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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 14946 volte 21 dicembre 2012

La bilancia del terrore finanziario tra Cina e Stati Uniti

Un recentissimo studio del Congresso americano fa il punto sui problemi e sui timori derivanti dal possesso cinese di una enorme quantità di Buoni del Tesoro Usa

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza Internazionale, Primo Piano

Un recentissimo studio del Congresso americano fa il punto sui problemi e sui timori derivanti dal possesso cinese di una enorme quantità di Buoni del Tesoro Usa“Una specie di bilancia di terrore finanziario”. Così un analista ha definito l’interdipendenza finanziaria tra gli Stati Uniti e la Cina. Una interdipendenza che sta creando malumori e crescenti timori sia nell’uno che nell’altro Paese. Da un lato la Cina guarda con preoccupazione alle politiche di “quantitative easing” messe in atto dalla Federal Reserve, per i possibili effetti inflazionistici, e teme una svalutazione di fatto della moneta americana, che toglierebbero valore alle ingenti riserve in dollari che Pechino detiene ; dall’altro negli Stati Uniti c’è chi teme che la Cina possa usare il suo enorme credito in dollari come leva per condizionare le relazioni politiche con Washington, o addirittura che operando improvvisamente massicce vendite di dollari possa mettere in crisi la valuta e l’economia americane. E’ un timore questo che dai ristretti ambienti economici si sta allargando ormai all’opinione pubblica ed all’uomo della strada. Ne è un segnale persino una puntata di una popolare serie televisiva poliziesca americana, trasmessa recentemente anche in Italia. Il “giallo” è incentrato infatti su un complotto mirante ad uccidere negli Usa la figlia di un influentissimo uomo di finanza cinese, per suscitare appunto, come reazione, una massiccia vendita di titoli del Tesoro americano da parte della Cina, nella convinzione – sorretta dagli studi di uno scienziato – che quella è la chiave di volta che sorregge oggi l’economia americana. Venendo essa meno sarebbe crollato l’intero edificio, scatenando la terza guerra mondiale. Fantasie semplicistiche di sceneggiatori a corto di idee, certamente. Ma esse riflettono, indubbiamente, uno stato d’animo di preoccupazione sempre più diffuso negli Stati Uniti, tant’è che un recentissimo “paper” del Servizio Ricerche del Congresso americano (reca la data del 6 dicembre scorso) tenta di far luce sui vari aspetti di questo problema. Il “paper” ancora ignoto in Italia, è apparso sul blog “Il Corriere della collera”, dell’analista di geopolitica Antonio De Martini. Vediamo dunque, sulla scorta del documento americano, le dimensioni di questa sorta di “bilancia di terrore finanziario”, la sua tendenziale evoluzione, ed i problemi che essa pone sia a Washington che a Pechino. Le dimensioni del debito pubblico Usa Cominciano dai numeri fondamentali. Il debito totale degli Stati Uniti (pubblico e privato) era di 31,7 trilioni nel 2009; quello pubblico ammontava alla fine dello scorso anno a 14,8 trilioni di dollari (ovverosia 14.800 miliardi, secondo il sistema di calcolo anglosassone, ove un bilione equivale ad un miliardo ed un trilione a mille miliardi) . Di questa montagna di debiti il 43% è detenuto da trust funds del governo americano ed il 57%, cioè 8,4 trilioni, da privati. Di questi 8,4 trilioni 5 trilioni, cioè il 58% è in mano a detentori esteri. A settembre 2011 i titoli del Tesoro Usa in mano alla Cina erano pari a 1.270 miliardi dollari. A fronte del debito totale del Tesoro americano la quota in mano ai cinesi rappresenta dunque l’8,6%. Può sembrare una quota non particolarmente allarmante, ma il discorso cambia considerando che la Cina da sola ha in mano più di un quarto (25,9%) del totale dei titoli del