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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 8349 volte 24 aprile 2012

La sciocca antieconomicità delle “quote rosa” e la deriva del femminismo

Da tempo avevamo subodorato il mefitico clima culturale, alimentato dalla dimensione politica in putrefazione, che avrebbe finito per realizzare la filosofia della “riserva indiana” sottesa alla supposta revanche delle donne nei confronti del mondo al maschile italiota: le quote rosa!

Di Redazione  •  Inserito in: Economia, Economia Italiana

Vittorangelo Orati (vitorati@alice.it)

 

Divenuta recentemente legge dello Stato,  questa bestemmia concettuale fissa,  in base a una qualche divinazione,  la percentuale spettante al sesso femminile in organismi rappresentativi e decisionali che vanno ben oltre la sfera di competenza del settore pubblico dove la sua cogenza – ancorché priva di un qualche fondamento razionale  e ispirata a un dirigismo  assolutamente illiberale – poteva trovare albergo alla luce del più bieco calcolo politico teso alla conquista del voto “femminile” che rappresenta la maggioranza dell’elettorato. Così  <<La Stampa>> di Torino  ha riassunto la portata di questa novità legislativa:

 […]La legge bipartisan approvata dal Parlamento prescrive che a partire dal 2012 i Cda delle aziende quotate e delle società a partecipazione pubblica dovranno essere composti per un quinto da donne. Dal 2015 la quota rosa dovrà salire a un terzo.

Cosa succederà alle aziende che non si adeguano?
È prevista anzitutto una diffida da parte dell’autorità di controllo della Borsa, la Consob, che inviterà le aziende a ridisegnare il Cda per adeguarsi alla legge. Se non accadrà nulla scatteranno le multe: da 100mila euro a 1 milione per i Cda e tra 20mila e 200mila euro per i collegi sindacali […]

Si doveva attendere la “genialità” dell’economistico super-Mario Monti, tanto vantato dai suoi ignoranti supporter, per realizzare questa riforma che cozza talmente con la più elementare concezione dell’efficienza economica da far sospettare  il peggio sul patrimonio dottrinale e la coerenza libera-liberista dell’attuale premier e del suo intero “gabinetto” ( si  ha piena comprensione per ogni libera associazione). Gabinetto fondato in modo esplicito e continuamente ripetuto nelle sue esternazioni collettive e individuali sui supposti “miracoli” e la sacralità della libera concorrenza! In verità più un preanalitico abracadabra che un dimostrato principio scientifico,  vista la sua idiosincrasia o inconciliabilità  definitoria con lo sviluppo economico. In nome del quale viene dogmaticamente evocato.  Ciò la abbiamo dimostrato e opposto persino al Nobel Stiglitz e non già per una nostra originalità ma rimandando al tanto osannato quanto sconosciuto Joseph Alois Schumpeter ( noto terrorista bolscevico) che con  stringente coerenza affidava all’innovazione e a un surplus destinabile a nuovi investimenti netti aggiuntivi  ( in cui esclusivamente consiste) la quintessenza della  dinamica del capitalismo,  altrimenti rimanendo  impantanati nell’asfittica statica del moto perpetuo  battezzato “flusso circolare del reddito”. Dunque innovazione e surplus: la prima ex definizione coincide con una offerta monopolistica e il surplus è  a sua volta   ex definizione annullato dalla libera concorrenza  in presenza di tecniche date e costanti, cioè in assenza di innovazioni.  Quod Erat Demostrandum! Insieme alla nostra personale aggiunta,  che ha dimostrato la esigenza di una gestione in qualche modo socialmente  pianificata nel tempo e nelle sue estrinsecazioni di pubblica rilevanza  delle innovazioni,  ancorché privatamente realizzata: onde evitare   da un lato: 

a)      lo spreco di risorse dovute a un  succedersi disordinato  ( com’è nella logica di mercato) delle  innovazioni, ovvero da un eccesso di libera concorrenza che in proporzione annullerebbe ogni potenzialità di sviluppo economico ( e non “crescita”,  che per Schumpeter  rappresenta un Idem a diverse scale ) legato alle innovazioni stesse. Che pertanto si estrinsecherebbero in modo  economicamente malefico in relazione al fenomeno della tanto auspicabile dinamica economica. E da altro lato,

b)      che l’innovatore in quanto monopolista trasformi l’extra profitto in pura e parassitica rendita,   tradendo la sua missione storico-sociale quale imprenditore trasformandosi in rentier.

Vediamo subito in cosa consista il corto-circuito montiano e dell’intero milieu politico-tecnico(?) da cui discende la sua investitura, corto-circuito  di cui qui si intende trattare.

