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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 9648 volte 13 giugno 2012

La sola possibile uscita dalla crisi “Globale”

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Economia Internazionale

Da cattivi medici, cattive diagnosi e cattive medicine, e intanto la malattia peggiora: è questo la stato delle cose dinanzi alla crisi della “Globalizzazione”,  ovvero della immane crisi Globale.

 I cattivi medici a loro volta sono il frutto del sottosviluppo della relativa disciplina, a suo turno così ridotta dal succedersi nel tempo di genie di “allievi stregoni” che hanno ridotto a esili brandelli la primitiva “Political Economy”  i cui esordi erano certamente  euristicamente più promettenti.

 Ma non è qui nostra intenzione fare la storia di questa triste progressiva decomposizione,  per la massima parte da attribuire al ruolo ancillare che gli economisti hanno rivestito in chiave professionale quali “consiglieri del Principe”, ruolo loro assegnato dalla natura stessa della “scienza triste”,  vista la sua  peculiare dimensione epistemologica,  marcata indelebilmente dal “regno della necessità”  dal cui stato di salute sono sempre dipese le sorti del potere  politico e sociale.

Sarò breve e apodittico in questa sede per non appesantire il “testo”, chi vuole  sa dove trovarmi  scientificamente assistito.

La dinamica capitalistica è affidata alla crescita in equilibrio  ( steady state growth) di due macrosettori, quello dei beni di investimento e quello dei beni di consumo. Naturalmente si tratta di un equilibrio sostanziale, ovvero a prova di squilibri non critici e cioè  contenuti nel fisiologico  manifestarsi di mutamenti marginali nelle tecniche produttive ( che insieme a variabili casuali giustifica lo zigzagare della crescita del Pil nel tempo)  ovvero del rapporto medio capitale/lavoro che la missione storica del capitalismo esaurisce in una aumento  progressivo di quello stesso rapporto ( che in linea di principio dovrebbe liberare l’uomo dal lavoro ).

Anche con coerenza storico-economica  si può e si deve supporre che il processo di accumulazione del capitale principi in presenza di tecniche date e ( sostanzialmente ) costanti con riserva abbondante di  lavoratori privi di occupazione e di mezzi di produzione: il capitalismo si è  insinuato come un cuneo nei gangli dell’economia precapitalistica dopo  che si sia storicamente provveduto all’ “accumulazione primitiva” ( definita da Adam Smith prima ancora che da Marx);  cioè  grazie allo spossessamento della più gran parte della popolazione dai  propri mezzi di produzione a favore dei primi capitalisti e  con la formazione di masse di diseredati. Già qui si trova il peccato originale dello statuto astorico e quindi  antistorico della “scienza economica”  fin ‘ora codificata, quella che costituisce patrimonio esclusivo degli economisti(ci) “ufficiali”, che non ammette altro canovaccio teorico  oltre quello di un sistema economico  (fuori dal tempo, quindi sub specie aeternitatis)  in equilibrio statico-stazionario,  ergo con piena occupazione,  su cui è risultato sin qui fallimentare dare conto con rigore analitico dell’innescarsi del  fenomeno dello sviluppo economico ( aumento del reddito pro capite). Persino nel caso del più “nobile” in tal senso dei tentativi da parte di Schumpeter. Tentativo ignorato nella sua essenza problematica dalla economics  nonostante siano almeno quindici anni che per via “diplomatica” e politically correct chi scrive tenti  di  “avvertire”  la “comunità scientifica” attraverso la fondazione delle International Schumpeter Lectures e la pubblicazione di tre volumi in  lingua inglese in onore dell’economista moravo in occasione del  cinquantesimo della sua morte (avvenuta nel 1950) con scritti di studiosi di ogni continente. E nonostante la notifica abbia riguardato  in separata occasione la créme della professione  con un saggio  scritto in onore del “grande Samuelson”  in un numero speciale di una rivista -  che lo vedeva nel comitato scientifico della stessa -  con i soli altri  contributi di altri due Nobel: Solow e Klein ( anch’essi nel medesimo comitato). Notifica che non deve aver scandalizzato tale consesso che di lì a poco cooptava lo scrivente nel suddetto “Board” .

