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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 18712 volte 22 febbraio 2012

Il vero costo della rinuncia alle Olimpiadi

Quando gli economisti sbagliano i calcoli

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Italiana

Ci speravano tutti: industriali con in testa Emma Marcegaglia, politici – una volta tanto “bipartisan”, con la sola eccezione della Lega – uomini di cultura e di spettacolo, da Muti a Morandi, campioni dello sport come Totti e la Pellegrini e, naturalmente, il sindaco di Roma Gianni Alemanno. Ma il sogno è morto. Non all’alba, quando solitamente muoiono i sogni, bensì in un grigio pomeriggio di martedì (giorno notoriamente infausto) 14 febbraio: le Olimpiadi del 2020 non si faranno a Roma.

A deciderlo è stato il governo Monti, all’unanimità, sia pure con “decisione sofferta”. Eppure, sono ancora parole dello stesso Monti, il progetto redatto “meritava elogio” e l’analisi economica (redatta da un’apposita Commissione presieduta dall’economista Marco Fortis) era “molto approfondita”. E allora? Allora il governo cui il Comitato Olimpico Internazionale chiedeva una lettera di garanzia finanziaria, cioè l’impegno a coprire ogni eventuale deficit nel bilancio dell’evento, non se l’è sentita. Per Monti non sarebbe stato responsabile assumere un tale impegno, e la rinuncia era “un gesto di responsabilità, non di sfiducia”, perché era “prematuro sganciare la cintura di sicurezza”.

Il dilemma è tutto qui. Quello di Monti è un gesto di responsabilità o, implicitamente, non può non essere inteso come un gesto di sfiducia?

Probabilmente il governo, all’unanimità, dopo qualche esitazione, ha finito col pensare che il rifiuto a garantire gli eventuali deficit nel finanziamento dell’Olimpiade avrebbe rafforzato l’immagine di un’Italia che ha voltato pagina, che spese “superflue” non ne fa più, ed è tutta impegnata a concretizzare le riforme strutturali volte a contenere i costi dello Stato, a ridurre il disavanzo pubblico, a rilanciare l’economia; un’Italia che ora merita la fiducia dei “mercati”. Insomma: la rinuncia alle Olimpiadi come operazione d’immagine, del tipo dell’irruzione a Cortina degli Ispettori del Fisco.

Detto per inciso: questi “tecnici dell’economia” che sono oggi alla guida del governo italiano sembrano essere anche dei “tecnici della comunicazione”: le lacrime della Fornero hanno fatto il giro del mondo; gli Ispettori del Fisco a scovare a Cortina i falsi poveri hanno deliziato il qualunquismo e l’invidia dell’italiano medio; la voce grossa sulle “quote rosa” negli organi direttivi delle società ha gratificato tutte le donne, ed a molte ha aperto il cuore alla speranza. Sulla rinuncia alle Olimpiadi a Roma, che pure ha suscitato qualche plauso, il governo sembra però aver fatto male i conti: sia quelli sul ritorno d’immagine che quelli sul ritorno economico.

Sul primo punto, la decisione del governo ha avuto il plauso di qualche elettore rigorista, ma è difficile pensare che i mercati si facciano impressionare da gesti simili. Un paio di giorni dopo è continuato infatti il solito “bombardamento di downgrading”, questa volta da parte di Moody’s, diretto su tutt’Europa, ma in particolare sull’Italia, colpendo ben 24 banche, e poi anche Regioni, Province, Comuni, società pubbliche e private.

Decisioni già prese, naturalmente, su cui la rinuncia alle Olimpiadi ha pesato però quanto una piuma sulla schiena di un elefante.

E se un effetto psicologico c’è stato, con la rinuncia preventiva a perfezionare la candidatura di Roma alle Olimpiadi l’Italia in realtà ha dato di sé al mondo l’immagine di un Paese che non si sente più in grado di far fronte ad impegni economici anche non particolarmente pesanti, che non ha più la forza di accettare le sfide e di cogliere opportunità irripetibili. E se lo stesso governo italiano non ha il coraggio di garantire (si badi bene: garantire, non pagare) un impegno di 800 milioni di euro all’anno per i sei anni dal 2014 al 2020, proiettando così la sua sfiducia per quasi l’intero prossimo decennio, come si può pensare che quella fiducia, che nei fatti non ha il nostro governo, la possano avere invece le società di rating ed i mercati?

