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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 12191 volte 13 settembre 2012

La dottrina della “guerra preventiva” rischia di ritorcersi contro l’Occidente e aggravarne la crisi

Di Arnaldo Vitangeli  •  Inserito in: Geopolitica

Spirano minacciosi venti di guerra sul mondo, ormai interdipendente e globalizzato, duramente colpito da una crisi economica che non accenna a risolversi e che, oltre all’Occidente, comincia a interessare di riflesso anche l’Asia e i Paesi emergenti.

Nei giorni scorsi Benjamin Netanyahu ha rivolto un duro monito all’Occidente e agli USA, colpevoli secondo il premier israeliano, di non porre una precisa linea rossa nei confronti dell’Iran. In pratica il primo ministro dello Stato ebraico chiede che si fissi una data entro la quale l’Iran debba ottemperare a tutte le richieste occidentali, pena l’automatico scoppio di una guerra conto il regime.

Usa ed UE invece preferiscono continuare a trattare e a utilizzare le sanzioni economiche come mezzo di pressione su Teheran e il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha risposto alle richieste israeliane sostenendo l’inutilità di una linea rossa.

La risposta di Tel Aviv è stata a dir poco stizzita, “Quei Paesi della comunità internazionale che si rifiutano di tracciare una linea rossa intorno all’Iran non hanno il diritto morale di frenare la volontà dello Stato Israeliano” ha affermato Netanyahu, e il riferimento agli USA e alle loro pressioni per evitare che Israele attacchi l’iran e’ fin troppo evidente.

Non e’ la prima volta che USA e Israele si scontrano sul dossier nucleare iraniano. In passato c’erano stati diversi attacchi a Obama, descritto come imbelle e incapace dalla destra sionista, sia israeliana che americana, e dal canto suo il Presidente e la sua Amministrazione, considerando disastrose per USA e UE le conseguenze di una guerra contro l’Iran, avevano fatto tutto il possibile per impedirle un attacco israeliano, incluse pressioni sull’Arabia saudita che ha negato agli aerei con la stella di David la possibilità di sorvolo e la diffusione dei piani di attacco israeliani.

Alla base di questa differenza di vedute strategiche tra i due alleati storici ci sono molte ragioni economiche e geopolitiche.

L’inossidabile alleanza tra Usa e Israele, e in generale tra Israele e Occidente, comincia a scricchiolare sotto il peso di interessi ormai antitetici.

Israele si trova in uno stato di guerra, più o meno fredda, con la maggioranza dei propri vicini arabi ed ha al suo interno una minoranza araba che supera il 20%. Oltre a ciò se si considerano i territori amministrati dal governo israeliano, ossia Israele e Cisgiordania, la percentuale di arabi sale di molto. Dunque minacce all’attuale equilibrio dello stato ebraico, e al progetto stesso del sionismo, arrivano dall’interno e dall’esterno in un pericoloso accerchiamento.

Inoltre molti degli storici alleati su cui Tel Aviv ha sempre puntato, come Turchia ed Egitto sono oggi retti da governi islamici estremamente freddi quando non esplicitamente ostili a Tel Aviv.

Ma i cambiamenti all’interno del Medio Oriente, semplicisticamente sintetizzati con l’espressione “primavera araba” investono campi molto più vasti del rapporto con lo stato ebraico. Quello che è cambiato è il ruolo che l’  Occidente può svolgere in quella zona e l’essenza stessa dei rapporti internazionali e degli equilibri globali.

Il medio oriente e l’Asia centrale sono infatti da sempre il terreno di scontro delle grandi potenze per la leadership mondiale, basti pensare alle numerose guerre indirette combattute da Usa e Urss in Afganistan, Iran o Iraq allo scopo di limitare l’influenza strategica e il peso economico del rivale.

L’evoluzione verso un mondo multipolare, creatosi a seguito del crollo dell’URSS prima e dell’emersione di nuove potenze e superpotenze come Cina, India, Iran, Brasile etc. chiaramente ostili o comunque non allineate con l’egemonia di USA e Occidente, ha avuto proprio in Medio Oriente maggiore teatro di scontro.

 

La dottrina della guerra preventiva

 

Parte dell’intellighenzia americana, infatti, riteneva fino a pochi anni fa di poter impedire l’evoluzione degli equilibri mondiali da atlantico-centrici a multipolari proprio attraverso un controllo strettissimo del Medio Oriente.

Il “Progetto per un nuovo secolo americano” (PNAC), associazione nata nel 1997 con lo scopo di promuovere la leadership mondiale degli usa, e di cui fanno parte molti dei principali esponenti della destra americana, tra cui spiccano i fondatori Dick Cheney e Donald Rumsfeld, già a fine anni 90 teorizzava la necessità strategica per Washington di: ottenere una “presenza sostanziale delle forze americane nel Golfo” e che questa necessità non dipendesse affatto da questioni di sicurezza o dalla minaccia del regime ma che fosse per l’America un’esigenza che “trascende la questione del regime di Saddam Hussein”.

