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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 25916 volte 09 marzo 2012

Il vero problema è la riduzione del potere d’acquisto e la mancanza d’investimenti

Gli stipendi in Italia sono davvero tra i più bassi d’Europa?

Di Redazione  •  Inserito in: Economia, Economia Italiana, Europa, Planisfero

di Giorgio Vitangeli

Secondo l’Eurostat il livello degli stipendi in Italia è tra i più bassi d’Europa, inferiore addirittura a quello di Grecia e Spagna. E la notizia, ovviamente, ha destato scalpore.

Qualche giorno dopo il nostro Istituto nazionale di statistica, l’Istat, ha smentito le statistiche europee osservando che il dato riguardante l’Italia risaliva al 2006; quelli degli altri Paesi europei al 2009, per cui essi non erano confrontabili. Su basi omogenee, cioè facendo riferimento per tutti al 2008, gli stipendi in Italia risultavano nella media europea, e comunque superiori a quelli in Grecia ed in Spagna.

Chi abbia ragione è irrilevante. Perché la realtà vissuta sulla propria pelle, ed i confronti che si possono fare viaggiando in Europa, resi più facili ora dalla moneta comune, testimoniano irrefutabilmente non solo che gli stipendi in Italia sono più bassi di quelli degli altri maggiori Paesi europei con cui dovremmo confrontarci (la Germania e la Francia, non certo con i Paesi dell’est ex comunisti, o con Grecia e Portogallo, che contribuiscono tutti alla media europea), ma soprattutto che in Italia il potere d’acquisto di stipendi e pensioni sta scendendo di anno in anno.

La misura adottata recentemente dal governo Monti, di non indicizzare più all’inflazione le pensioni al disopra di 1.500 euro, diminuendole perciò di fatto di almeno il 3% all’anno, è solo la ciliegina sulla torta.

Il potere complessivo d’acquisto di salari e stipendi da anni viene falcidiato in Italia da una serie di contratti anomali (a tempo determinato, a progetto, a tempo parziale ecc.), che assicurano minori garanzie e retribuzioni più basse, non raramente miserevoli. Poi, naturalmente, c’è l’inflazione che sta tornando a rialzare la testa, e che corrode, anno dopo anno, il potere d’acquisto di salari e pensioni. Un’inflazione ben più alta di quanto non dicano le statistiche ufficiali. E non si tratta di una percezione distorta, che amplifica la realtà, bensì  del fatto che l’aumento dei prezzi si concentra su beni  indispensabili, e morde perciò sulle spese del bilancio quotidiano delle famiglie.

 

Riduzione dei consumi più austerità di bilancio: doppia spinta alla recessione

 

In assenza di  correttivi la riduzione progressiva del potere d’acquisto si traduce, inesorabilmente, in una contrazione dei consumi e la riduzione dei consumi. Testimoniata dalle rilevazioni più recenti. accentua le spinte recessive,non solo in Italia.

In questo scenario, che sta investendo ormai gran parte dell’Europa, la cura tedesca dell’austerità più inflessibile, volta a ridurre i disavanzi pubblici, è davvero una premessa adeguata ed irrinunciabile per ritrovare poi la via dello sviluppo?

E’ lecito dubitarne, per tutta una serie di motivi. Viene in mente la storia di Raffaello Sanzio. Il grande pittore urbinate, narrano le cronache, era affetto da una febbre persistente ed indomabile; secondo l’uso del tempo venne sottoposto perciò a continui salassi, che lo indebolirono sempre più, finché a causa di quei salassi finì col morire.

Le economie dei Paesi europei più indebitati, sottoposte a terapia intensiva di austerità, rischiano di fare la fine di Raffaello Sanzio.

Per aumentare i consumi e ridare spinta ad un’economia che sta arretrando occorrerebbe, all’opposto, un aumento del potere d’acquisto di salariati e pensionati. Ma le retribuzioni non si possono aumentare – si afferma – perché in Italia la produttività è troppo bassa. Bisogna prima aumentare la produttività, poi di ciò potranno beneficiare pure stipendi e salari. Vale a dire: prima aumentiamo la torta, poi si potrà aumentare anche la fetta di ciascuno.

Il ragionamento sembra ineccepibile. Il fatto è che il costo del lavoro è solo uno dei fattori – oltretutto alquanto marginale – che determinano il livello di produttività e quindi di competitività nel mercato. Prova del nove: i lavoratori tedeschi godono dei salari più alti d’Europa, e malgrado ciò la Germania è la più forte economia europea, ed una delle economie più competitive sul mercato globale.