 Fissare in una data  prefissata quota la presenza femminile lì dove la legge ora prevede,  solo e soltanto per caso può far coincidere l’equità intergenere con la più efficiente allocazione delle risorse; nel caso,  mettere la persona giusta al posto giusto! Il caso generale sarà ben al contrario quello che vede un tale “premio”  al genere delle donne approssimato per eccesso o per DIFETTO. E sul “difetto” vorrei attirare la riflessione delle femministe da strapazzo che si sono identificate nel supportare e far  approvare  vantandosene e beandosene queste famigerate “quote rosa”. Insomma avremo:  o incompetenti che creano guai e  guasti “economici”  in nome della falsa affermazione di un giusto anelito e diritto all’equità ( caso di eccesso rispetto alle capacità delle “promosse”),  o preziose risorse sottoutilizzate,  nel caso la quota rosa sia inferiore a chi  ha merito e giusta aspirazione a miglioramenti  e “realizzazione” personale ( achievement).

 A questo punto si dirà, ma allora caro  mio,  che pure hai combattuto ai suoi tempi per “ l’altra metà del cielo”, come la mettiamo a coerenza,  almeno quella storica? Vuoi negare che questa legge interviene sul dominio maschile e il maschilismo che pervade la vita del Bel Paese? La risposta è semplice: ciò che va ottenuto riguarda,  anche in questo caso,  nulla più e nulla meno di quanto prevede la nostra Costituzione: la applicazione  e realizzazione di condizioni per tutti i cittadini italiani di “pari opportunità” . Il permanere di un Ministero o di un suo ramo dedicato alle” pari opportunità” dovrebbe infatti scomparire per decenza logica,  data la sua coestensione logico-temporale con la lungamente auspicata e infine ottenuta legge sulle “quote rosa”. La quale  è lungi dal rappresentare una vittoria parziale persino in  termini di equità. Perché non proteggere tutte le “diversità” socialmente penalizzanti? I grassi e  i magri,  gli albini e i bruni, gli alti e bassi, i meridionali e settentrionali, i colti e gli incolti gli omosessuali e gli eterosessuali ( per non dire dello stallo della legge dinanzi a “terzi sessi”), i cristiani e i mussulmani, credenti e non credenti, ecc? Non si arriva così fatalmente ai bianchi e ai negri,  agli ebrei e agli ariani, per non dire di quell’altra assurda e subdola divisione patrocinata dall’alto del potere,  che applica il vecchio divide et impera, mettendo i vecchi contro i giovani e persino i padri contro i figli in materia di salari e pensioni?   E poi,  ben  prima di una ricercata  equità tra maschi e femmine,  non v’è quella superiore e più universale che colpisce entrambi i sessi  e che  va più  in profondità (comprendendola in termini di equità) senza le  limitazioni quantitative delle “quote rosa”, quella tra  ricchi e poveri? Matematicamente l’insieme dei “poveri” comprende in termini  socio economicamente equitativi  quello delle “donne”, visto che la differenza di sesso in sé  non offende nessuno e non grida alcuna vendetta se non nel senso regressivo di ogni dualismo di natura  o del tipo sopra esemplificato.

Ma al di là della illusoria dimensione delle “leggi” abbiamo per tempo,  sin dal 2008,  sviluppato una teoria economica che coniuga in modo individualmente e socialmente efficiente  equità intergenere e ottima allocazione delle risorse. Naturalmente nella più totale indifferenza delle autorità costituite,  nonostante la proposta di politica economica in cui la nostra proposta teorica consiste fosse e sia  praticamente a costo zero. Sulla scia della harvardiana tradizione legata alla teoria della X-Efficiency di Harvey Leibenstein, opportunamente  radicalmente rivisitata , abbiamo infatti formalizzato la teoria della  W-Efficiency e della Y-Efficiency  ( W per women e Y per youth). Nel pieno della crisi attuale dovevamo anche enunciarla in occasione di  un convegno,  e quindi di  un  “attentissimo” (?) consesso,  internazionale incentrato sui “problemi del lavoro”: non ci fu tempo (sic!) per esigenze come dire  “superiori” nell’ex “Bel Paese”:   la “caduta degli zuccheri”,   e poi,  la “pasta era cotta”!

 

PS

In Norvergia qualche tempo fa un primo ministro donna ha dovuto affidare a una apposita commissione il riequilibrio a favore dei maschi  di una legge analoga a quella italiana delle “quote rosa”, ciò  a causa dei  danni economici  e sociali di una (malintesa ) legislazione  ispirata alla logica delle “riserve indiane” o alla conservazione di una “specie in via di estinzione”.  In realtà una tale commissione dovrebbe essere permanente ancorché votata al perenne insuccesso,  dovendo ogni momento calcolare l’incalcolabile: sfuggendo a ogni rilevazione quantitativa il “danno equitativo” intergenere,   per analogia all’impossibilità  e al naufragio del calcolo dell’ “ottima/massima soddisfazione sociale”, come sta a indicare il  fallimento della “Economia del Benessere”. Che   si porta dietro inevitabilmente quella del femminismo da stadio o per decreto.

 

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Autore: Redazione » Articoli 667 | Commenti: 159

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