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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 11094 volte 06 luglio 2012

Il rigore di Monti penalizza il meridione ed acuisce il divario cronico tra Nord e Sud

Di Arnaldo Vitangeli  •  Inserito in: Economia Italiana

Era prevedibile che le misure di riduzione della spesa pubblica avrebbero avuto un impatto maggiore nel Meridione e i dati recentemente pubblicati da Svimez ne danno ora la conferma.

Secondo l’Istituto per lo Sviluppo del Mezzogiorno, infatti, nel 2012 il PIL italiano è destinato a un calo dell’ 1,8 % ma questo dato sintetizza due realtà molto differenti: nel Centro Nord il calo previsto è dell’1,4 % mentre al Sud la diminuzione sarà del 2,9 %, più del doppio.

Stessa disparità è prevista per il 2013, anno in cui, secondo le previsioni, il PIL italiano ricomincerà timidamente a crescere, (previsto un + 0,3 % a livello nazionale) ma anche in questo caso la media, come per i famosi polli di Trilussa, è data da un Settentrione che vedrà un aumento dello 0,4 % e da un Meridione che perderà un’ulteriore decimale di PIL.

Considerato che le differenze economiche tra le regioni italiane del Centro Nord e del Sud sono già oggi altissime e che tale divario invece di diminuire aumenta costantemente, tanto in periodi di crescita che di recessione, c’è davvero motivo di preoccuparsi.

Alla base della differente performance in periodo di austerity vi è sicuramente il diverso peso dell’economia pubblica sul modello economico generale, molto più significativo al Mezzogiorno che al Nord, e il macroscopico differenziale nel livello di competitività del sistema produttivo delle due aree.

Va detto che la spesa pubblica, nel Sud Italia, è da sempre utilizzata come una sorta di ammortizzatore sociale, per fornire, in un ottica sostanzialmente clientelare, posti di lavoro, spesso del tutto inutili, ma efficaci per garantire il consenso ed evitare crisi sociali.

Il caso dei forestali calabresi ne è un esempio paradigmatico.

L’altro lato della medaglia consiste nel fatto che tagliare drasticamente questi costi, e dunque questo supporto a una delle aree più economicamente depresse e con minori livelli occupazionali d’Europa significa privare di mezzi di sostentamento un gran numero di famiglie e, di conseguenza, deprimere ulteriormente la domanda aggregata aggravando, in un circolo vizioso, le spinte recessive.

Da un po’ di anni a questa parte, in linea con i postulati liberisti che teorizzano lo stato minimo come una sorta di toccasana economico, la spesa pubblica è stata genericamente identificata come il “peccato originale” dell’economia italiana. Questa visione appare miope e approssimativa, in quanto non tiene conto del fatto che, specialmente in fasi recessive o di stagnazione, questa forma di intervento statale può rivelarsi l’unico modo per rilanciare l’economia e garantire la crescita.

Il problema si ha quando la spesa pubblica è inefficiente e si muove secondo un’ interesse che non corrisponde a quello generale del Paese, ma a quello di alcuni gruppi più o meno diffusi e influenti.

Come si è detto negli ultimi decenni i costi del Meridione sulle casse dello stato sono stati rappresentati principalmente da  posti di lavoro in ambiti vicini alla politica e alla burocrazia,  creati a tavolino con l’intenzione di garantire un reddito a ampie clientele dei partiti politici, e da consulenze tanto superflue quanto onerose, che hanno fatto si che lo stesso servizio costi molto piu’ in Sicilia che in Veneto o in Germania.

La spesa per infrastrutture, al contrario, si è rivelata sempre del tutto insufficiente e chiunque si rechi in una qualsiasi delle regioni del Mezzogiorno non può fare a meno di notare la totale inadeguatezza del sistema infrastrutturale di quest’area, sia paragonato al centro nord che alle altre regioni europee.

La vera questione dunque non è quella di tagliare indiscriminatamente le voci di spesa, ma di modificarle in un’ottica nuova e più efficiente. Una politica illuminata di crescita infrastrutturale per il Sud garantirebbe la possibilità di riassorbire quei lavoratori in eccesso o mal collocati dove non c’è una necessità autentica, e impiegarli in un processo di crescita e modernizzazione del sistema Paese.

Naturalmente affinché ciò possa verificarsi è essenziale che questo motore alla crescita venga attivato prima che i tagli previsti ai vecchi sprechi divengano effettivi (onde evitare una crisi sociale che acuirebbe quel processo di fuga verso il Nord Italia o Europa – già drammaticamente in crsescita – dei giovani più preparati, ossia dei soli che possano risollevare le sorti del Meridione).

Occorre inoltre che si scelgano con cura gli interventi strategici per garantire lo sviluppo di infrastrutture realmente necessarie per la modernizzazione e di servizi utili alla collettività e, infine, che tutto questo avvenga in un’ottica meritocratica, premiando quelle aziende e quelle amministrazioni che si rivelino più competitive ed efficienti (e non più vicine a questo o quel partito o uomo politico).

In un momento come questo infatti sprechi, inefficienze, ruberie o parassitismi non sarebbero tollerati dai contribuenti, già oppressi da una pressione fiscale al limite dell’intollerabile.

 

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Autore: Arnaldo Vitangeli » Articoli 123 | Commenti: 190

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