di nuovi investimenti dando luogo ad una situazione di Kreislauf (Schumpeter) ovvero di flusso circolare di un reddito nazionale costante. E ciò in un’economia “chiusa”. Nel mentre molto più tragici sono gli esiti in ipotesi di un’economia “aperta”, ovvero che concorre senza alcuna protezione al “free trade” sul mercato internazionale. Free trade (libero scambio) che altro non è che la declinazione sul piano internazionale del principio del laissez-faire sul pian interno. In tale scenario l’unica arma per resistere alla competizione sarà quella di abbattere progressivamente il costo del lavoro (unica variabile su cui si può incidere dall’interno, visto che materie prime e macchinari hanno per ipotesi prezzi stabiliti sul mercato internazionale delle merci. Di qui il rinforzarsi del perverso circolo vizioso che spinge alla ulteriore globalizzazione; cioè alla ricerca di sbocchi esteri per il venir meno della domanda interna. Ma ciò è vero per tutti i competitori del capitalismo “avanzato”, che devono quindi puntare sulla diminuzione del costo del lavoro “nazionale”, e così via sulla strada che conduce inesorabilmente alla stagnazione dell’economia globale. Di qui l’invocazione continua alla “flessibilità” del lavoro, storicamente così condannato a cedere quanto aveva sin qui strappato alla sua condizione di merce, come agli albori del capitalismo. Merce (materie prime, macchinari, ecc.) che ha la caratteristica di valere esattamente il suo costo di riproduzione.  Costo di riproduzione che nel caso della forza lavoro coincide con la pura sussistenza (quel tanto cioè che permette la pura sopravvivenza fisica). Insomma: “merce eri e merce tornerai ad essere”, questo in buona sostanza si cela dietro gli appelli alla “flessibilità”.

Di bel nuovo ci siamo dunque imbattuti nella spirale che conduce alla tendenziale stagnazione nelle “metropoli” del capitalismo globale: offerta via via costretta a perdere impeto dinamico e domanda interna decrescente per via principalmente della diminuzione dei consumi legati alla sempre maggior “flessibilità” del lavoro. Con la prospettiva di un salario di equilibrio internazionale imposto dal concorrente che può permettersi (per motivi storici, politici) di pagare il minimo salario rispetto ai suoi avversari di (“libero”) mercato, come abbiamo già visto. Alla lunga, infatti, la mobilità dei capitali (delocalizzazione/deindustrializzazione) si farà beffa dell’ultimo residuo protezionistico in epoca di globalizzazione), cioè la non libera circolazione internazionale del lavoro (politiche anti-immigrazione). Ci vorrà solo più tempo. Si tratterà infatti di far si che sia la “montagna ad andare da Maometto” piuttosto che il contrario, evidentemente richiedente meno tempo. Mai così opportuna è stata la metafora islamica appena utilizzata, una volta che la “globalizzazione” attraverso il suo miope braccio armato sta incrementando i suoi articoli di fede, convincendo l’Occidente che la globalizzazione è anche una “guerra di civiltà” (contro quella mussulmana), compresa l’esportazione della democrazia con le bombe e i missili.

E’ naturalmente sconcertante che l’ultimo aspetto esaminato della ricetta in cui si sostanzia il retroterra “scientifico” della globalizzazione, quello delle politiche antitrust di cui la deregulation è ingrediente essenziale, sia sostenuto in spregio ad uno dei poche snodi teorici in cui sia possibile per la “Economia Politica” di raggiungere risultati incontrovertibili. Non meno sconcertante, anzi terrificante è il fatto che quanto abbiamo evidenziato circa il significato ultimo di una situazione di libera concorrenza in mancanza di innovazioni deriva dall’insegnamento di quello che oltre ad essere uno dei più grandi economisti di tutti i tempi non è mai stato battuto da altri in termini di orientamento conservatore: J. A. Schumpeter. Ci sono tutti gli elementi per far tremare le vene ai polsi: cosa attenderci da mediocri e beceri “consiglieri del principe”? Specie in una fase storica dove non c’è “principe” che non sia un seguace del “fondamentalismo di mercato”, tanto più tale quanto più a “sinistra” si deve fugare il sospetto di provenire da una cultura “dirigista”, statalista, “comunista”, rimproveratagli, con il successo decretato dallo “spirito dei tempi”, da oppositori di “destra”.

 

 

1 – La falsa eccezione dell’economia USA.

 

Dobbiamo ora affrontare il tema della falsa eccezione della crescita dell’economia USA rispetto alla tendenza alla stagnazione già manifestatasi in Giappone, dove dura da undici anni, e nell’”area euro” in cui il fenomeno sta per esaurire il suo quarto anno di durata.