Iniziamo col supporre,   come per noi  soli è stato possibile rappresentare,  una “economia chiusa” con due settori in equilibrio distinti ( beni di investimento e beni di consumo) in modo rigorosamente analitico, cioè  con diversi rapporti tra capitale e lavoro,  e un egual saggio del profitto,  ( cosa non perseguibile per l’economia codificata in totale stallo sulla questione e in grado solo di discettare su un mondo monomerce!). Man mano che la dinamica capitalistica  procede  con tracciato di (sostanziale) steady state growth  (  sviluppo a tasso costante) sorretto dal reinvestimento a tasso costante del surplus ( “plusvalore assoluto” )  nei due macrosettori e dall’occupazione  progressiva dei lavoratori che alimentano l’ “esercito industriale di riserva” (anche il modello di sviluppo “con  offerta illimitata di mano d’opera” del Premio Nobel Lewis è da annoverare tra i tentativi falliti da parte della scienza economica “ufficiale” di dare conto della “dinamica capitalistica”, modello  lewisiano il cui limite  però è di non poter spiegare le crisi cicliche,  pagando il suo tributo alla logica dei “grandi aggregati” e della offerta di lavoro illimitata che assume i contorni di una ipotesi  ad hoc), l’esaurirsi tendenziale di lavoratori “liberi” si fa sentire attraverso una parallela diminuzione del tasso del profitto,  a sua volta dovuta all’aumento del tasso salariale al di sopra del puro livello di sopravvivenza ( storicamente intesa) dei salariati.

 A tale caduta di rendimento del capitale  il più intraprendente o il più pressato dai conti dei capitalisti ricorrerà  al patrimonio potenziale delle più avanzate tecniche produttive ( con più alto rapporto capitale lavoro di quello sin lì utilizzato),   sempre disponibili per ipotesi,  assumendo, sempre   con  verosimiglianza storica,  che il progresso tecnico potenziale sia sempre più innanzi della tecnologia in uso,  diventando tale progresso  potenziale  con il capitalismo una sua variabile sistematicamente endogena ( si tratta del settore R&D  strutturalmente  interno  al processo capitalistico). A seguito  del processo di imitazione da parte dei concorrenti, il significativo aumento del rapporto medio capitale /lavoro   altererà la norma di equilibrio che ha sin lì retto lo scambio intersettoriale provocando ciclicamente lo shock  della crisi: beni di consumo invenduti che trascinano con sé via via l’intera struttura economica per  mezzo dell’operare del moltiplicatore e dell’acceleratore.  Shock tutt’ altro  che “esogeno” (  e quindi random e imprevedibile  concettualmente se non ex post, come vuole ormai la arresasi e  scientificamente disarmata  teoria economica ufficiale dinanzi al persistente avverarsi delle crisi).  Dunque  la lunghezza del  ciclo dipende  dal protrarsi  del riassorbimento di gran parte dell’offerta di lavoro “libera”,  e da qui  fondamentalmente discende  la sua “irregular regularity” (  è a Schumpeter che si deve questa felice espressione, Schumpeter che però del tutto erroneamente assume che sia il progresso economico a manifestarsi ciclicamente!).

Se la moneta  è finanziata dal settore bancario ( che intermedia il capitale non oziosamente nelle mani dei capitalisti) ed è la sua offerta  una grandezza endogena ovvero sufficiente per definizione nella sua quantità nell’eguagliare la sua domanda, appare evidente come essa  semplicemente e ingannevolmente appaia insufficiente per compensare le perdite del settore dei beni di consumo e dopo dei settori tutti colpiti dalla crisi, specie nel caso delle imprese ormai rese inefficienti dall’innovazione. Quantità di moneta   sin lì sufficiente ad essere assorbita dal mercato e dai relativi progetti di investimento,  ma che la loro necessariamente  erronea allocazione a livello macro (sulla base della dinamica sin lì espressasi e confermata dalla crescita del reddito globale) ancorché razionale a livello micro ( nel caso dell’innovatore)   farà sembrare la domanda di moneta eccedere la relativa offerta. Il tutto a seguito   dell’attuarsi di investimenti labour saving   in cui consiste l’essenza stessa della “ratio” capitalistica. Che ne costituisce la sua stessa missione storica.

E’ quindi indubbio che ignorando di essere diventati superflui i capitalisti colpiti dal mancato realizzo della loro offerta di beni di consumo   insieme a quelli che a catena li seguiranno nella spirale della crisi anche nell’altro settore chiederanno moneta per sopravvivere ignorando le vere cause dei loro problemi,  e che tale fame di numerario caratterizzi l’epifenomeno  che  rappresenta solo la superficie inessenziale  del fenomeno “ crisi”. Come è altrettanto evidente che soddisfare eventualmente  le loro richieste rifinanziando progetti  necessariamente“sbagliati” ( la steady state growth ha sin lì positivamente sancito gli investimenti “indotti”)  rimanda semplicemente  la resa dei conti senza incidere minimamente sulla causa strutturale e nascosta della crisi che porta con se lo “scandalo pubblico della miseria nel mezzo dell’abbondanza” ( sta tutto qui il clou dell’erroneo approccio keynesiano affidato alla “logica dei grandi aggregati”  del tutto  impossibilitata a distinguere almeno due settori produttivi; approccio comprensivo della politica del sostegno alla domanda aggregata  che finisce per confermare  gli “errori” che hanno condotto alla crisi piuttosto che far mondare sub specie capitalistica l’economia da tali errori attraverso le crisi, affidandosi alla sola semiologia espressa dai mercati).