In questa fase le posizioni di Usa e Israele sono state così vicine da coincidere perfettamente.

Israele voleva che i suoi pericolosi vicini fossero tenuti sotto controllo, militarmente e politicamente, e gli usa volevano espandere la loro influenza su tutto il Medio Oriente.

Le ragioni di tale posizione del PNAC non sono difficili da immaginare: trovandosi a fine anni 90 ad essere l’unica superpotenza globale rimasta, ma profilandosi all’orizzonte l’emersione incontrollata di nuovi e temibili competitori, Cina in primis, l’unico modo che gli Usa avevano per impedire il risveglio di questi “giganti” era quello di tagliargli i rifornimenti di petrolio, assolutamente necessari per lo sviluppo di un’industria pesante in questi Stati. Non a caso per i falchi dell’amministrazione Bush dopo Afganistan e Iraq sarebbe dovuto toccare a Iran e Siria in modo da controllare direttamente l’intero medio oriente (all’epoca Egitto e Turchia rientravano pienamente tra gli alleati/vassalli di Washington come ancora oggi l’Arabia Saudita) in modo da accerchiare militarmente la Russia e economicamente la Cina.

Per poter mettere in pratica questa dottrina l’amministrazione Bush aveva bisogno di una copertura che nascondesse, almeno in parte, gli intenti marcatamente egemonici.

Tale copertura venne prontamente trovata, a seguito dei controversi attentati dell’undici settembre, nel concetto di “guerra preventiva”. Ogni qual volta che gli Usa ritenessero che, per loro insindacabile giudizio, qualche Paese minacciasse la sicurezza americana, rivendicavano il diritto di attaccarlo militarmente e occuparlo fino a quando non decidessero che la minaccia era cessata. Tutto questo poteva avvenire in totale assenza non solo di atti ostili contro l’America ma anche di prove di violazioni del diritto internazionale. Le famose “armi di distruzione di massa” in base alle quali gli usa hanno occupato l’Iran infatti non sono mai state trovate ma questo non ha costituito un problema per i teorici americani della guerra preventiva.

Il fatto è che sia in Afganistan che in Iraq le ambizioni dei falchi americani si sono rivelate irrealizzabili.

Le invasioni ai Paesi mediorientali, infatti, hanno dimostrato di essere insostenibili sia economicamente che militarmente e, soprattutto, è apparsa chiara l’impossibilità di insediare governi “amici”pronti a seguire  i voleri di Washington, per la strenua opposizione di quei popoli, disposti a una resistenza militare ininterrotta e ad accettare il martirio ma non la sudditanza.

Il totale fallimento delle guerre in medio oriente per il progetto del “nuovo secolo americano” è stata una delle ragioni della fine dell’era repubblicana a Washington e dell’avvento di Barack Obama che, appena insediatosi, ha scelto di tagliare radicalmente con la politica del suo predecessore e di porsi in maniera differente nei confronti della questione mediorientale.

Ovviamente sarebbe sciocco immaginare che il nuovo presidente non si muova, come il suo predecessore, nella logica di un sistema politico basato su potere e influenza e che miri a qualcosa di diverso che fare gli interessi del proprio Stato, ma il punto e’ che Obama, grazie all’esperienza di Bush, ha capito che non è più possibile imporre il volere americano in Medio Oriente.

 

La realtà dei nuovi equilibri globali che spaventa Tel Aviv

 

Gli Usa hanno interessi strategici vitali nel Golfo e nel vicino Oriente, quindi non possono permettersi una rottura totale con questi paesi (pena garantire a Cina e Russia un vantaggio sostanziale) ne hanno la forza per imporre un dominio diretto.

Sembra dunque che l’America di Obama abbia compreso l’inevitabilita’ della natura multipolare del futuro e abbia abbandonato l’idea dei “neocns” di occupare il Medio Oriente per contenere l’avanzata delle nuove potenze e che abbia iniziato a muoversi coerentemente con questa nuova realtà.

L’appoggio americano alle primavere arabe, in luogo dell’aiuto incondizionato a dittatori o regimi filoamericani,in particolare nell’Egitto di Mubarak, è stato un modo per segnare un nuovo corso e per garantirsi, un ruolo di alleato per questi paesi così strategici.

Ma per Israele la questione è radicalmente diversa: se infatti Usa e Europa possono continuare a essere Paesi ricchi e sviluppati e sicuri anche perdendo la propria influenza politica e militare in Medio Oriente (o vedendola radicalmente ridimensionata) Israele non può continuare a esistere come stato ebraico, in assenza di una pace con i palestinesi e occupando le terre della Cisgiordania, senza mantenere una schiacciante superiorità strategica, diplomatica e, soprattutto, militare.