“Rinunciare a una candidatura vincente, sostenuta da un progetto di ottimo livello tecnico e di grande sobrietà economica, significa non scommettere sul futuro dell’Italia”, ha commentato con amarezza il sindaco Alemanno. Difficile dargli torto.

Quel che sorprende è che proprio sull’aspetto economico il governo degli economisti e dei manager sembra aver sbagliato. Ecco infatti dati e cifre.

Il sindaco di Roma ha parlato di un progetto di grande sobrietà economica. Per fare un confronto: per le Olimpiadi di Pechino la Cina, che volle allora stupire il mondo, spese l’equivalente di 200 miliardi. Per le Olimpiadi di Roma l’Italia avrebbe speso meno di dieci miliardi. Un miracolo di parsimonia reso possibile dal fatto che l’ottanta per cento degli impianti sportivi era già pronto: dallo stadio Olimpico per le gare di calcio e di atletica (eliminando lo sconcio di quei tubi posticci della copertura, che lo deturpano e dotando la nuova copertura, più bassa, di pannelli solari) allo stadio Flaminio per le gare di rugby; dalla piazza di Siena per l’equitazione alla Nuova Fiera di Roma per tutta una serie di competizioni; dalla via dei Fori imperiali, scenario impareggiabile per la maratona, al Circo massimo restituito allo sport per le gare di Beach Volley. Ed ancora: all’Acqua Acetosa l’hockey sul prato; nel bacino del Tevere, a Settebagni le gare di canottaggio; ad Ostia quelle di vela e di nuoto di fondo. Un elenco che a leggerlo ora mette tristezza.

Insomma: gli impianti sostanzialmente c’erano quasi tutti; gli investimenti previsti erano in larga parte per le infrastrutture, di cui Roma avrebbe beneficiato per decenni a venire. Si trattava infatti di potenziare adeguatamente l’Aeroporto di Fiumicino, in modo da reggere senza problemi il maggior flusso di viaggiatori, non solo per l’anno delle Olimpiadi. Potenziare inoltre la linea ferroviaria che collega l’Aeroporto alla città, onde renderla funzionale e fruibile dalla maggior parte dei viaggiatori. Prolungare poi la linea A della metropolitana fino a Tor Vergata, potenziare la rete viaria onde fluidificare il traffico, creare un nuovo parco fluviale sul Tevere da Saxa Rubra al Foro Italico.

Quasi la metà delle spese previste in 9,8 miliardi sarebbe venuta inoltre dai privati, che si sarebbero fatti carico di investimenti per 4,1 miliardi. Più in particolare: il potenziamento dell’Aeroporto di Fiumicino sarebbe stato a carico della società Aeroporti di Roma, ed il villaggio Olimpico, che doveva sorgere nell’area di Tor di Quinto, sarebbe stato costruito da privati che, ultimate le Olimpiadi, avrebbero potuto vendere gli appartamenti.

Tirate le somme, la spesa pubblica avrebbe dovuto coprire solo 4,7 miliardi, a fronte di cui l’apposita Commissione di compatibilità economica prevedeva entrate erariali per 4,6 miliardi, ricavi per diritti televisivi e da sponsor per 2,3 miliardi, ed ulteriori 1,2 miliardi per valorizzazioni industriali. In conclusione: in base all’analisi economica, che lo stesso Monti ha giudicato “molto approfondita”, le Olimpiadi a Roma sarebbero state quasi a costo zero, e la capitale avrebbe potuto beneficiare di un potenziamento ed ammodernamento di alcune infrastrutture fondamentali.

Ma al di là del beneficio delle infrastrutture, che si prolunga per generazioni, e dell’apporto aggiuntivo del turismo in occasione dei giochi olimpici, di tutto rilievo sarebbe stato l’impatto sull’occupazione e sullo stesso prodotti interno lordo. Secondo i calcoli della Commissione economica le Olimpiadi avrebbero creato 29.000 posti di lavoro nel 2020 e 12.000 all’anno negli anni precedenti, con effetti anche  dopo le Olimpiadi: uno 0,7% in più di occupati dal 2015 al 2025. Ed il “pil” sarebbe cresciuto mediamente dell’1,4%, con un incremento dello 0,5% al Nord Italia, del 3,9% al Centro e dell’1% nel Meridione.

E’ questo il vero costo della rinuncia alle Olimpiadi a Roma.

 

Giorgio Vitangeli

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