Va innanzi tutto ribadito che negli Stati Uniti la crescita in atto risponde alle caratteristiche della jobless growth: durante l’Amministrazione Bush (figlio) l’economia ha superato la media del 3,1% del decennio 1990-2000 registrando però una perdita di 1.600.000 posti di lavoro. Nonostante la premiership della sua eccellenza capitalistica, che la vede primeggiare tra le potenze economiche nella classifica della dimensione e del numero delle imprese multinazionali ed ancora al primo posto per quanto riguarda l’indice di “competitività globale” nonché nelle percentuali delle esportazioni sul totale mondiale delle partite visibili e invisibili, a parte l’intermezzo della presidenza Clinton, sia nel periodo che ha inaugurato la reazione neoliberale iniziata con Reagan (reaganeconomics), sia nella nuova stagione repubblicana di Bush” padre” e massimamente in quella di Bush junior, gli Stati Uniti hanno assistito all’evidenziarsi del fenomeno così detto dei “deficit gemelli” che riguarda sia il deficit della spesa pubblica che quello della bilancia commerciale. Se quest’ultimo, ancorché persistente,trova compensazione nell’afflusso di capitali (Nel 2000 la capitalizzazione di mercato USA era di 15.104.037 milioni di dollari ovvero quanto raggiunge la medesima grandezza della capitalizzazione dei mercato dei 21 paesi sommati tra loro che li seguono nella classifica mondiale)[ix] è il costante deficit della spesa pubblica in USA che ha raggiunto nel 2004 il più alto livello a partire dal secondo dopoguerra (intorno al 6% del PIL nel 2004). Che equivale ( scriviamo nel settembre 2004) ad un debito per abitante di oltre 450.000 dollari. Ai quali vanno aggiunti circa 85.000 dollari pro-capite di indebitamento della popolazione degli Stati Uniti, indebitamento che è l’altra faccia di una altissima propensione al consumo, altro pilastro della crescita USA, con quanto ne consegue sul piano del risparmio e degli investimenti.[x]

Ora lo stratosferico livello di tale debito pubblico rappresenta la più eclatante difformità alle regole imposte dal “Washington consensus”, assolutamente ferree e inevadibili nei giudizi e nelle misure che il Fondo Monetario Internazionale (dove gli USA dominano) emette ed applica al resto del mondo. Rappresentando una oceanica negazione di uno dei dogmi neoliberisti: il pareggio del bilancio statale che se non rispettato implicherebbe una distorsione (crowding out) delle regole del libero mercato o dell’efficiente allocazione delle risorse, equivalendo la corrispondente spesa statale in deficit ad interventismo statale nell’economia. Tanto più invadente quanto maggiore è il deficit.

Insomma gli USA vero tempio del credo neoliberista e delle sue regole, le evade platealmente, predicando laissez-faire e deregulation, praticando di fatto, in essenza, la vituperata economia keynesiana. Tra l’altro con sfacciate e periodiche, quanto accorte, operazioni di “salvataggio” del sistema finanziario e del credito.[xi] Naturalmente la spesa statale a stelle e strisce non è certo orientata al Welfare State, ma alle spese militari che da sempre, con l’esigenza di trovare un nemico di turno da cui difendersi, rappresenta un ottimo alibi ideologico per attuare di fatto una politica economica pronta a soccorrere la congiuntura. Già il Nobel James Tobin e J. K. Galbraith durante la “reaganeconomics”, che ha rappresentato la fonte battesimale della rivincita neoconservatrice in Occidente, ebbero a parlare di “quel  keynesiano di Reagan”.[xii]

Ecco spiegata e con facilità la ragione che fa degli USA una falsa eccezione alla tendenza alla stagnazione del capitalismo dei paesi avanzati nell’ambito dello scenario della globalizzazione. Il sostegno alla domanda globale che è stato artefice della prolungata e “felice” stagione keynesiana, orientata alla regolazione statale con misure anticicliche, continua – pur con tutti i suoi limiti teorici – a dispiegare i suoi benefici effetti nella Mecca della reazione antikeynesiana. Stoltamente, non v’è commentatore “ufficiale” e politico di professione che dimenticando questo “piccolo particolare” non continui ad indicare gli USA alle reprobe “nazioni” come la strada da seguire applicando fino in fondo la ricetta neoliberista di cui gli USA rappresenterebbero con la loro performance di crescita il paradigma, l’esempio per tutti. Così l’UE, con i vincoli di Maastricht che si è data, rappresenta davvero un triste caso di vassallaggio culturale ed ideologico, sganciando inoltre la sua Banca Centrale – a differenza di quella federale americana – da ogni altro compito che non sia quello della stabilità del potere d’acquisto dell’euro. Euro che certamente ha imposto dei criteri di armonizzazione delle politiche di bilancio ai paesi che la compongono, criteri che però non necessariamente devono adeguarsi, del tutto masochisticamente  ai dogmi della dottrina neoliberista. Ai quali non si adegua minimamente la stessa patria di tale dottrine. E’ certamente vero che l’agricoltura nell’ambito della UE beneficia di misure di sostegno e protezione che la pongono al riparo per larghissima parte dalla concorrenza internazionale. Ma ciò non è meno vero per i farmers statunitensi; sicché occorre tener conto di questa anomalia alle regole della globalizzazione che in realtà implica esigenze di ordine sociale (equilibrio tra “città” e “campagna”, ambiente, ecc.) che per gran parte trascendono il mero peso specifico, del tutto trascurabile, dell’agricoltura stessa nella formazione del PIL per entrambe le due sponde dell’Atlantico (si tratta nel 2000 del 1,5% in USA e del 2% nell’area Euro).