Tesoro Usa in mani straniere ed il 15% dei titoli in mano a soggetti privati (sia americani che esteri. Ancora più impressionante un calcolo ulteriore, secondo cui ogni cittadino americano ha un debito di più di 4.000 dollari con la Cina, ed ogni cittadino cinese ha un credito di quasi mille dollari con gli Stati Uniti, i quali, secondo alcune stime (un calcolo preciso non è possibile per la variabilità dei tassi) sul loro debito devono pagano alla Cina 107 milioni di dollari al giorno d’interessi. Lo scandalo monetario internazionale E’ stato osservato che mai nella storia un Paese così povero come la Cina ha finanziato in tale enorme misura un Paese così ricco come gli Stati Uniti. I poveri che prestano ai ricchi: lo SME non significa più Sistema Monetario Internazionale; va tradotto piuttosto in Scandalo Monetario Internazionale, osservava già vari anni or sono il grande economista Robert Triffin. Ma questo “scandalo” quanto può durare? Già allora dall’edificio del sistema monetario globale provenivano sinistri scricchiolii. Il crollo nel 2008 dell’ala finanziaria ha fatto quasi passare in secondo piano i problemi dell’intero edificio monetario. Ma quei problemi restano, e la mancata soluzione li incancrenisce e li aggrava. Ed il paradossale rapporto di un Paese come la Cina, con un reddito annuo nominale pro capite di circa 4.300 dollari, che presta migliaia di miliardi di dollari agli Stati Uniti, che hanno un reddito annuo pro capite di oltre 46.000 dollari, e di un’economia americana sempre più dipendente dai prestiti cinesi, è solo uno degli aspetti della crisi monetaria internazionale, esplosa nel ferragosto 1971 con la dichiarazione d’inconvertibilità del dollaro in oro, e da allora mai risolta. Ma perché sono i cinesi che oggi prestano capitali agli americani, e non viceversa, come sarebbe logico? Le cicale e le formiche Già nelle sue prime pagine lo studio del Servizio Ricerche del Congresso Usa espone con innegabile chiarezza le cause vere e profonde di questo paradosso. La verità è che gli americani saranno pure tra i popoli più ricchi del pianeta, ma non risparmiano, e consumano più di quel che producono. Per finanziare il loro livello di vita, gli investimenti ed il debito pubblico e privato hanno bisogno perciò di indebitarsi con quei Paesi, come la Cina, che invece risparmiano, e consumano meno di quanto producono. Il Fondo Monetario Internazionale fornisce i dati di questi flussi, e risulta così che nel 2011 gli Stati Uniti il più grande importatore di capitali esteri, avendo assorbito il 38,5% delle disponibilità totali, mentre la Cina è stato il più largo esportatore, avendo fornito da sola il 12,5% dei capitali disponibili globalmente. In un immaginario campionato mondiale, i cinesi vincono dunque il campionato delle formiche; gli americani quello delle cicale. Non stupisce così che nell’ultimo decennio, cioè dal 2002 al 2011, l’ammontare del debito pubblico statunitense detenuto da privati sia pressoché triplicato: da £ a 8,8 trilioni di dollari, ed in proporzione al prodotto interno lordo sia più che raddoppiato: dal 28,4 al 57,9%. La politica di cambio e le riserve valutarie cinesi La politica di cambio della Cina tende a mantenere basso quanto più possibile il cambio tra renminbi (la moneta cinese) ed il dollaro. Secondo le autorità cinesi ciò è necessario per assicurare un ordinato progresso sociale; secondo molti analisti americani ( e non solo americani) invece la Cina pratica così un dumping valutario, che aggiunto a quello sociale le permette di incrementare al massimo le esportazioni e disincentivare invece le importazioni. Crea così risparmio, che però non va a finanziare i consumi interni, bensì gli investimenti delle imprese orientate vero le esportazioni, grazie anche ad un basso costo del denaro. Per attuare queste politiche