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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 18474 volte 09 febbraio 2012

Il “no” di De Gaulle all’Inghilterra in Europa

Di Redazione  •  Inserito in: Focus

I Documenti de La Finanza sul Web

 Nel febbraio 1972 il quindicinale “L’Europa”, diretto da Angelo Magliano, pubblicò  un ampio “speciale” sull’ingresso dell’Inghilterra nella Comunità Europea, riportando documenti e discorsi  dei vari leaders politici del decennio intercorso tra la prima domanda di adesione dell’Inghilterra, nel 1961, ed il suo ingresso nella Comunità Europea.

Rinviando a quella documentazione per un esame più dettagliato ed esteso, pubblichiamo solo il testo della prima  risposta di De Gaulle- in pratica un veto- espressa nel corso delle tradizionali conferenze stampa che il generale utilizzava per rendere pubblici in modo più esplicito e dettagliato il suo pensiero e le sue decisioni.

Inutile aggiungere che il “veto” di De Gaulle suscitò l’indignato coro di proteste degli altri Paesi europei, ed in particolare di quelli di più stretta obbedienza atlantica che accusavano il generale di essere un nemico dell’unità europea.  In realtà quello che il Presidente francese più temeva era che l’ingresso dell’Inghilterra avrebbe snaturato l’Europa, che è, in larga parte, ciò che è accaduto in questi ultimi quarant’anni

Il rifiuto di De Gaulle fu sentito in Inghilterra come una sorta di affronto, e dagli altri Paesi della Comunità Europea come un sopruso. Ma la politica di Parigi, pur tra polemiche e lacerazioni (per parecchi mesi la sedia francese al Consiglio europeo restò vuota..) proseguiva lungo le due linee tracciate dal generale: impedire che l’Europa (vista in lunga prospettiva “dall’Atlantico agli Urali”, cioè comprendente la Russia) divenisse semplicemente una regione dell’area atlantica ad egemonia americana, ed impedire che  gli organismi di Bruxelles (gli eurocrati, come egli li  chiamava con sprezzo) assumessero poteri sovranazionali, delegittimando gli Stati nazionali ed i governi eletti dal popolo.

Gli altri Paesi della Comunità continuavano peraltro a tessere la tela dell’ingresso inglese nella Comunità, profittando della sede dell’UEO, di cui anche l’Inghilterra faceva parte, per mantenere contatti e colloqui  informali.

Anche da Londra però giunsero mutamenti determinanti. Nel 1964 i laburisti riconquistarono il potere. Sino ad allora essi erano stati assai freddi, o addirittura apertamente ostili, all’idea di un’Inghilterra in Europa.   Preferivano le socialdemocrazie protestanti dei Paesi nordici, ed una zona di libero scambio che facesse salva l’inviolabile sovranità nazionale.

Paradossalmente, proprio l’avversione di De Gaulle a qualunque evoluzione sovranazionale degli Organismi comunitari sembrò rassicurare i leaders laburisti, che dovevano anche affrontare una seria crisi dell’economia inglese.

Fu in questo scenario, non privo di esitazioni ed equivoci, che maturò la decisione del premier Wilson di avanzare di nuovo la candidatura inglese all’ingresso in Europa, che venne formalizzata il 10 maggio 1967. Analoghe richieste di adesione furono presentate dalla Danimarca, dall’Irlanda e dalla Norvegia.

Ma a pochi giorni di distanza, il 16 maggio 1967, De Gaulle in una delle sue periodiche conferenze stampa all’Eliseo, affrontò il problema. La sua risposta, in sostanza, fu un nuovo  veto.

Formalmente però i negoziati proseguivano, come aveva raccomandato la Commissione di Bruxelles. Ma alla riunione del Consiglio europeo, nel dicembre 19067, il ministro francese Couve de Mourville fu irremovibile: occorreva, a suoi giudizio, che il risanamento dell’economia britannica fosse portato a termine, prima di poter prendere in considerazione la domanda di adesione della Gran Bretagna. Il Consiglio non poté che prendere atto  della mancanza di un accordo; tutto quello che poterono fare i fautori dell’ingresso fu che fosse messo per iscritto che le domande di adesione del Regno Unito, dell’Irlanda, della Danimarca e della Norvegia rimanevano all’ordine del giorno del Consiglio.