Con il ridimensionamento del peso globale degli Stati Uniti e con il loro ripiegamento su posizioni più dialoganti la protezione strategica e diplomatica di cui Israele ha sempre goduto sta venendo meno (con il rischio che l’Onu finisca per accettare la nascita di uno Stato palestinese nei confini del 67, o che alle innumerevoli condanne che le Nazioni Unite hanno inflitto allo stato ebraico segua prima o poi qualche conseguenza pratica, sempre evitata dal diritto di veto americano); se pertanto l’Iran dovesse dotarsi di un arsenale atomico anche la deterrenza nucleare israeliana non sarebbe più risolutiva.

Questo ovviamente non significa che Teheran lancerebbe la bomba contro Israele, (contrariamente a quanto si sostiene nella destra israeliana gli iraniani sono governati da individui molto abili e razionali, ben consapevoli che un’azione del genere sarebbe un suicidio) ma che Israele non sarebbe più in condizione di imporre ai propri vicini tutto ciò che vuole certa dell’impossibilita’ di una loro reazione militare, come e’ stato fino ad oggi.

Il recente summit dei Paesi non allineati,ospitato proprio dall’Iran, ha rappresentato un pericoloso campanello d’allarme per lo Stato ebraico.

Nonostante la demonizzazione dell’Iran da parte dell’Occidente, che dura ormai da anni, e la pressione americana, europea e israeliana per boicottare il summit, 120 paesi del mondo, ossia la maggioranza assoluta, hanno partecipato.

Di particolare importanza e’ apparsa la partecipazione dell’Egitto guidato da Morsi, che dopo decenni di rivalità sembra deciso a stabilire relazioni più amichevoli con la Repubblica Islamica.

I 120 Paesi hanno approvato all’unanimità un testo che riconosce il diritto dell’Iran ad un uso pacifico del nucleare e condanna le sanzioni unilaterali degli Stati Uniti contro la Repubblica Islamica.

Dunque il numero e il peso dei Paesi che si oppongono all’egemonia occidentale in Medio Oriente cresce e si rafforza.

In sostanza quello a cui sembra di assistere e’ la trasformazione degli Usa da superpotenza unica guidata da una politica aggressiva e unilaterale volta a evitare l’emersione di potenze rivali a grande potenza in un contesto ormai multipolare basato sul dialogo.

Ma l’emersione di tale nuovo ordine multipolare e’ visto da Israele come una minaccia letale per la sua sopravvivenza, che può essere garantita solo da un sistema a guida americana in cui gli USA siano l’ago della bilancia perennemente pendente a favore di Israele per proteggerlo, anche in sede ONU, dalle risoluzioni di condanna volute dalla stragrande maggioranza dei Paesi.

Davanti alla riluttanza o alla impossibilità degli Usa a svolgere ancora quel ruolo, Tel Aviv e’ pronta a forzare la mano di Washington, con un pressing diplomatico senza precedenti e, forse, con un pericolosissimo attacco preventivo che metterebbe Obama in una condizione critica.

Se infatti tale attacco avvenisse prima della rielezione, l’attuale inquilino della Casa Bianca sarebbe praticamente costretto a intervenire in favore di Israele, con l’effetto di impegnare il proprio Paese in un’altra pericolosissima, costosissima e inutile guerra, che non potendo essere vinta (come quella Afgana,) finirebbe per logorare l’America senza ottenere nulla e anzi avvantaggiando i suoi rivali, Cina e Russia, come è stato per quelle precedenti.

 

Il rischio di una crisi devastante per l’Europa

 

Ma in caso di guerra i guai non sarebbero solo per gli Usa. Un attacco all’Iran infatti infiammerebbe l’intera area mediorientale, con conseguenze imprevedibili e con la certezza di un nuovo shock petrolifero che, a differenza di quello degli anni 70, non avverrebbe in un periodo di forte crescita economica, ma di profondissima crisi. L’Europa in particolare sarebbe duramente colpita, sia per a sua dipendenza energetica dal petrolio mediorientale, sia per la sua debolezza economica in questa fase.

Netanyahu grazie al precedente di Gorge W. Bush minaccia di attaccare unilateralmente l’Iran senza aver bisogno di nessun autorizzazione degli organismi internazionali, in base alla dottrina della “guerra preventiva”, e questo contro il parere di numerosi esperti militari israeliani e di parti consistenti della politica e dei servizi, oltre che dell’apparato militare.

Europa ed Usa, che vedrebbero i propri interessi economici e la propria sicurezza compromessi da un simile attacco si opporranno in ogni modo a un azione unilaterale israeliana, ma negli anni Tel Aviv ha dimostrato di agire in totale autonomia, anche dal protettore americano, pertanto i prossimi due mesi, quelli cioè che precedono le elezioni americane, saranno cruciali.

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Autore: Arnaldo Vitangeli » Articoli 120 | Commenti: 290

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