e frenare l’apprezzamento del renminbi rispetto al dollaro la Banca Centrale Cinese è costretta ad acquistare dollari, ammassando così nelle sue riserve quantità crescenti di valuta americana. Ma non è solo la bilancia commerciale attiva ad incrementare le riserve valutarie. Nel 2010, ad esempio, al surplus commerciale di 185 miliardi di dollari si sono aggiunti investimenti diretti in Cina per altri 106 miliardi nonché flussi difficilmente valutabili di “moneta calda”, cioè di capitali a breve speculativi. La “moneta calda” tende a “bypassare” le restrizioni delle autorità cinesi sugli afflussi di capitali, e mira a speculare su possibili rivalutazioni della moneta cinese, o in settori a rapido sviluppo, come l’immobiliare, col rischio peraltro che anche nell’ex “Celeste Impero” venga a gonfiarsi una bolla immobiliare. Tirando le somme, secondo le statistiche ufficiali le riserve valutarie cinesi per il 2012 sono stimate in 3.300 miliardi di dollari. Erano di appena 216 miliardi nel 2001. Ma secondo alcuni analisti in realtà le riserve valutarie cinesi sono ancor più ingenti di quanto non dicano le statistiche ufficiali, che non tengono conto dei capitali detenuti dai fondi d’investimento sovrani delle China Investment Corporation e dalle banche statali. Computando anche queste voci le riserve valutarie della Cina sarebbero di quasi il 20% più alte e sfiorerebbero i 4.000 miliardi di dollari. Vale la pena peraltro sottolineare che calcolando le riserve in proporzione al “pil” la “marcia trionfale” della Cina pare accenni a rallentare, se non a fermarsi. Nel 2008 infatti, primo anno della crisi finanziaria globale, le riserve valutarie rispetto al prodotto interno lordo hanno avuto un calo impercettibile (-0,2%); nei due anni successivi sono tornate a salire, ma nel 2011 per la prima volta vi è stato un calo sensibile: dal 44,1 al 40,8%. Il picco dell’ammontare delle riserve in proporzione al prodotto interno lordo era stato raggiunto nel 2010, che con il 48,4% segnava peraltro solo un lieve incremento rispetto al 48,1% dell’anno precedente. Nel biennio seguente vi è stata una flessione di quasi 4 punti all’anno. In cifre l’ammontare di titoli del Tesoro americano in mano cinese è sceso nel 2011 di 8,3 miliardi di dollari ed a settembre 2012 era di 114,7 miliardi in meno rispetto ad un anno prima. La “lettura” di questo calo non è scontata. Secondo alcuni analisti infatti esso dimostra che anche il gigante cinese comincia a risentire degli effetti della crisi globale. Ma altri non escludono che i cinesi, molto cautamente, abbiano iniziato a vendere titoli del Tesoro americano, incrementando gli acquisti di oro. I titoli americani in mano alla Cina Il governo cinese non rende nota la percentuale in dollari delle sue riserve; molti analisti la stimano attorno al 70%. Secondo il rapporto del Tesoro americano del 30 aprile 2012 il totale dei titoli Usa detenuti dalla Cina alla fine del secondo semestre 2011 ammontava, come abbiamo già visto, a 1.700 miliardi di dollari. Il possesso cinese di titoli americani è aumentato dal 2006 al 2011 di oltre mille miliardi di dollari (+147%); nel 2009 la Cina, che ancora nel 1997 era solo al settimo posto, superava così il Giappone quale maggior detentore di titoli americani ed a giugno 2011 il vantaggio sul Giappone aveva raggiunto 9 punti percentuali. Pechino, che nel 2002 deteneva il 4,1% dei titoli americani detenuti da stranieri, oggi ne possiede il 14% ed oltre i tre quarti di tali titoli (75,3%) sono titoli a lungo termine del Tesoro; un ulteriore 14,2% sono titoli a lungo termine di agenzie governative, e solo il 9,3% sono azioni di società americane. In base a questi dati la Cina è il primo creditore al mondo del Tesoro americano; il secondo dopo il Giappone di titoli delle Agenzie governative statunitensi, e