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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 16443 volte 18 giugno 2012

In Grecia vincono i partiti pro-rigore ma il Paese e’ spaccato e l’entusiasmo dei mercati dura poco

Di Arnaldo Vitangeli  •  Inserito in: Geopolitica

manifestanti in Grecia

La vittoria di misura del partito Nea Dimokratia, di Antonis Samaras che ha raggiunto il 30% dei voti garantisce, dopo il fallimento delle scorse elezioni, la possibilità di formare ad Atene un governo. I conservatori infatti, insieme ai socialisti del Pasok, raggiungono 162 seggi su 300, ossia una maggioranza, seppur di misura. Non era affatto scontato.

I risultati delle elezioni elleniche hanno fatto tirare un sospiro di sollievo a molti. La Merkel, Monti, Barroso ma anche Obama e Livni si sono compiaciuti per i risultati del voto, tuttavia i mercati si sono rivelati molto meno ottimisti e, dopo un’iniziale euforia, le borse in Europa hanno ridotto fortemente i guadagni o sono passate al segno meno, l’euro ha perso terreno nei confronti del dollaro e, in Spagna e Italia, lo spread ha ripreso a crescere.

La ragione di questa virata non e’ difficile da intuire: superato lo scoglio principale che poteva provenire dalle urne, ossia un parlamento non in grado di esprimere una maggioranza che accettasse le misure di austerity, e fortemente impegnato a mantenere Atene ancorata all’euro, si pongono ora nuovi e inquietanti interrogativi.

Il primo e più ovvio riguarda la possibilità di tenuta di un esecutivo che nasce fragile e diviso.

In una normale democrazia dell’alternanza un partito di destra e uno di sinistra dovrebbero essere contrapposti; in Grecia devono unirsi per riuscire a raggranellate una manciata di voti di maggioranza. Ma l’aritmetica e la politica sono cose diverse 163 seggi su 300 garantiscono la maggioranza ma non la governabilità.

Il partito socialista greco e’ stato duramente punito dagli elettori, che gli hanno dato meno della metà delle preferenze accordate alla sinistra estrema. Se si pensa che solo nel 2009 i socialisti panellenici avevano vinto le elezioni con il 43% si può avere un’idea delle dimensioni della debacle. Andare al governo in appoggio alla destra di Nea Dimokratia potrebbe erodere ulteriormente quel modesto consenso di cui ancora il Pasok gode, e quanto più dure saranno le misure di rigore tanto più velocemente quel consenso verrà meno. Il leader del partito, Evanghelos Venizelos, ben consapevole di quanto appena detto, ha proposto un governo di unità nazionale con i conservatori e i comunisti di Syriza, che gli hanno prontamente e ovviamente risposto picche.

La sinistra estrema infatti sa bene di essere la vera vincitrice delle elezioni, se si considerano due importantissimi fattori: il primo e’ che il boom elettorale e’ avvenuto in un contesto in cui praticamente tutti gli opinion leader e gli organi di stampa, nazionali e esteri, hanno descritto l’eventualità di una vittoria di Syriza come una sciagura dalle proporzioni inimmaginabili; nonostante questo quasi un greco su tre ha dato il suo voto a questo partito.

La seconda e’ che, con ogni probabilità, le misure di austerity non solo non risolveranno la crisi greca ma la aggraveranno, in una spirale recessiva inevitabile fatta di tagli che deprimono l’economia e impoveriscono a livello drammatico i cittadini e di interessi su prestiti internazionali che pesano come un macigno sulla possibilità di una futura ripresa.

Se questa analisi e’ corretta il nascituro governo greco avrà vita breve in quanto, di fronte alle probabili e sempre più violente proteste sociali il supporto del partito “socialista” all’esecutivo potrebbe venire meno e da qui a qualche mese in Grecia si potrebbe essere punto e a capo, con i partiti “antirigore” ulteriormente rafforzati.

 

Ma se Atene piange Roma non ride….