E a questa “logica” profondamente  infondata dal punto di vista diagnostico e quindi terapeutico  non sfuggono le cure sin qui apportate alla crisi attuale,   nulla cambiando sostanzialmente  pur nel differente  panorama di una “economia aperta”. Qui, una volta stabilitosi il culto dogmatico della Globalizzazione,  persino le cure assolutamente  sintomatiche di tipo keynesiano e incubatrici di esiti stagflazionistici sono destinate al fallimento pur nel breve periodo in assenza di misure protezionistiche. E ciò viene ignorato dalla riserva di “sinistra”  del meglio ( si fa per dire) della intellighenzia politica e non,  suffragata da Nobel keynesiani quali Stiglitz e Krugman  che abbiamo altrove  dimostrato aver rimosso il capitolo XXIII della General Theory! Dove Keynes difende  fondatamente misure mercantilistiche in caso di crisi e in regime di libero scambio, ancorché  a ciò   pervenga per pura serendipità. Parafrasandolo può dirsi che il cantabrigese subordini la efficienza del free trade che permetterebbe l’ottima allocazione di nove milioni di lavoratori su dieci disposti a lavorare al salario corrente, alla minore efficienza della piena occupazione di questi dieci milioni ottenibile con misure protezionistiche. E qui il politico sovrasta di gran lunga l’economista Lord Maynard – che ha il  grave torto di dar comunque credito alla teoria ricardiana della divisione internazionale del lavoro – denunciando obiettivamente e a futura memoria la pochezza dei nostri contemporanei reggitori dei destini del mondo e dei loro “consiglieri”.

In caso si ammetta  di avere dinanzi una “economia aperta” e un regime di free trade , alla crisi di sovrapproduzione assoluta  ( un autentico inspiegato e rimosso arcano per la “scienza economica standard compresa la sua falsa alternativa “eterodossa” ma in realtà embedded) appena descritta  (tutte le merci risultano offerte in eccesso rispetto alla corrispettiva moneta  che in quanto grandezza endogena non deve alla sua insufficienza la causa della crisi, come abbiamo visto),  si offre una soluzione ottimale per evitarla: esportarla,   scaricandone le conseguenze sui propri partner commerciali  che non abbiano  realizzato gli investimenti innovativi  in predicato  e che sono alla base del problema delle crisi. Ex definizione grazie all’innovazione il paese che l’ha attuata   (e alla pur lieve deflazione che dovrà subire)   potrà  evitare i fallimenti del  settore industriale con eccesso di offerta attraverso la  concorrenza impietosa dei frutti  complessivi innescati dall’innovazione stessa.  E’ appena il caso di dire che in assenza di barriere protezionistiche a livello globale oltre alle innovazioni giocano un ruolo equivalente  pratiche di dumping sociale ovvero regimi salariali inferiori a quelli dei partner negli scambi  internazionali. Inoltre  con la libertà dei capitali di muoversi   in ogni dove le delocalizzazioni si aggiungono come fattore moltiplicatore  della caduta del Pil di nazioni meno competitive rispetto alle concorrenti più efficienti a qualunque titolo,  venendo meno, non fosse che per questo,   una delle ipotesi essenziali per la tenuta del principio del libero scambio sulla base del teorema ricardiano dei costi/vantaggi comparati ( i due vincoli del teorema  risultando l’ intrasferibilità di lavoratori  oltre che dei  capitali). Teorema quello di Ricardo che non sta peraltro in piedi anche nel rispetto dei suoi assunti teorici,   nascondendo dietro la  diversa competitività  comparata l’esistenza di monopoli naturali. Risultando altrimenti tale diversa produttività comparata   inspiegabile  alla luce delle stesse ipotesi  del teorema:  assenza di capitale e presenza di sola e omogenea, e quindi  con pari  produttività, forza lavoro. Da qui come sempre in realtà il libero scambio pone tutti contro tutti,  con risultati molto  lontani dai presunti e propagandati “benefici per tutti”  negli scambi,  imponendosi la vittoria del prezzo assoluto minore. Dove  per un  solo vincitore  si danno solo sconfitti tra i  soccombenti concorrenti. Naturalmente il limite al predominio di uno o pochi dominatori è quello del regresso  e successiva  stagnazione degli altri  paesi partner che costituiscono i mercati di sbocco dei paesi più innovativi e/o più cinicamente orientati nel contenimento dei costi del lavoro. Mercati di sbocco le cui economie   finiscono  alla lunga per non essere più in grado  di realizzare le esportazioni dei paesi esportatori netti. Circostanza quest’ultima  che,  per esemplificare,   ottusamente la Germania non comprende nel rifiuto a sostenere  politiche espansive solo mezzo per aiutare le economie più deboli dell’aria euro che gli hanno per gran parte sin qui  assicurato  con le loro defaillance il  suo stesso successo.