Naturalmente anche nella UE, in generale, è dato riscontrare la presenza di deficit nei bilanci statali. Ma il fenomeno è per gran parte retaggio del Welfare State in via di progressiva liquidazione. Come segnala la tendenza alla diminuzione del trend di tale voce, in aderenza alle severe norme di Maastricht, che in ogni caso fanno registrare valori di tale deficit, in media, decisamente inferiori dell’omologa grandezza nell’ambito dell’economia USA.  Va comunque segnalato che negli USA, in piena sbornia neoliberista, la spesa statale complessiva ha contribuito per il 10-15% alla crescita, nel mentre in alcuni periodi degli anni 2000 questa componente ha superato il 60%.

La circostanza è degna di nota nell’ambito della nostra impostazione che, come abbiamo visto, non considera l’eventualità di una riedizione della classica “crisi” di sovrapproduzione (assoluta). I governi di tutto il mondo sono ben consapevoli che Keynes è utilizzabile per socializzare le perdite, quando le cose vanno male, per affossarlo al fine di privatizzare i profitti, quando la congiuntura volge al meglio e si possono decantare le “virtù” delle ricette neoliberiste. Per le quali un solo vincolo non viene mai meno, quello di considerare il profitto una “variabile indipendente” che va salvaguardato in ogni circostanza, costi quel che costi la coltivazione contemporanea della paranoia del “fondamentalismo di mercato”e della schizofrenia, lì dove si pratica di fatto interventismo economico, quando occorre ed in modo anfibio grazie agli apparati orwelliani di “controinformazione”.

In ogni caso il demone della globalizzazione una volta suscitato non può facilmente essere esorcizzato. Le forze che esso evoca spingono, come abbiamo visto, verso un esito fatalmente stagnazionista per le economie a capitalismo avanzato. Il ruolo giocato dagli outsiders  Cina e India, et similia su scala minore, come passiamo a vedere, è destinato a rinforzare la suddetta tendenza.

 

 

 

2 – Cina (e India) nel quadro della dinamica della globalizzazione.

 

Si fa un gran parlare dello spauracchio “Cina” in tutto il mondo sviluppato per fa venire a” più miti consigli” i lavoratori e per risvegliare gli assopiti “animal spirits” degli imprenditori ancora restii a delocalizzare le proprie industrie o ad attrezzarsi per l’accresciuta competitività. Certamente da quando sembra coniugare socialismo, laissez-faire e free trade il gigante “dragone” registra strabilianti tassi di crescita: 9,1% medio annuo del PIL nel periodo 1990-2000.

In seconda battuta, sulla stessa lunghezza d’onda, si cita l’India, da quando, pur attraverso varie tappe, ha cessato di essere il più grande esempio di economia autarchica del mondo. Nel periodo 1990-2001 il tasso di crescita del PIL è stato del 5,9%.

In entrambi i casi la conversione ai precetti del neoliberismo ha coinciso con l’esigenza di venir fuori da modelli di sviluppo insufficienti ad accorciare in modo significativo il gap con le “metropoli” del capitalismo. Modelli che pur avevano sin là assicurato uno stabile sentiero di crescita.

Durante il periodo maoista (1950-1980) la Cinaaveva fatto registrare un tasso medio di crescita del PIL per quel trentennio del 6,2%. Mentre il “tasso di crescita indù” del PIL per lo stesso lasso di tempo è stato del 3,5%.[xiii]