 

I fattori che determinano la produttività di un’economia

 

In realtà  la produttività di un’economia deriva da un mix di fattori, che tra l’altro non è semplice misurare. L’economista Daniele Castelnuovo, in un articolo a parte su questo stesso numero della Rivista, accanto al costo del lavoro per unità di prodotto cita il capitale e gli altri fattori di produzione, e sulla scorta anche degli studi di Edward Prescott (A theory of total factor productivity), il capitale fisico per addetto (cioè il valore delle macchine impiegate per ogni lavoratore), la dotazione di materie prime, la formazione e l’organizzazione del lavoro, i marchi ed i brevetti, ecc.

Altri elementi che debbono indubbiamente essere presi in considerazione sono la disponibilità ed il costo dell’energia, le infrastrutture di trasporto e di telecomunicazione e quindi l’efficienza della catena logistica, le innovazioni di processo e di prodotto, e quindi la ricerca. Non a caso, come ricorda Castelnuovo, l’economia dell’Italia Centrale, che vanta la maggior quota di prodotti innovativi rispetto al fatturato, anche nella quota di esportazioni, in rapporto al fatturato totale, è ormai solo di pochissimi punti al disotto delle economie del Nord-Est e del Nord-Ovest, considerate il motore trainante dell’intera economia italiana.

L’elemento centrale della produttività non è dunque il costo del lavoro, bensì l’intensità degli investimenti. Investimenti in infrastrutture, che creano l’ambiente favorevole all’attività economica e ne agevolano lo svolgimento; investimenti in ricerca, che aprono la strada a nuovi brevetti, a nuovi prodotti ed a nuovi processi produttivi; investimenti nella formazione continua dei lavoratori e nell’organizzazione dell’impresa; investimenti in nuovi macchinari, più moderni  e  capaci di maggiori e migliori produzioni,  con riduzione dei costi unitari.

 

Quarant’anni perduti

 

Ed è analizzando l’economia italiana alla luce di questi parametri che si evidenziano chiaramente le vere origini della sua crescita sempre più lenta e stentata, sino all’attuale fase recessiva. Dagli anni settanta del secolo scorso ad oggi gli investimenti sono stati insufficienti o pressoché inesistenti nelle infrastrutture fisiche tradizionali (autostrade, ferrovie , porti) ed in quelle più moderne (Information and Communication Technology). Alcuni esempi emblematici? La variante di valico tra Firenze e Bologna, opera essenziale per dare più fluidità ai trasporti Nord-Sud su gomma, venne prospettata nel 1985, fu dichiarata “opera prioritaria” dal governo Prodi nel 1996; dovrebbe esser terminata, se tutto va bene, entro l’anno prossimo. Quasi trent’anni per costruire poco più di cento chilometri di autostrada. E fortuna che era un’opera “prioritaria”! Dell’autostrada tirrenica, cioè della costruzione del tratto mancante fra Civitavecchia e Livorno invece quasi neppure si parla più. I “verdi” che si oppongono a quest’opera dicono che bisogna preservare la Maremma. Cioè un ambiente naturale di boschi e paludi scomparso da quasi un secolo.

Della Salerno-Reggio Calabria superfluo parlare. Come pure dei collegamenti ferroviari dall’estremo Sud.

Poi ci sono le “autostrade del mare”, cioè il ricorso alla navigazione di cabotaggio lungo il Tirreno e l’Adriatico per rendere più economico il trasporto e decongestionare il traffico su gomma. Se ne parla da quasi quarant’anni, ma sinora si sono investite solo parole.

Due ulteriori esempi disperanti sono quelli dei piani energetici e del cablaggio con fibra ottica delle maggiori città italiane. Dopo la crisi petrolifera del 1973 quasi ogni ministro dell’industria che andava al governo (e di governi ce n’era mediamente uno ogni nove mesi) si esibiva nella redazione di un suo “piano energetico”, mutando le scelte strategiche: dall’atomo al carbone, al gas. Il ministro Donat Cattin presentò, sull’esempio francese, un piano che prevedeva la costruzione di venti centrali nucleari. Di esse se ne riuscì a costruire una sola, quella di Montalto di Castro, e quando era pronta per entrare in funzione, fu trasformata in centrale a carbone: spreco di denaro gettato al vento, e nuove spese a carico del contribuente. Ora l’energia elettrica di origine atomica la importiamo dalla Francia e l’Italia( e le imprese italiane..) hanno il costo dell’energia più alto d’Europa.

