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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 15878 volte 10 dicembre 2012

Il ricatto dello spread sulla democrazia italiana

Di Arnaldo Vitangeli  •  Inserito in: finanza italiana, Primo Piano

E’ bastato l’annuncio da parte dell’ex premier Silvio Berlusconi della sua candidatura per le prossime elezioni politiche e la decisione da parte del PDL di considerare chiusa l’esperienza del Governo Monti per far impennare nuovamente i valori dello spread, che ha superato la soglia dei trecento punti base e, al momento in cui scriviamo, viaggia intorno ai 360.

La reazione dei “mercati” alla ridiscesa in campo di Berlusconi è un fatto difficile da comprendere utilizzando semplici elementi di logica considerando che la scadenza del mandato di Monti viene anticipata solo di un mese o due e che tutte le misure (riforma delle pensioni in primis) che venivano richieste dall’Europa sono state sostanzialmente attuate, e in ogni caso non sarebbe stato possibile nel poco tempo rimasto fare molto altro.

Non è peraltro la prima volta che i “mercati” si muovo in maniera poco comprensibile.

Non è infatti facile riuscire a spiegare, in base a criteri economici oggettivi, il panico creatosi nelle settimane immediatamente precedenti alla caduta del Governo di centrodestra nel 2011, quando l’Italia  non si trovava certamente in una condizione peggiore di altri grandi Paesi industrializzati, come la Gran Bretagna, gli Usa e il Giappone, in quanto a dati economici reali.

L’Italia era stata infatti colpita dalla crisi economica globale come gli altri Paesi dell’Occidente, ma in misura piuttosto limitata (principalmente grazie al nostro tessuto produttivo che, come si sa, è composto da piccole e medie imprese caratterizzate da una accentuata flessibilità) e dal fatto che il nostro sistema bancario, forse più per marginalità che per autonoma scelta, non era stato coinvolto nella bolla dei derivati.

Nel 2011 la crescita del PIL italiano è stata pari allo 0,4%, una crescita molto bassa ma pur sempre una crescita, dunque non c’era recessione, ma il problema, secondo gli economisti e i media più accreditati, era tuttavia relativo all’esorbitante debito pubblico nazionale, che rappresentava il 120% del PIL.

Se tuttavia questo valore, come la crisi dello spread sembrava mostrare, era sufficiente per mettere seriamente in dubbio la tenuta del Sistema Italia e la sua capacità di onorare i suoi debiti, come mai Paesi come il Giappone, che ha un debito pubblico enormemente maggiore del nostro (pari nel 2010 al 208% del PIL) o la Gran Bretagna e gli Usa (con debiti pubblici non molto lontani da quello italiano in quanto a valore percentuale sul PIL, ma con debiti privati e esposizione del sistema bancario ai titoli tossici molto superiori rispetto a noi) non hanno visto innalzarsi il loro livello di spread? Quello del risparmio privato infatti non è certo un elemento di poco conto per valutare la capacità di un paese di far fronte ai propri debiti, ebbene ancora nel 2011 l’Italia era ai vertici della classifica dei Paesi con il maggior tasso di risparmio privato (mentre UK e USA erano ai primi posti per indebitamento privato da sommarsi a quello pubblico) .

La risposta isterica dei mercati al pericolo di default dell’Italia, pericolo che se si considerano tutti i parametri economici oggettivi non c’è mai stato, o almeno non più di quanto ci fosse per gli altri grandi Paesi europei e occidentali, appare dunque interpretabile in due modi: o come la dimostrazione che i mercati sono soggetti irrazionali e pertanto si deve evitare di considerare il loro giudizio come assoluto e insindacabile, oppure come  un atto di attacco diretto della speculazione internazionale contro l’Italia al fine di determinarne la politica attraverso il ricatto dello spread.

Il riacutizzarsi delle tensioni sui nostri titoli pubblici in concomitanza con la caduta del governo Monti e la decisione di Berlusconi di candidarsi nuovamente alla guida del paese sembra tuttavia suggerire questa seconda ipotesi.

Durante il mandato del governo tecnico di Mario Monti, infatti, le condizioni economiche oggettive dell’Italia sono  innegabilmente peggiorate. Il debito pubblico è aumentato, passando dal 120% al 126% del PIL, contemporaneamente è diminuito il risparmio privato, è cresciuto l’indebitamento delle aziende e molte sono state costretta a chiudere con conseguente aumento della disoccupazione, in particolar modo quella giovanile che supera ormai il 30%.

Se dunque lo spread misura oggettivamente la condizione economica del Paese e la sua “solvibilità” è evidente che sarebbe dovuto crescere durante tutto il mandato del governo tecnico, mentre questo non è accaduto.

C’è da dire che la stabilizzazione dello spread non è dipesa dalla salvifica presenza di “Supermario” a Palazzo Chigi, presenza che infatti non aveva impedito nei primi mesi del suo governo di avere uno spread intorno a quota 500 punti, quanto dal massiccio acquisto deciso dalla BCE di titoli italiani, che ha immediatamente riportato in basso il livello del differenziale ma che, chiaramente, non è in alcun modo attribuibile a Monti.

Nonostante questo la risposta di vari esponenti del governo tecnico dimissionario, di fronte alla decisione più che legittima di un leader politico di candidarsi sono state stizzite e, in acuni casi, di velata minaccia.

La risposta negativa dei mercati a un eventuale ripresentarsi alle elezioni del Cavaliere, infatti, è stata un tema su cui Monti e il suo governo hanno battuto molto, da quando ad agosto l’allora Presidente del Consiglio ebbe a dichiarare che, con Berlusconi al governo, lo spread avrebbe raggiunto quota 1200 fino alle recenti dichiarazioni di “profonda preoccupazione” per un possibile responso negativo dei mercati alla nuova situazione politica italiana.

Dobbiamo dunque abituarci al fatto che in futuro non saranno i cittadini bensì i “mercati” e la BCE a decidere i governi del nostro Paese e in base a giudizi  che su tutto si basano meno che su parametri economici oggettivi? Quello che accadrà da qui alle prossime elezioni politiche ci darà probabilmente una risposta.

 

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Autore: Arnaldo Vitangeli » Articoli 127 | Commenti: 344

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