Non è qui il caso di affrontare i particolari delle due esperienze precedenti il debutto nella globalizzazione dei due immensi paesi. Ciascuno richiederebbe molto più di una voluminosa monografia. Tutt’ora l’inserimento della Cina e dell’India tra i soggetti attivi e omologati alle regole della globalizzazione è per molti versi forzoso, visto il ruolo dello stato nelle rispettive economie. Quel che ci preme evidenziare riguarda un tratto comune: Cina ed India hanno puntato su una opportunità offertagli dal mercato internazionale globalizzato, nei confronti del quale il loro rispettivo costo del lavoro faceva e fa premio. Di qui l’opzione per una strategia che puntasse ad un modello incentrato sulle esportazioni, che avrebbero assicurato un aumento della “capacità di importazione” in grado di rendere disponibile un surplus non altrimenti assicurato dal ritmo di acccumulazione sin lì ottenuto, insieme ad una più veloce “modernizzazione” delle rispettive strutture economiche. Non va dimenticato quel che abbiamo individuato come un “paradosso”: il fenomeno del commercio mondiale cresciuto più velocemente del reddito mondiale. Fenomeno che ben si è prestato alla scelta strategica di un modello incentrato sulle esportazioni. Peraltro già sperimentato dalle “tigri asiatiche”. Così come non va trascurato quel che c’è di vero nella teoria del “ciclo del prodotto”: l’opportunità di imitare a costi concorrenziali da parte di “regioni” economicamente “arretrate” processi produttivi che hanno raggiunto nei paesi “avanzati” lo stadio della “maturità”. Evidentemente una tale strategia ha il suo punto debole: la dipendenza dalla domanda e quindi dalla crescita del “resto del mondo” (estero). Rappresentando l’estero opulento, come si ricorderà, l’unica fonte di domanda per beni altrimenti sostanzialmente privi di mercati significativi nel contesto di sistemi economici con basso livello di sviluppo assoluto. Da tal ultimo punto di vista va sottolineato come la Cina sia appena sopra la linea della povertà individuata convenzionalmente con 2$ al giorno pro capite, raggiungendo la cifra di 2,43$. Nel mentre l’India sta al disotto di tale linea di povertà assestandosi a 1,26$.[xiv]

Per valutare meglio il livello di estrema arretratezza assoluta della Cina è utile il seguente calcolo. Prendendo il reddito (lordo) nazionale pro capite della Malesia nel 2001 e cioè 3640 dollari, cifra che è la più bassa tra il medesimo dato delle altre “tigri asiatiche”, alla Cina che sempre nel 2001 aveva un reddito (lordo) nazionale pro capite di 890 dollari, mantenendo lo straordinario ritmo di crescita del 9% sarebbero occorsi tra 16 e 17 anni per raggiungere il grado di sviluppo malesiano (cioè meno di 1/5 di quello italiano “ufficiale” alla stessa data).

Ma a parte tali fondate congetture, il limite più significativo e certo ad uno sviluppo dell’economia cinese autocentrato e cioè indipendente dalle esportazioni e quindi dalle importazioni di tecnologia avanzata, va trovato nel diverso retroterra storico-economico con cuila Cinaa differenza delle “tigri asiatiche” ha optato per il modello di sviluppo incentrato sulle esportazioni.

Ebbene le “tigri asiatiche” hanno beneficato dell’esperienza giapponese che ha avuto il suo perno in un imponente dirigismo statale, nella pianificazione delle migliori modalità con cui intraprendere la scelta di quel modello. Ciò ha significato, tra l’altro, l’approntamento di tutte le infrastrutture materiali e immateriali (ricerca, formazione, servizi ecc.) necessarie a sostenere sia intensivamente che estensivamente nel resto dei contesti nazionali la strategia prescelta.[xv]

Ciò si inseriva senza contraddizioni in un panorama internazionale nel quale l’interventismo statale non rappresentava una eccentricità bensì la norma.

Per la Cinale cose non stanno così. L’adesione al WTO e quindi alle regole del gioco del free trade impongono l’uscita dello stato dal mercato. E poiché ciò avviene senza che vi sia stata la necessaria “accumulazione primitiva” che in senso lato ha contraddistinto l’esperienza delle “tigri”, ciò connota la versione cinese del modello di sviluppo incentrato sulle esportazioni di una particolare fragilità e vulnerabilità. Né la soluzione può essere rappresentata dagli investimenti stranieri che evidentemente riguardano nicchie al riparo da effetti imitativi in loco. La precedete pianificazione cinese non è stata infatti finalizzata alla successiva opzione “liberista”.

Diverso è il caso dell’India ma non certamente in un senso più favorevole ad uno sviluppo autocentrato e meno legato alla “capacità d’importazione”. Qui le complicazioni sono di ordine politico e sociale per gli interessi non convergenti tra borghesia urbana e quella rurale; senza contare la questione religiosa ed il potere della vasta tecnocrazia statale. Peraltro la forma democratica del subcontinente in questione si accompagna a lotte popolari contro le multinazionali e gli stessi partiti politici non sono uniformemente e definitivamente filoliberisti.