Quanto al cablaggio con fibra ottica l’Italcable, azienda pubblica del Gruppo Iri, aveva varato un progetto (si chiamava Progetto Socrate) già all’inizio degli anni ottanta ed aveva dato inizio ai lavori. Furono interrotti perché, nell’ottica delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni non si voleva che, col possesso di una rete a fibra ottica, Telecom assumesse una posizione dominante. Poi Telecom venne massacrata con la privatizzazione, e trent’anni dopo molte città attendono ancora le reti a fibra ottica; il cablaggio dell’Italia è a macchia di leopardo, ed il ritardo si traduce in diseconomie e in mancata crescita del “pil”.

Ed è l’inadeguata crescita del “pil” degli anni passati, più che l’incremento della spesa pubblica, che ora enfatizza e drammatizza il rapporto tra il “pil” ed il debito pubblico. Una delle giustificazioni non peregrine che le società di “rating” hanno dato per il “dawngrading” dell’Italia sono le sue deboli prospettive di crescita. Sull’altro fronte, quello del deficit pubblico, grazie alla inflessibile tenacia del ministro Tremonti l’Italia infatti mostrava e mostra comportamenti più virtuosi di quelli di tanti altri Paesi europei, considerati più solidi.

 

La terapia d’urto di nuovi investimenti

 

Stando così le cose, la terapia per far ripartire l’economia italiana, ritrovare la via dello sviluppo e sfuggire al gorgo della recessione non è tanto quella tedesca di ridurre ossessivamente, ad ogni costo, il disavanzo pubblico tagliando le spese ed aumentando la pressione fiscale; terapia questa che deprime ulteriormente l’economia e innesca un circolo perverso. Per migliorare il rapporto tra debito e “pil” la via maestra è quella di sforzarsi di incrementare il “pil”, tenendo – ovviamente – il disavanzo pubblico quanto più possibile sotto controllo. E la via maestra per incrementare il “pil” è quella di un massiccio piano d’investimenti. Investimenti anzitutto per l’ammodernamento ed il completamento delle infrastrutture; investimenti nella ricerca nei settori strategici; investimenti nell’istruzione e nella formazione permanente; investimenti d’ammodernamento nelle strutture produttive.

Ma non ci sono le risorse! E’ la prima, più ovvia obiezione.

Non è esattamente così. Se la Banca Centrale Europea, così come la FED, possono creare dal nulla centinaia e centinaia di miliardi e trasferirli alle banche ad un tasso irrisorio e simbolico, per evitarne il collasso, questa è la riprova che – se occorre – le risorse si trovano, cioè si creano. L’esperienza storica della Germania dopo Weimar insegna che un attento e vigile finanziamento monetario di investimenti e produzione non crea inflazione: crea sviluppo ed abbatte la disoccupazione.

Il problema dunque non è la mancanza di risorse: il problema è la politica monetaria dell’Europa, condizionata dall’ossessione tedesca per l’inflazione e dal timore di dover pagare la prodigalità altrui, ed il ruolo ed i poteri della Banca Centrale Europea.

Con la nascita della BCE e dell’euro i Paesi aderenti all’eurozona, tra cui l’Italia, hanno rinunciato alla loro sovranità monetaria. Essa però non è stata trasferita ad un organo politico europeo, che a livello più alto recepisse per intero le funzioni e gli scopi della sovranità monetaria, bensì alla BCE, cioè ad un organo tecnico indipendente dal potere politico ed il cui compito unico è la difesa dall’inflazione, prescindendo dagli effetti sull’occupazione e lo sviluppo.

E’ una scelta che si sta rivelando miope e deleteria, e che ha bisogno quantomeno di correttivi. Ne sono stati ipotizzati ed indicati più d’uno. Si è proposto, ad esempio, di individuare di comune accordo alcune opere infrastrutturali di valenza europea, e di escludere il costo di tali investimenti pubblici dal computo del rapporto tra deficit e pil.

Poi c’è il capitolo degli “eurobond”, che resta sempre aperto, malgrado la tenace opposizione tedesca. Nel numero di gennaio-febbraio de “la FINANZA” Paolo Sassetti, analista finanziario indipendente, ha avanzato una idea che è tutt’altro che minimale: destinare cioè gli eurobond esclusivamente al finanziamento delle infrastrutture; procedere a graduali emissioni e ripartirle sulla base del “pil” di ciascuna nazione aderente all’Unione Europea.

Una cosa è certa: occorre far presto, perché non è solo l’Italia, ma tutta l’Europa che sta scivolando nella stagnazione e nella recessione. E con la sola politica di austerità finirà davvero col fare la fine di Raffaello Sanzio.

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Autore: Redazione » Articoli 676 | Commenti: 311

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