Poi fu il corso della storia a decidere. Una storia che alcuni sospettarono pilotata. Nel 1968 esplodeva infatti il “maggio francese”, con la contestazione degli studenti. Quando sembrava che essa fosse ormai padrona della piazza “la récréation est terminée””, sentenziò De Gaulle, ed agli Champs Elysées sfilò oltre un milione di parigini a suo sostegno. De Gaulle sciolse poi l’Assemblea Nazionale e indisse nuove elezioni. Fu un trionfo: su 487 seggi i gaullisti ne conquistarono 358, cioè quasi i tre quarti. Ma fu il canto del cigno. Pochi mesi dopo De Gaulle scivolò su un referendum apparentemente banale, che riguardava il trasferimento di alcuni poteri alle regioni e la modifica del Senato, con la partecipazione dei rappresentanti delle categorie economiche. Ma egli aveva anche preannunciato che si apprestava a fare una grande “renovation” della società francese, introducendo la partecipazione dei lavoratori nelle imprese. Una “renovation” che vedeva decisamente avversi sia i sindacati della sinistra che l’Organizzazione degli industriali, nonché i settori più moderati e conservatori del partito gaullista. Tutte queste forze finirono col coalizzarsi nell’urna, e per pochi voti De Gaulle perse il referendum. Aveva detto che in caso di sconfitta ne avrebbe tratto le conclusioni. Naturalmente mantenne la parola: il 28 aprile 1969, alle ore 11, annunciò le sue dimissioni, con effetto immediato, cioè dalle ore 12. Morì l’anno dopo, nell’orgogliosa solitudine di Colombey les deux Eglises, un paesino di 600 abitanti nella Regione della Champagne-Ardenne ove aveva una modesta residenza di campagna. Sparito De Gaulle dalla scena politica francese, la via dell’ingresso  inglese in  Europa era ormai spianata. Ma ora, quarant’anni dopo, i nodi che De Gaulle aveva indicato sembra  siano venuti al pettine.

 

Conferenza stampa tenuta all’Eliseo

Il 14 gennaio 1963

 

Quando si parla  di economia e, a maggior ragione, quando se ne fa, bisogna che quel che si dice e quel che si fa sia conforme alla realtà, perché altrimenti si giunge ad un vicolo cieco e talvolta anche alla rovina.

In quest’importantissima faccenda della Comunità Economica Europea e anche in quella dell’eventuale adesione della Gran Bretagna, bisogna anzitutto considerare i fatti. Non sarebbe opportuno riferirsi ai sentimenti.

Il trattato di Roma è stato concluso tra sei stati continentali. Stati che sono in definitiva della stessa natura, economicamente parlando. Che si tratti della loro produzione industriale, agricola, dei loro scambi esteri, delle loro abitudini e delle loro clientele commerciali, delle loro condizioni di vita e di lavoro, vi sono tra di loro più similitudini che differenze. D’altra parte sono contigui, si interpenetrano,  si prolungano gli uni negli altri attraverso le loro comunicazioni. Il fatto di riunirli e di legarli tra di loro in modo che quel che devono produrre, comperare, vendere, sia prodotto, comprato, venduto e consumato di preferenza nel loro insieme è dunque conforme alla realtà.

Bisogna aggiungere d’altra parte che dal punto di vista del loro sviluppo economico, del loro progresso sociale e della loro capacità tecnica, essi si trovano in definitiva allo stesso livello ed avanzano in modo assai simile. Per dipiù, vi è il fatto che tra di loro non esiste nessuna controversia politica, nessuna questione di frontiera, nessuna rivalità di dominio o di potenza. Al contrario, sono solidali innanzitutto a causa della coscienza che hanno di possedere insieme una parte importante delle fonti della nostra civiltà e anche riguardo alla loro sicurezza, dato che sono dei continentali, ed hanno davanti a se una sola ed unica minaccia da una parte all’altra del loro insieme territoriale.

Infine sono solidali perché nessuno di loro è legato all’esterno da accordi politici o militari particolari.

Dunque è stato psicologicamente e materialmente possibile organizzare una comunità economica dei sei. D’altra parte lo si è fatto non senza difficoltà. Il trattato di Roma è stato firmato nel 1957 solo dopo lunghe discussioni, e una volta concluso, perché si potesse realizzare qualcosa, noi francesi abbiamo dovuto mettere ordine nel campo economico, finanziario, monetario etc. e ciò è stato fatto nel 1959.