Tornando alla Cina ed alle difficoltà che sorgerebbero con un affermarsi delle entrate legate alle esportazioni, va tenuto conto che la straordinaria performance di crescita cinese riposa su un modello di sviluppo fortemente sbilanciato. Innanzi tutto per essere territorialmente estremamente circoscritto alle province marittime del sud-est. Si pensi in tal senso che la disparità dei redditi tra le zone più povere (Tibet) e quelle più ricche (Shangai) è di 1 a10 ad inoltre che nel 2000 inagricoltura si concentrava il 65% dell’occupazione con un contributo dell’agricoltura stessa alla formazione del PIL del 16,3%. Questo significa in buona sostanza che stante il basso livello del reddito pro capite questa grandezza è decisamente più bassa nelle campagne cinesi, che sono dunque ancor meno in grado del supersfruttato proletariato e del crescente sottoproletariato urbani di offrire sbocchi in alternativa alle esportazioni. Esportazioni che si dirigono (sempre con dati del 2000) per circa il 21% negli USA che a loro volta esportano circa la metà di questa cifra in Cina che ha un tasso di apertura al mercato mondiale di circa il 45% (                         ). Sicché per gran parte le esportazioni cinesi sono sostenute dalla domanda USA ovvero da una componente del suo deficit commerciale che è destinato ad allargarsi allo scoccare del 1° gennaio 2005; data che porterà alla completa liberalizzazione delle importazioni di tessili dalla Cina che si calcola che solo in USA porterà ad una perdita di 700.000 posti di lavoro (Repubblica, 17/10/04 pag. 13: F. Rampini, Il made in China ci rovina questa è concorrenza sleale) e di 30 milioni di posti di lavoro fuori dai confini dell’Impero Celeste.

Poiché i “deficit gemelli” USA dovranno prima o poi essere appianati (al di là del fatto che i debiti non possono alimentarsi all’infinito, va considerata l’enormità del fenomeno ovvero la circostanza che il sostegno a tali deficit mobilita l’80% del risparmio mondiale, la qual cosa costituisce un altro dei motivi che concorre alla stagnazione europea e giapponese), ciò significa che la falsa crescita statunitense non potrà che sboccare nella sottostante tendenza alla stagnazione, con quanto ne consegue sulle sorti della crescita cinese che verrebbe fortemente ridimensionata. A tal proposito va considerato che gli USA fungono da locomotiva dell’economia mondiale tutta e pertanto un loro ridimensionamento in tal senso implicherebbe anche l’UE e le sue già sostanzialmente stagnanti performances di crescita. UE che assorbiva (sempre nel 2000) il 15,1% dalle esportazioni cinesi.

Per l’India, su scala minore, vale quanto visto a proposito della Cina alla luce di un suo minore grado di apertura al mercato mondiale (nel 2000 era di circa il 18%) compensato però dalle complicazioni già accennate.

Naturalmente quanto appena detto ha una sua qualche validità a parità del quadro geopolitico attuale. Se la Cinadovesse acquisire un ruolo centrale in Asia orientale, tenuto conto dell’enorme sviluppo dei suoi scambi con l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean), assorbendo in questa logica il Giappone, le tendenze in atto potrebbero essere completamente diverse. Specialmente se si tiene nel dovuto conto che in prospettiva la Cinalungi dal puntare sul solo basso livello dei salari –che il regime sedicente “comunista” può contenere al di fuori di ogni dinamica di crescita “democratica”-  raccoglierà i frutti dei sui crescenti livelli di investimento nella ricerca e nel progresso tecnologico.  Ma ciò significherebbe un mutamento del baricentro dell’economia internazionale che sostituirebbe l’Occidente a favore del Sud-Est, ed il tramonto dell’egemonia USA a livello mondiale. E ciò non sarebbe certamente vissuto passivamente da parte dell’unico arbitro dello status quo geopolitico della Terra e della sua “invincibile armata”: l’”impero americano”.

 

Un accenno meritano le cosiddette “Tigri asiatiche”. Come opportunamente ci ricorda E. Todd,[xvi] per poter offrire sbocchi significativamente alternativi alla declinante domanda interna dei paesi OCSE, questo insieme di paesi, che hanno anticipato la Cina nel cogliere la chance offerta dal rapido sviluppo degli scambi internazionali, dovrebbero avere un retrostante sistema economico “una cinquantina di volte” più grande. Le più sviluppate tra le “tigri” sono infatti Hong Kong, Singapore, Taiwan, Corea del Sud, Malesia[xvii] con i seguenti livelli (dati del 2000) di reddito pro capite, numero di abitanti e PIL (e tra parentesi il posto che occupano nella graduatoria dello sviluppo misurato dal reddito pro capite)

 

Pil pro capite ($)

Pil mld di $

Popolazione mln

Hong Kong (12)

23930

163

  6,9

Singapore (16)

22960

     92,3

  4,0

Taiwan (35)

13950

310

22,2

Corea del Sud (46)

  9670

457

46,7

Malesia  (64)

  3840

     89,7

22,2

 

 

1112

102,0 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il PIL aggregato delle cinque “tigri” sarebbe prossimo a quello italiano 1.074 mld di $ (per lo stesso periodo) che dalla stessa Banca d’Italia è approssimato per difetto alla realtà che nasconderebbe almeno 1/3 del dato rilevato ufficialmente. Orbene nessuno si è mai sognato di individuare nel “Bel Paese” la riserva di domanda a sostegno dell’economia globale!