 

La situazione italiana ricorda per molti versi quella greca. Al di là del fatto che, rispetto ai greci, gli italiani hanno una situazione economica e un tessuto industriale enormemente migliori e che le misure che, allo stato attuale, il governo Monti ha adottato sono all’acqua di rose se paragonate alle lacrime e sangue richieste ai greci, la situazione politica ha molti punti di contatto.

Attualmente infatti il governo e’ sostenuto da una maggioranza trasversale che include conservatori e progressisti. Ma anche da noi i partiti che nei decenni scorsi hanno monopolizzato la politica nazionale sono in rotta.

Secondo gli ultimi sondaggi il PD, il primo partito attuale, raggiunge appena il 24%, tallonato da vicino dal Movimento 5 stelle, che continua a crescere settimana dopo settimana ed e’ arrivato nei sondaggi ad essere il secondo partito con il 21%. L’Idv e’ sotto la soglia del 6%  cosi’ come l’Udc, il che significa che, con questi numeri, anche in Italia dopo le prossime elezioni politiche potrebbe profilarsi la necessità di un secondo governo “tecnico” di larghe intese non essendoci, tra le forze politiche tradizionali, partiti o coalizioni in grado di governare.

La crisi economica insomma sta letteralmente cancellando il sistema politico precednete e apre scenari densi di incognite, ma anche di opportunità.

 

La fine del pensiero unico

 

Nei decenni dalla caduta del muro di Berlino ad oggi, infatti, la politica europea si e’ nei fatti caratterizzata come alternanza tra parti o coalizioni che in realtà esprimevano una visione comune su tutti gli aspetti più importanti dell’economia, del modello sociale e della collocazione internazionale.

Molte delle decisioni essenziali per il destino dei popoli, inoltre, erano state delegate in sede europea ad organismi tecnici non eletti, o  a istituti di fatto privati come le banche centrali, ossia societa’ per azioni cui si e’ dato il potere di decidere la politica monetaria degli Stati sovrani.

Tutto questo per anni non ha suscitato la minima opposizione, essendo la maggioranza della popolazione o completamente all’oscuro di tali meccanismi o convinta che se tutti i partiti, di destra, di centro e di sinistra, concordavano su queste misure non potevano che essere misure ovvie e di buon senso.

La storia ha smentito questo postulato e oggi quel modello, acriticamente accettato per anni a tutti i livelli, viene messo duramente in discussione da forze politiche che, proprio perché si oppongono ai dogmi del liberismo anglosassone che ha dominato il recente passato, ottengono consensi enormi.

Il programma di Syriza, per fare un esempio, prevede l’uscita della Grecia dalla Nato, la chiusura delle basi americane e la nazionalizzazione delle banche greche. Dall’altro estremo dell’emiciclo parlamentare Alba Dorata, il partito neonazista, o definito tale dai media, chiede più o meno le stesse cose, e anch’esso ha ricevuto una valanga di voti, passando dalle dimensioni di un partitino da prefisso telefonico a forza politica che sfiora il 7%.

Queste visioni “eretiche” fino a poco tempo fa erano messe all’indice e nessun partito poteva sperare di governare senza abbracciare il pensiero unico liberista come  dogma indiscutibile.

Oggi in Grecia, in Italia ma anche in Germania (se si pensa al successo del Partito Pirata, nato appena nel 2006) le forze che propongono un’alternativa autentica rubano voti sia a destra che a sinistra, (e la scomparsa o la perdita di senso della tradizionale distinzione tra destra e sinistra e’ un altro elemento centrale delle attuali trasformazioni politiche).

Ma infondo non e’ questo il senso profondo della democrazia? Non significa garantire ai cittadini di decidere del proprio futuro scegliendo tra opzione realmente divergenti, o meglio tra modelli di società che non siano fotocopie l’uno dell’altro? Forse allora la crisi ha riportato davvero nella vecchia Europa qualcosa che era scomparso da  anni: la libertà di decidere del proprio futuro.

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Autore: Arnaldo Vitangeli » Articoli 127 | Commenti: 344

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