A partire da allora la comunità era teoricamente in grado di sopravvivere, ma bisognava applicare il trattato. Ora questo trattato, che era abbastanza preciso, abbastanza completo per quel che riguarda l’industria non lo era affatto riguardo all’agricoltura. Per il nostro paese era però necessario regolare tutto ciò.

Infatti è evidente che l’agricoltura è un elemento essenziale nell’insieme della nostra attività nazionale. Non possiamo concepire un mercato comune nel quale l’agricoltura francese non trovi sbocchi adeguati alla sua produzione, ed ammettiamo che, tra i sei, siamo il paese a cui questa necessità si impone nel modo più imperativo.

Perciò, nel gennaio scorso, quando si pensò di aprire la seconda fase del trattato, cioè un inizio pratico di applicazione, siamo stati condotti a porre come condizione formale l’entrata dell’agricoltura nel mercato comune.

I nostri contraenti finirono con l’accettare, ma furono necessari adattamenti assai difficili e complessi. E certi regolamenti sono ancora in corso. Faccio notare, tra l’altro, che tutte le decisioni prese in questa vasta impresa sono state prese dai governi, perché altrove non esiste né autorità né responsabilità. Ma devo dire che la commissione di Bruxelles ha lavorato in modo assai obbiettivo e pertinente alla preparazione e al chiarimento dei problemi.

A questo punto la Gran Bretagna ha posto la sua candidatura al mercato comune. Lo ha fatto dopo aver precedentemente rifiutato di partecipare alla Comunità che stavamo costruendo, dopo aver creato una specie di zona di libero scambio con sei altri stati, e infine – posso ben dirlo (si ricordino i negoziati così lungamente condotti a questo riguardo)- dopo aver fatto pressione sui sei per impedire che l’applicazione comune cominci realmente, l’Inghilterra ha dunque domandato a sua volta di entrarvi, ma secondo le sue condizioni.

Ciò pone senz’altro ad ognuno dei sei stati e all’Inghilterra dei problemi di grande dimensione.

L’Inghilterra infatti è insulare, marittima, legata dai suoi scambi, dai suoi mercati, dal suo vettovagliamento, ai paesi più diversi e spesso più lontani. Esercita un attività essenzialmente industriale e commerciale ed assai poco agricola. In tutto il suo lavoro ha delle abitudine e delle tradizioni assai accentuate ed originali. Insomma, la natura, la struttura, la congiuntura propria all’Inghilterra differiscono da quelle degli altri continentali.

Come fare perché l’Inghilterra quale essa vive, produce e scambia sia incorporata nel mercato comune come è stato concepito ed attuato?

Per esempio, il modo grazie al quale si nutre la popolazione della Gran Bretagna, cioè praticamente l’importazione delle derrate alimentari acquistate a buon mercato nelle due Americhe o negli ex dominions pur dando ancora delle sovvenzioni notevoli ai contadini inglesi, questo mezzo è evidentemente incompatibile con il sistema che i sei hanno stabilito per se stessi.

Il sistema dei sei consiste nel fare un tutto dei prodotti agricoli di tutta la comunità, nel fissare rigorosamente i loro prezzi, nel vietare che siano sovvenzionati, nell’organizzare il loro consumo tra tutti i partecipanti e nell’imporre a ognuno di questi partecipanti di versare alla Comunità ogni economia che farà facendo venire gli alimenti dall’estero invece di consumare quelli che fornisce il mercato comune.

Ancora una volta, come fare entrare l’inghilterra quale essa è in questo sistema?

Si è potuto talvolta credere che gli inglesi, ponendo la loro candidatura per il Mercato Comune accettavano di trasformarsi essi stessi al punto di applicare tutte le condizioni che sono accettate e praticate dai sei, ma il problema è di sapere se attualmente la Gran Bretagna può unirsi al continente e come essa, all’interno di una tariffa che sia veramente comune rinunciare a qualsiasi preferenza nei confronti del Commonwealth, smettere di esigere che la sua agricoltura sia privilegiata, e infine considerare caduchi gli impegni che ha preso con i paesi che fanno parte delle zone di libero scambio.

Qui si trova tutto il problema.

Non si può dire che attualmente sia risolto. Lo sarà un giorno? Evidentemente solo l’Inghilterra può rispondere.