 

 

.3 – A mo’ di conclusione

 

Fermi restando le componenti che abbiamo delineato, la risultante è la tendenza alla stagnazione. Guardare ai governi al potere ed alle loro iscritte alternative “progressiste” nel mondo occidentale e alle loro convinzioni significa anche esaminare cosa “bolle in pentola” alle forze che ne determinano i programmi per il futuro che ci è dato immaginare. La dottrine neoliberista è lungi da una significativa autocritica e le “borghesie” che sono fondamentali nel dettare l’”agenda” al potere politico non sembrano esprimere alcun resipiscenza nei confronti dell’attuale stato delle cose. Per quanto riguarda gli USA, la rielezione di “King George”, come viene definito dall’opposizione “democratica” è lungi dal rappresentare un mutamento di rotta in chiave di politica economica. Alle porte non sembra proprio che ci attenda un New Deal, in quanto la bancarotta della globalizzazione non è ancora giunta ad un suo punto critico. Tra i “consiglieri del principe”, gli economisti, specie quelli accademici che dirigono l’orchestra della “teoria”, si assiste, è vero, a qualche defezione, ma si tratta ancora di poca cosa, specie dal punto di vista delle alternative proposte. Il caso più eclatante lo abbiamo esaminato, è quello del premio Nobel Stiglitz. C’è poi Krugman e quei pochi post-keynesiani che non hanno rinnegato i testi su cui si sono formati. Ma anche in questi casi il Keynes che viene difeso è quello annacquato della denuncia moralistica della “cattiva globalizzazione”; globalizzazione che pertanto non viene colta in tutta la sua contraddittoria dinamica. Insomma il Keynes che posponeva alla piena occupazione le virtù del libero scambio paga il dazio dinanzi allo “spirito dei tempi”.

La vera svolta copernicana che ci si dovrebbe attendere per un realistico “protezionismo illuminato” à la Dewey passa necessariamente per la critica al dogma del “free-trade” e del suo retroterra scientifico: il “Teorema dei vantaggi (costi) comparati” nella versione che ne hanno dato per primo Ricardo e poi Hoecker-Ohlin e Samuelson.

Abbiamo tentato di fornirla,nella non rassicurante convinzione circa quanto ebbe a dire Keynes e che dovrebbe campeggiare in ogni aula dove si insegna colpevolmente la dogmatica della attuale “economics” impenetrabile alla critica:

 

“Gli uomini della pratica, i quali si credono affatto liberi da qualsiasi influenza intellettuale, sono usualmente schiavi di qualche economista defunto, Pazzi al potere, i quali odono voci nell’aria, distillano le loro frenesie da qualche scribacchino accademico di pochi anni addietro.”[xviii]

 

Gli “uomini della pratica” cui si riferisce Keynes sono i detentori del potere economico ovvero del potere tout court, e si contornano di mansueti adepti scribacchini che occupano le accademie. Sicché Keynes ,che non poteva pensare che le “accademie”-specie quelle future- fossero tanto diverse dalla Cambridge degli anni ’30 ( rappresentandone oggi,invero un tragicomico simulacro), molto idealisticamente così, scriveva sempre nelle ultime righe della sua “General Theory”:

 

“Le idee degli economisti e dei filosofi politici, così quelle giuste come quelle sbagliate, sono più potenti di quanto si ritenga comunemente. In realtà il mondo è governato da poche cose all’infuori di quelle… Sono sicuro che il potere degli interessi costituiti è assai esagerato in confronto con la progressiva estensione delle idee”[xix]

 

Nel momento attuale la situazione del tardo capitalismo fa pensare al Marx che diagnosticava in riferimento alla Francia di “Napoleon Le petit” la imminenza della barbarie lì dove le classi che sembrano contendersi il potere (borghesia e proletariato francese alla metà del XIX° secolo) avevano perso ogni vigore storico progressivo.[xx] La “globalizzazione” ha portato su scala planetaria l’attualità di una tale prognosi.

