
Dopo le “prediche inutili” di Luigi Einaudi forse un giorno si ricorderanno le mie “disperanti grida” che denunciano da tempo la pericolosa impreparazione scientifica di quanti a vario titolo rivestono ruoli rilevanti nel panorama dei “guru” e dei potenti del mondo economico-finanziario. Insomma più che in mano a “cattivi” siamo in mano a inetti, del tutto “pompati” e passed come sommi pontefici del sapere economico dalla deleteria “società dello spettacolo” che non spira giorno che non debba piazzare sul mercato i suoi prefabbricati idola fori e idola theatri. E credo non vi sia nulla di peggio per il genere dell’homo sapiens che affidare i suoi destini a dei leader incapaci. E’ certamente questa una delle chiavi per comprendere quello che appare essere il definitivo “tramonto dell’Occidente”.
E’ un vero peccato che “Il Sole 24 Ore” assolutamente encomiabile nella sua missione informatrice sia tra le vittime suicide nel deliberatamente perimetrarsi entro il normalmente stabilito in materia di “politically correct”. Esaurendo quindi il suo panorama informativo al falsamente alternativo, individuabile in materia di “scienza triste” tra le riserve strategiche del “pensiero unico” in caso di una sua caduta di credibilità e da tale pensiero unico allevato proprio in vista di una tale occorrenza.
Così in un falso afflato ecumenico che pretende di esaurire tutte le possibili posizioni scientifiche nei confronti di diagnosi e terapia della immane crisi globale, nel suo sito on line del 14 luglio scorso il foglio rosa di viale Dell’Astronomia dava conto in sintesi della “variegata” geografia teorico-dottrinale in materia di misure anticrisi assumendo come criterio discriminante quello dell’alternativa: austerity/aumento della spesa pubblica.
Come era da prevedersi il panorama offerto è avvilente. Le forze in campo sono quelle che troverebbero riscontro tra i due estremi rappresentati dalla professione di fede di Obama e della Merkel in materia di politica economica: intervento dello Stato con spesa pubblica a sostegno della domanda aggregata versus conti in ordine e recupero competitività per adeguarsi alle sfide dei Paesi emergenti. Insomma keynesiani contro neoliberisti, che è come dire l’eterno dualismo che attraversa l’intera storia del pensiero economico: interventismo/non interventismo o naturalismo economico pro laissez-faire.
Tra i “keynesiani “è messo in evidenza il nome del Nobel Krugman ( keynesiano eclatantemente da barzelletta, come ricorderò più innanzi) e quello di Richard Layard della London School of Economics (Lse), tra i firmatari del “Manifesto for Sound Economics” che denuncia “ l’eccessivo rigore delle politiche fiscali in molti paesi” e contemporaneamente propugna “ politiche pubbliche … come forza stabilizzatrice, a sostegno della spesa”. Anche l’altro “keynesiano” da bancarella e Nobel Stiglitz sarebbe su tale posizione ancor più radicalmente orientato in chiave interventista.
Vi sarebbero poi i “keynesiani a metà” vedi Summers e De Long che in Policy in a Depressed Economy, marzo 2012 si sono espressi per una spesa pubblica vincolata a certe condizioni: che essa non comporti un aumento del rapporto debito pubblico/Pil il che – del tutto infondatamente, come vedremo - sarebbe assicurato solo nel caso in cui la spesa statale desse luogo a una crescita del Pil maggiore del deficit pubblico che la generasse(?).
Viene infine ricordato il duo, invero pestifero, Alesina-Giavazzi , che avrebbe fatto scalpore in quanto pur patrocinatore di una politica pro austerity avrebbe attaccato il governo Monti per aver puntato più sull’aumento della pressione fiscale che non sulla riduzione della spesa pubblica “improduttiva” : con ciò dando luogo a una recessione più intensa che non nel caso della loro ricetta.
E veniamo ai peccati mortali della informazione a metà che come le mezze verità è peggiore di una bugia!
I keynesiani “da barzelletta” o “da bancarella” che con massimo scorno trovano la loro punta di diamante nei due Nobel Krugman e Stiglitz, semplicemente ignorano e continuano a ignorare il centralissimo capitolo XXIII della General Theory del loro vate Keynes. In tale capitolo il futuro Lord Maynard “apre” il suo “modello” subordinando la sua “salvifica” strategia anticrisi all’adozione irrinunciabile di misure protezionistiche. Abbiamo a lungo altrove sviluppato le implicazioni di tale vincolo nell’attuale situazione di Globalizzazione pur criticando alla radice il paradigma di Keynes e mostrando come in tale circostanza egli fosse però stringentemente coerente con il suo “modello”. Cosa che non può dirsi dei suoi attuali eredi e adepti.
Figuriamoci poi cosa ne sappia Summers & Co. della General Theory, che nel caso di specie ignorando il teorema del Nobel Haavelmo – da noi recentemente riesumato - manca di citare l’unica condizione che permette alla spesa pubblica di operare a favore dell’aumento del Pil con spesa pubblica che non aumenti il deficit e il debito pubblico: la sua totale copertura con tassazione! Senza questa condizione quelle da lui suggerite sono bubbole!
Degli ineffabili Alesina e Giavazzi che dire se non che ricordano la distinzione tra carnefici “buoni “ e “cattivi”: i primi torturando con attrezzi in ferro gli altri in acciaio “temperato”. Per non dire della loro nascosta scoperta che risolverebbe l’annoso e irrisolto problema ( in verità gli abbiamo da un paio di anni dato una “sistematina”) della distinzione tra spesa “produttiva / improduttiva”. Ma come chiedere tanto a Harvard e la Bocconi visto già quanto gli si deve per i loro contributi all’umanità e alla scienza!
PS
L’unico che pare abbia le idee chiare come da novella “respiratona” ( che pare si accompagni alle “ideone” di Passera) di sana area di mare dai ponti del Britannia è Il super Mario Draghi che deve aver deciso di calmare il “Ricardo furioso”. Furioso per essere ricordato malamente e a metà come fondatore della dottrina del free trade. Il “grande” economista nel vantare i pregi dei costi/vantaggi comparati in regime di libero scambio non manca di sottolineare come da tale panacea risultassero esentati i percettori di salari che nulla ne avrebbero guadagnato (a onta della propaganda della “ Lega di Manchester”). Salari ai sui tempi a livelli di mera sussistenza fisica. Nei nostri tempi, lì dove si ecceda ancora una tale sussistenza ancorché tale a livello “storico” , come ci ricorda la BCE e il suo presidente il 12 luglio scorso, il modo per contrastare la crisi e rilanciare la concorrenza e quindi lo sviluppo nei Paesi in crisi consisterebbe nella decisione di tagliare i salari: che genio italico da esportazione, quelle idée!




































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