complessivamente l’ottavo “socio” di società americane, con investimenti per 159 miliardi di dollari. Questa crescente dipendenza americana dai capitali cinesi per il finanziamento del deficit pubblico sta diventando la maggiore preoccupazione per alcuni politici americani, i quali temono che Pechino finisca così con l’avere, se non una vera e propria arma di ricatto, un potere di condizionamento nei confronti delle scelte, non solo in campo economico, degli Stati Uniti. Ma il timore maggiore è forse un altro: che la Cina, perdendo fiducia nel dollaro e nella capacità degli Usa di ripagare il debito, smetta di acquistare titoli del Tesoro americano, e tenti di liquidare quelli che già ha. E per l’economia americana se questa vendita avvenisse all’improvviso ed in misura massiccia, sarebbe davvero un disastro. Altri, paradossalmente, ritengono che i generosi acquisti cinesi siano stati una delle cause della crisi finanziaria globale: aiutando a tener molto bassi i tassi d’interesse reale negli Stati Uniti, hanno contribuito a gonfiare la bolla immobiliare; se lo squilibrio commerciale e finanziario tra Cina e Stati Uniti non verrà colmato, altre bolle in futuro potrebbero gonfiarsi. I timori cinesi Ma non sono solo gli americani a nutrire timori per la gran mole di titoli del tesoro Usa in mano ai cinesi; cominciano ad avere preoccupazioni e dubbi anche i cinesi, specie dopo l’esplosione della crisi finanziaria globale e dopo che Standrad&Poor’s nell’agosto del 2011 ha abbassato il rating sul debito sovrano a lungo termine degli Usa dalla tripla A ad AA+. Se il segretario di Stato americano Hillary Clinton, nel corso della sua visita in Cina a febbraio 2009, esprimeva tutto il suo apprezzamento per il fatto che la Cina, malgrado la crisi finanziaria globale, continuava ad aver fiducia nei titoli americani, ed invitava il governo cinese a continuare gli acquisti, un mese dopo il premier cinese Wen Jibaoa non nascondeva perplessità e timori: “Noi- dichiarava infatti – abbiamo prestato un forte ammontare di capitali agli Stati Uniti, ed ovviamente siamo interessati alla sicurezza dei nostri investimenti. E ad essere sinceri, io sono un po’ preoccupato”. Dopodiché esprimeva un invito che suonava quasi come un ammonimento: “Vorrei invitare gli Stati Uniti ad onorare i propri impegni, a rimanere una nazione credibile e ad assicurare la sicurezza degli asset cinesi”. Qualche giorno dopo Zhou Xiaoghuan, governatore della Banca del Popolo Cinese, pubblicava un “paper” in cui si propone di sostituire il dollaro quale valuta internazionale di riserva, con un nuovo sistema monetario globale, controllato dal Fondo Monetario Internazionale. Wshington di certo non avrà gradito. Ma è a luglio del 2011, poche settimane prima del downgrading da parte di Standard&Poor’s del debito sovrano a lungo termine degli Stati Uniti che sulla stampa cinese controllata dal governo sono apparse le critiche più esplicite alla politica del debito americana, ed i timori per i crediti cinesi. “Quando il debito pubblico si avvicina al prodotto lordo annuo – sottolineava il 28 luglio 2011 l’Agenzia Xinhua News- è tempo che Washington riconsideri l’idea che si possa vivere senza mezzi propri”. Cinque giorni dopo un secondo editoriale della stessa Agenzia tornava sullo stesso argomento, chiedendosi tra l’altro: “Potrà Washington continuare a chiudere gli occhi davanti alla crescita continua del suo debito….fino a far scoppiare la bomba del debito, mettendo in pericolo il benessere di centinaia di milioni di famiglie all’interno e al di fuori degli Stati Uniti?”