Tornando a Keynes, questi scriveva in piena “Grande Depressione”, e quindi poteva sperare che:

 

“Se le idee sono corrette… predico che sarebbe un errore contestare la loro potenza nel corso di un certo periodo di tempo. Nel momento presente ci si attende con una intensità quale raramente fu raggiunta nel passato, una diagnosi più fondamentale; si è più particolarmente pronti a riceverla; e si è ansiosi di provarla, se essa fosse appena plausibile”[xxi]

 

 

Purtroppo questa condizioni storiche di “vigile attesa” non ci sono agli albori del XXI secolo, e il “defunto” Keynes mai avrebbe sospettato di essere dissotterato in sordina per essere dai “pratici” utilizzato di contrabbando per cantare il peana del laissez-faire e del “free trade” che il Cantabrigese ha avversato con tanto impegno e passione sino alla fine dei suoi giorni.

L’altro “gigante” del pensiero economico del XX secolo Schumpeter, che affermava che “il capitalismo… non è mai né può mai essere stazionario”[xxii], avrebbe nuovamente e definitivamente dovuto riconoscere i meriti, dell’appena ricordato Marx, quale fondatore dell’”histoire raissonée[xxiii] che – come ignorano i suoi critici ed ignorava lo stesso Schumpeter – non ha mai avuto un passe-partout per interpretare la storia, una filosofia della storia[xxiv]che prevedesse l’ineluttabilità del socialismo: il capitalismo può degenerare nella barbarie della “fine della storia”: più opportunamente “preistoria”, in termini marxiani.




[i] Sulla flessibilità del lavoro vedi il bel saggio di R. Sennet, L’uomo flessibile, Feltrinelli, Milano 2001 e per l’Italia vedi E. Pugliese , E. Rebeggiani, Occupazione senza sviluppo, <La rivista del Manifesto>, n. 54, 2004, pp. 41-48.

[ii] Il giudizio di Braudel per cui sempre nella storia economica lo stato del progresso tecnico in actu è inferiore alle innovazioni potenziali disponibili ma non attuate, ci ha permesso di superare un vero impasse teorico. Quello che sulla scia di Schumpeter ha influenzato la più gran parte degli studiosi del ciclo : l’assumere che fosse l’offerta di innovazioni ad avere andamento ciclico. Ciò naturalmente rimandava ad una ”metafisica” delle innovazioni quale fenomeno (quasi) deterministico in quanto manifestantesi con ciclicità “irregolarmente regolare” (“irregular regularity” in Schumpeter). La soluzione al suddetto “impasse” è quella che attribuisce alla domanda di innovazioni carattere ciclico, con l’offerta di innovazioni tecnicamente più avanzate sempre disponibile in potenza accumulate in una sorta di serbatoio ove esse si depositano in un ordine che attiene al loro grado di effettualità ed applicabilità che rimanda al calcolo benefici/costi da parte degli imprenditori innovatori. Benefici/costi sostanzialmente definiti dal grado di ammortamento ed obsolescenza (anche “morale”) degli investimenti in corso e del grado di concorrenza e del rapporto profitti/salari. Più diffusamente vedi V. Orati, Il (corto)circuito, ovvero una moneta per l’economia, ISEDI, Torino, 1992, p. 247 e segg.

[iii] Come già dopo la fine degli anni ’90, minacciando licenziamenti, alla fine dell’estate 2004, nella Germania del cancelliere socialdemocratico Schroeder, la Volkswagen ha messo i propri lavorati dinanzi all’alternativa di abbassare i salari monetari ed allungare la giornata lavorativa o di essere costretta a delocalizzare (all’estero) i propri impianti. Naturalmente ciò in un clima dove è il governo socialdemocratico a far propria ufficialmente l’esigenza di ridimensionamento del Welfare State. Dal “laburista” Tony Blair, non è neanche il caso di parlare. Emblematico è il titolo di un articolo di P. Marlière su <Les Temps Modernes>, del 1999: “Le blairisme, un thatchérisme à visage humains?”, ripreso da <The Gardian>, 26 september, 1998 p. 9 e più precisamente all’articolo di P. Hetherington, Strong Blair escapes voters. Vedi anche W. Hutton, Europe vs USA, Fazi, Rome, 2003, p. 260.

[iv] Vedi W. Hutton, op cit, p. 318-19.

[v] Sulle forme attuali di finanziarizzazione e più in generale sul carattere fortemente regressivo del capitalismo globale made in USA, vedi W. Hutton, op cit opera informatissima e dettagliata, scritta da un pentito del “brain trust” che ha portato al potere Tony Blair sulla base della inconsistente “terza via”. Il libro di Hutton ha un limite: nell’argomentare a favore di una difesa del Welfare State europeo versus il “fondamentalismo” di mercato made in USA, non mettendo mai in dubbio i presupposti del “libero commercio”; per cui risulta solo una civile condanna della deriva del capitalismo statunitense fondato su valori tipo “civiltà” , “storia” ecc. Insomma un appello inutile alla morale dei governanti. Gli stessi limiti – con l’aggravante del Nobel ricevuto – si riscontrano in J. E. Stiglitz, i ruggenti anni novanta, Einaudi, Torino 2004.