 Da quanto precede discende necessariamente l’adozione per almeno tutta l’aria euro,  e di quanti altri della più  ampia UE vi vogliano  partecipare,  dell’adozione di un “protezionismo illuminato” che salvaguardi il tenore di vita e l’occupazione dei lavoratori.  In una prospettiva di  rivisitazione della sovranazionalità  e contro la nostalgia delle “piccole patrie”.  Sovranazionalità ispirata agli interessi delle masse lavoratrici e non già del “capitale” e della così detta “alta finanza”, come è oggi la UE. Il che non significa affatto l’arroccamento  e l’isolamento dal resto del mondo ma solo l’adesione e la proposta verso terzi di  una diversa “filosofia “ degli scambi internazionali  lontana dagli esiti  nefandi cui conduce la dottrina del libero scambio. Cioè una filosofia di scambi contrattualmente programmati e nel rispetto di pari  e/o  perseguite  pari condizioni sociali sottesevi. E dove si  pervenga all’applicazione di una politica economica finalmente in grado di contrastare,  prevedendoli ( come ho altrove mostrato),  i  meccanismi sin qui ignoti delle crisi, e quindi  al di fuori di ogni illusione affidata a mere misure monetarie,  inutili quando non dannose. Affidandosi a una reale New Political Economy.

È sconcertante sentire santoni come Fitoussi e Nobel radicali (?) come Krugman  secondo i quali l’aiuto alle banche da parte della BCE evita di andare alla “radice “ della causa della crisi, dovendosi  ampliare l’intervento della stessa BCE  sino ad affidargli  anche il  compito di una “autentica” ( e come la mettiamo con la loro privatizzazione?) Banca Centrale,  consistente  nella libertà di stampare moneta.  Nel caso ciò permetterebbe di acquistare direttamente titoli di Stato delle nazioni in pericoloso stato di indebitamento pubblico! Ma quell’indebitamento non è che una delle facce  del problema: è cresciuto  mano a mano che i paesi più deboli  hanno inteso sopperire al declino del proprio settore industriale e più in generale dei settori aperti alla concorrenza internazionale. Indebitamento finanziato dai “beniamini della Globalizzazione”; Globalizzazione  che in altro non è consistita infatti  se non in una gigantesca redistribuzione  regressiva del reddito a tutte le scale geografiche ai danni delle masse lavoratrici occidentali che dopo la “caduta del muro di Berlino” hanno restituito  o trasferito con gli interessi ai “padroni del vapore” vecchi e nuovi   quel poco che dal Secondo Dopoguerra erano riuscite a conquistare. E certamente  non è la cura giusta quella  di strozzare ogni speranza di sviluppo con la ricetta “rigorista”  made in  Germany. Germania  che  dopo aver beneficiato del declino  dei beffati “vicini” – inverando la giusta intuizione dei mercantilisti circa la vera natura del commercio internazionale , “beggar thy neighbours” – ne vuole subito raccogliere le misere spoglie.

 Dunque buio pesto da parte della “scienza triste” ufficiale e meno ufficiale, con chiacchiere vendute a peso d’oro. Oro  che si impone come bene rifugio, ricordando come i singoli individui  in momenti di crisi  tentino la salvezza sottraendosi all’imperio  della  discrezionalità manipolatoria  della “moneta segno” da  parte di  autentiche bande di  politici incompetenti, con relativi codazzi di economisti(ci)  che rappresentano la versione moderna dei Rasputin di sempre:  armati di grafici e formule tanto vuote quanto le effemeridi tolemaiche. Fenomeno quello dell’esclusivo imperio della moneta cartacea che ha raggiunto la sua estrema e paradossale  forma attuale attraverso la privatizzazione della potestà di “battere moneta”,  che ha significato il definitivo trionfo del “signoraggio privato” sul lavoro sociale.  Definitivo in quanto mancava sin qui la privatizzazione dello Stato ( sic!)  attraverso  quella delle Banche Centrali,  come è avvenuto spudoratamente nella vecchia Europa. Ma non è detto che non aleggi in potenza  un pericolo ulteriore per i disperati  dell’illusione individualista: l’estrema violazione della sfera “privatissima”, attraverso la nazionalizzazione delle miniere o del commercio  dell’oro. D’altronde non si statalizzano le banche ormai ricorrentemente e in nome del salvataggio delle  economie liberal-liberiste? E le enormi quantità di oro nelle mani delle Banche di Emissione non permette a queste di stabilirne,  volendo,  il prezzo di “mercato”, naturalmente oligopolistico?

 Vittorangelo Orati ( vitorati@alice.it)

 

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 44 | Commenti: 200

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