Il problema è posto, tanto più che, dopo l’Inghilterra, altri stati che sono, lo ripetiamo, legati ad essa nella zona di libero scambio, vorrebbero, per gli stessi motivi della Gran Bretagna, entrare nel Mercato Comune.

Bisogna convenire che l’entrata della Gran Bretagna in primo luogo, e poi quella di questi stati, cambierà completamente l’insieme degli adattamenti, delle intese, delle compensazioni, delle regole che sono già state stabilite tra i sei, perché tutti questi stati, come l’Inghilterra, hanno delle importanti particolarità. Allora bisognerebbe prevedere la costruzione di un altro mercato comune.  Ma quello che si costruirebbe a undici e poi a tredici, e poi forse a diciotto, assomiglierebbe certo ben poco a quello che hanno costruito i sei.

D’altronde se questa comunità crescesse in tale modo, le si porrebbero tutti i problemi delle sue relazioni economiche con molti altri stati, e innanzitutto con gli Stati Uniti.

C’è da prevedere che la coesione di tutti i membri che sarebbero assai numerosi, assai svariati, non resisterebbe a lungo e che in definitiva apparirebbe una comunità atlantica colossale alle dipendenze e sotto la direzione americana che assorbirebbe rapidamente la comunità europea.

Si tratta di un’ipotesi che può perfettamente giustificarsi agli occhi di alcuni, ma non è affatto ciò che ha voluto fare e che fa la Francia, cioè una costruzione propriamente europea.

Allora, è possibile che un giorno l’Inghilterra giunga a trasformarsi da se sufficientemente per far parte della comunità europea, senza restrizioni e senza riserve, e di preferenza a qualsiasi altra cosa, e in tal caso i sei le apriranno la porta, e la Francia non si opporrebbe, benché evidentemente la semplice partecipazione dell’Inghilterra alla comunità cambierebbe notevolmente la sua natura e il suo volume. E’ anche possibile che l’Inghilterra non vi sia ancora disposta, ed è appunto ciò che sembra risultare dalle lunghe, così lunghe, conversazioni di Bruxelles. Ma se è appunto questo il caso, in ciò non vi è nulla di drammatico.

Innanzitutto, qualsiasi decisione l’Inghilterra prenda a questo riguardo, non vi è nessun motivo di cambiare per quel che ci riguarda, i rapporti che abbiamo con essa. La considerazione e il rispetto dovuti a questo grande stato e a questo grande popolo non ne sarebbero minimamente alterati.

Riconosciamo come immenso tutto ciò che l’Inghilterra ha fatto attraverso i secoli e nel mondo, benché vi siano stati spesso dei conflitti con la Francia. La gloriosa partecipazione della Gran Bretagna alla vittoria che corona la prima guerra mondiale, noi francesi l’ammiriamo per sempre. Quanto al ruolo esercitato dall’Inghilterra nel momento più drammatico e decisivo della seconda guerra mondiale, nessuno ha il diritto di dimenticarlo.

In verità, il destino del mondo libero, e innanzitutto il nostro, e anche quello degli Stati Uniti e della Russia, sono dipesi in gran parte dalla risoluzione, dalla solidità, dal coraggio del popolo inglese, come ha saputo metterli in opera Churchill. Oggi stesso, nessuno può contestare la capacità e il valore britannici.

Allora, lo ripeto, se i negoziati di Bruxelles non dovessero concludersi attualmente, niente impedirebbe di concludere tra il Mercato Comune e la Gran Bretagna un accordo di associazione, in modo da proteggere gli scambi, e niente impedirebbe di mantenere gli stretti rapporti tra la Francia e l’Inghilterra e di continuare a sviluppare la loro cooperazione diretta in tutti i campi, per esempio quello della scienza, della tecnica e dell’industria, come d’altronde i due Paesi hanno fatto costruendo insieme l’aereo supersonico Concorde.

Infine è assai possibile che l’evoluzione propria alla Gran Bretagna e l’evoluzione universale portino gli inglesi verso il continente, quale che sia il lasso di tempo prima di questa conclusione. Personalmente vi credo volentieri, ed è per questo che, secondo me, in ogni caso sarà un gran piacere per il primo ministro britannico, il mio amico Harold Mc Millan, e per il suo governo, averlo compreso così presto ed aver avuto abbastanza coraggio politico per dichiararlo, e aver fatto fare i primi passi al loro paese sulla via che forse, un giorno, lo condurrà ad unirsi al continente.

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