[vi] Pochi testi hanno reso evidente e penetrante il rapporto tra sfruttamento capitalistico e xenofobia come quello di Marco D’Eramo, Il maiale e il grattacielo, Feltrinelli, Milano 2004: il libro di D’Eramo è di una piacevolezza che raramente la saggistica è in grado di offrire: dall’anatomia storica di una città (Chicago) si viviseziona il capitalismo contemporaneo, la sua genesi e il suo progressivo imbarbarimento. In particolare per gli USA, è qui mostrato come le “opportune” ondate migratorie servano a tenere sempre accese la guerra tra i poveri, calmierando il prezzo della forza lavoro.

[vii] <La Repubblica>, 12/settembre/2004, p. 15 e <Economy>, n. 39 23/settembre/2004, pp. 13-24.

[viii] Su “La privatizzazione del mondo” (titolo della edizione italiana) vedi il documentato e bel libro di Jean Zigler, Les nouveaux maîtres du monde et ces qui leur resistent, Librairie Arthème Fayard, 2002, tr. It Marco Troppa, Milano, 2003

[ix] Pocket World in Figures, 2003 Edition, The Economist Newspaper Ltd., 2002.

[x] Non va dimenticato come sia il debito pubblico che quello privato rappresentano una cambiale spiccata sulle risorse future e quindi un potenziale demoltiplicatore della dinamica della crescita in prospettiva temporale.

[xi] Le puntuali ed imponenti operazioni di “salvataggio”, cioè di intervento Federale in casi di fallimento di società finanziaria di banche USA è documentata in R. Brenner, The Boom and the Bubble, <New Left Review>, n.6, December, 2000.

[xii] “Tobin: Reagan il superkeynesiano”, è il titolo di un’intervista a James Tobin pubblicato da <Il Manifesto>, il 14 febbraio 1985 (pp. 1 e 2); “Galbraith: la conversione keynesiana di Roland Reagan”, è il titolo di un intervista a J.K. Galbraith pubblicata su <Politica ed Economia>, febbraio 1985, pp. 3-5.

[xiii] Vedi S. Amin, Cina: bilancio della grande riforma, <La Rivista del Manifesto>, nn. 13 e 14, 2001; A. Vanaick, Asianews.it, 23/X/2004, India: neoliberismo e fondamentalismo indù, <La Rivista del manifesto>, n. 25, 2002

[xiv] World Development Report 2003, The World Bank and Oxford University Press, New York, 2003, p. 232 e segg.

[xv] Vedi in P. Richer (editor), Crises en Asia du Sud-Est, Presses de Sciences, Paris, 1999, l’articolo di M. Fouquin, L’industrialisation par l’expotation, pp. 43-63.

[xvi] E. Todd, L’illusione economica. La crisi globale del neoliberismo, Marco Tropea, Milano 2004, p. 165 e segg.

[xvii] Pocket World in Figures 2003, op. cit.

[xviii] J. M. Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, UTET, Torino 1947, p.340 (ultima del libro).

[xix] ibidem

[xx] K. Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, uffici della Critica Sociale, Milano, 1896 e IDEM, Il diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte, Uffici della Critica Sociale, Milano, 1896.

[xxi] J. M. Keynes, op. cit., p. 340

[xxii] J. A. Schumpeter, Capitalismo, Socialismo e Democrazia, Etas Kompass, Milan, 1967, p. 78

[xxiii] J. A. Schumpeter, Carlo Marx, in IDEM, epoche di storia  delle dottrine e dei metodi. Dieci grandi economisti, UTET, Torino, 1965, p. 232.

[xxiv] “il mio critico… sente l’irresistibile bisogno di metamorfosare il mio schizzo della genesi del capitalismo nell’Europa occidentale in una teoria storico-filosofica della marcia generale fatalmente imposta a tutti i popoli, in qualunque situazione storica essi si trovino… ma io gli chiedo scusa: è farmi insieme troppo onore e troppo torto… eventi di una analogia sorprendenti, ma verificatisi in ambienti storici affatto diversi, produssero risultati del tutto differenti. La chiave di questi fenomeni sarà facilmente trovata studiandoli separatamente uno per uno e poi mettendoli a confronto; non ci si arriverà mai col passe-partout di una filosofia della storia, la cui virtù suprema è d’essere soprastorica”; K. Marx, lettere alla redazione dell’<ote čset vennye zapiski>, della fine del 1877, in K. Marx-F. Engels, India, Cina, Russia, Il saggiatore Milano, pp. 235-36 (corsivi di Marx)

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 46 | Commenti: 310

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