. Ed ancora, in un martellare che indicava il crescere delle preoccupazioni due giorni dopo la stessa Agenzia Xinhua ammoniva: “Il governo degli Stati Uniti deve prendere dolorosamente atto che sono ormai finiti i bei vecchi giorni in cui poteva comunque ottenere prestiti, prescindendo dal suo disordine finanziario”. E tornava sul tema tabù della moneta internazionale di riserva affermando senza mezzi termini che “Dovrebbe essere introdotta una supervisione internazionale sull’emissione di dollari americani, ed una nuova stabile e sicura moneta di riserva globale può essere un’opzione per evitare una catastrofe causata da un singolo Paese”. Ed infine: “Sono ormai contati i giorni in cui zio Sam, a cavallo dei debiti, poteva tranquillamente sperperare illimitati prestiti esteri. La Cina, il più grande debitore ha tutto il diritto di chiedere agli Stati Uniti di risolvere il problema del suo debito strutturale, e di assicurare la sicurezza dei crediti in dollari della Cina”. Un editoriale del 25 agosto del China Daily chiariva poi che la Cina temeva non tanto il downgrading del debito del Tesoro americano, quanto l’annuncio della Fed di un QE3, cioè di una terza ondata di quantitative easing, e ammoniva apertamente che se gli Stati Uniti avessero scelto la strada irresponsabile di una svalutazione del dollaro, la Cina non soltanto avrebbe smesso di comprare titoli del Tesoro americano, ma avrebbe ridotto gradualmente i suoi asset in dollari. Pechino può condizionare le politiche di Washington? Ma Pechino può usare davvero questa minaccia di vendere i titoli del Tesoro americano, come una leva per condizionare le politiche, non solo economiche, degli Stati Uniti? E’ questo il timore che da tempo serpeggia nel mondo politico e nell’opinione pubblica americana. Gary Locke, ambasciatore americano in Cina, nel corso di un’audizione davanti alla Commissione senatoriale americana per le relazioni estere, nel maggio 2011, rispondendo ad una precisa domanda ha dichiarato che il forte possesso cinese di titoli americani “non ha alcuna influenza in politica estera”. E d’altronde, cosa altro poteva rispondere? Esponenti ufficiali cinesi sono stati e sono di parere diverso. Rappreentanti ufficiali dell’Ufficio Studi di due eminenti esponenti del governo cinese in un’intervista al Telegraph dell’agosto 2007 affermavano che la Cina, se lo avesse voluto, aveva il potere di far collassare il dollaro se gli Stati Uniti avessero deciso sanzioni commerciali per forzare la rivalutazione del renminbi, e che la semplice minaccia di vendere in massa titoli americani poteva essere usata come moneta di scambio. E Ding Gang “senior editor” del China’s People Daily nell’agosto 2011 scrisse in un editoriale: “E’ arrivato il tempo per la Cina di usare la sua arma finanziaria per dare agli Stati Uniti una lezione se essi vanno avanti con il piano di vendere armi a Taiwan.”. Aggiungeva che la Cina non ha mai voluto usare il possesso di titoli americani come arma. Ma erano gli Stati Uniti che l’avrebbero forzata a farlo, per difendere la sovranità cinese. Molti analisti americani tendono però a minimizzare questa minaccia, osservando che la Cina in realtà si darebbe la zappa sui piedi. Una massiccia vendita di titoli americani ne farebbe diminuire infatti il valore sui mercati internazionali, e e si deprezzerebbero anche le riserve rimanenti. E se a seguito di queste vendite si innescasse una reazione a catena ( vendite anche da parte di altri detentori di titoli americani, riduzione del valore del dollaro, aumento dei tassi negli Stati Uniti, flessione dell’economia americana), diminuirebbero anche le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti (che da soli assorbono circa un quarto dell’export cinese). Ogni azione cinese che destabilizzasse o rischiasse di destabilizzare l’economia americana susciterebbe inoltre per reazioni forti tendenze protezionistiche nell’opinione pubblica americana. Insomma: la Cina, la cui crescita oggi si basa sulle esportazioni, avrebbe tutto da perdere. E quanto alle possibilità di condizionamento (o di ricatto…) un “report” del ministero della Difesa americano è categorico: la vendita di titoli americani probabilmente danneggerebbe più la Cina che gli Stati Uniti “e poiché la minaccia non è credibile e l’effetto sarebbe limitato, essa non offre alla Cina opzioni di deterrenza né in campo diplomatico, né in campo militare od economico, e ciò resta vero sia in tempo di pace che in scenari di crisi o di guerra”. Ma cosa accadrebbe davvero se la Cina usasse la sua “arma finanziaria”? Dietro queste parole categoriche però qualche dubbio evidentemente permane, e deve essere alquanto diffuso, tanto che il “report” dell’Ufficio Ricerche del Congresso, che abbiamo già citato all’inizio, ripropone la domanda: cosa accadrebbe se la Cina smettesse di comprare titoli del Tesoro americani e/o tentasse di vendere larga parte dei suoi crediti in dollari? Ed ecco le risposte. In prima battuta – e la constatazione è lapalissiana- gli Stati Uniti dovrebbero trovare altri investitori stranieri per coprire il buco. Ma, ed ecco un primo punto problematico, per attrarli dovrebbero offrire tassi più alti. Più alti tassi d’interesse causerebbero una riduzione negli investimenti ed in quei rami produttivi sensibili al costo del denaro. La riduzione da parte della Tesoreria cinese della quota di bond del Tesoro Usa, “ceteris pari bus”, causerebbe una riduzione della domanda complessiva estera di titoli americani, e questo condurrebbe ad una svalutazione del dollaro, che peraltro farebbe ridurre il disavanzo commerciale americano. L’innesco di questa reazione a catena e la sua ampiezza dipenderebbero dalla quantità di titoli venduti: vendite modeste, data l’ampiezza del mercato finanziario americano, avrebbero effetti trascurabili; se la vendita fosse ingente, gli effetti dipenderebbero da quanto essa fosse improvvisa e veloce. Ma gli scenari possibili sono in realtà più complessi. Si può addirittura ipotizzare che in caso di declino lento gli effetti per l’economia americana sarebbero nel complesso positivi, se la riduzione del deficit commerciale avesse nel breve termine un effetto espansionistico, cioè se il suo effetto stimolante fosse superiore a quello frenante della riduzione degli investimenti e delle spese nei settori più sensibili al costo del denaro. La svalutazione del dollaro di per sé non causerebbe recessione, portando in definitiva ad un surplus commerciale, o ad una riduzione del deficit, quindi ad un’espansione della domanda aggregata Ma un aumento improvviso e forte dei tassi d’interesse potrebbe esso sì causare o rafforzare una recessione. Tutto questo (forte deprezzamento del dollaro e forte aumento dei tassi potrebbe potenzialmente concretizzarsi se la vendita dei titoli americani da parte cinese fosse improvvisa e massiccia, e se essa spingesse sui mercati a reazioni di panico, con vendite generalizzate da parte di tutti i detentori di titoli americani. Ma, osserva il “report”, i mercati finanziari hanno già affrontato e superato l’eccezionale terremoto del 2007. Cosa altro potrebbe accadere di più e di peggio? In definitiva: tutto considerato li Stati Uniti non paiono preoccuparsi più di tanto per i crescenti debiti che hanno con la Cina. Semmai i più avvertiti tra gli analisti ricordano che quello cinese è parte di un problema più ampio: il fatto cioè che gli Stati Uniti risparmino poco o niente, consumino più di quel che producono e vivano al disopra delle proprie possibilità, grazie al credito altrui. Una situazione che evidentemente non può durare all’infinito. Intanto ben vengano i prestiti cinesi. Della Cina quel che comincia seriamente a preoccupare Washington non è la possibilità di ricatto finanziario; è la crescente potenza militare. Ma questo è tutto un altro discorso.

Giorgio Vitangeli

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