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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 11737 volte 10 settembre 2012

Il “ keynesiano” e Nobel Krugman sulla crisi attuale : recidivo con aggravante.

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Economia Internazionale

Dal suo penultimo libro al 2012  anno in cui ha pubblicato End This depression Now! (W.W. Norton &Co., New York, 2012;  trad. it., Garzanti, Milano, s.a.)  di anni ne  sono  passati quattro,  intervallati da molti articoli sulla più grande crisi del capitalismo  ( al momento) dopo quella del ’29 da parte del Nobel per l’Economia Paul Krugman. Periodo  in cui abbiamo più volte documentato per tabulas  che  il suo rivendicato e ipersottolineato  ( in verità la circostanza  è valsa tal quale per l’altro keynesiano e Nobel Joseph  Stiglitz) appartenere alla scuola keynesiana era non solo  un vero affronto per ogni serio  studioso che avesse  lavorato  con la dovuta applicazione sulla General Theory, ma un ancor più serio affronto  alla logica economica tout court.

 Nel capitolo XXIII del magnum opus di Keynes  insieme a un più generale riesame  e a una sostanziale rivalutazione del Mercantilismo,  se ne fa discendere una essenziale  liaison con il paradigma che  quella stessa opera intendeva aver  finalmente messo a punto,  in termini di una sin lì mancata teoria atta a  interpretare  e individuare rispettivamente le cause  e le conseguenti cure per le periodiche crisi economiche. Crisi  contrassegnate dallo “scandalo pubblico della miseria nel mezzo dell’abbondanza”. Scandalo ben illustrato dal suo più marcato connotato: magazzini pieni di merci e capacità produttiva sottoutilizzata in presenza di disoccupazione involontaria di massa.

Lungi dall’attaccare fino in fondo  un altro pilastro della teoria tradizionale – oltre alla critica alla legge di Say  che quest’ultima  teoria riteneva e ritiene ancora  dimostrare la impossibilità delle suddette crisi – e cioè la dottrina del free trade o libero scambio  e le sue basi ricardiane, Keynes nel luogo ricordato  evidenzia che  in caso di crisi quella dottrina – che viene così ridimensionata nella sua valenza di articolo di fede  valido in ogni circostanza di luogo e di tempo – vada messa da parte:

 1)occorrendo, come da lui suggerito, abbandonare ogni illusione circa gli spontanei meccanismi di mercato per ripristinare la piena occupazione delle risorse,  a favore, ben al contrario,  di una  attiva politica economica  in cui lo Stato intervenga a sostegno della domanda aggregata;

2) vigendo un regime di libero scambio nei mercati internazionali;

 è  vincolante proteggere il mercato interno  con misure protezionistiche  prima di ripristinare appunto il free trade. Cosa che potrà avvenire  una volta raggiunta  un’ accettabile   approssimazione al livello di piena occupazione da parte di tutti  gli attori  che animano la divisione internazionale del lavoro.

Il  cantabrigese,  cultore di logica,  non va oltre nello spiegare una tale eclatante rottura con la  rigida “fede”  nel free trade  per non offendere evidentemente  i suoi interpreti. Avendo a lungo parlato di Mercantilismo e dei sui non infondati principio e pratica del beggar- thy-neighbour   (arricchirsi a danno dei vicini )  egli lascia la questione a livello di undestatement , o di entimema  in aderenza alla logica.

Ma evidentemente non sapeva cosa riservasse il futuro quanto a declino intellettuale, nel piùgenerale panorama di  tramonto della così detta “civiltà Occidentale”, specie nel campo degli economisti.

 Cosa non intende spiegare in dettaglio  Keynes,  che tutto riteneva di fare  con la sua “rivoluzione” meno che il pedante pedagogo:  se le crisi e conseguenti depressioni si sostanziano nella difficoltà a trovare “sbocchi” per le merci che restano perciò invendute nei magazzini  con l’evidente corollario della caduta dei loro prezzi, allora le misure anticicliche suggerite dalla General Theory se efficaci bloccheranno tale caduta. Ma se i “vicini” non dovessero ricorrere ( o lo facessero in misura minore)  all’armamentario  di interventi anticiclici che richiedono in ogni caso  spesa pubblica finanziata in deficit, renderebbero inefficaci tali interventi danneggiando il Paese che li ha attuati  aggiungendo al danno la beffa : permettendo una caduta dei prezzi tali da risultare più concorrenziali  rispetto a   quelli  fermati nella loro caduta dalle supposto efficace politica  economica anticiclica del Paese keynesianamente ispirato, lo riempirebbero delle loro merci migliorando la loro disoccupazione.  Il tutto non solo senza ricorrere a deficit di bilancio interni ma facendosi “finanziare” dal deficit  del Paese che è ricorso a misure di sostegno alla propria economia: danno e beffa, dunque,   Q.E.D.

Non bisogna necessariamente essere d’accordo con le infondate pretese della General Theory  per convenire che su questo ultimo punto  le considerazioni di Keynes hanno validità in sé, qualunque sia la teoria economica che  dovesse ispirare politiche anticicliche  efficaci. E inoltre che nell’attuale crisi globale e della Globalizzazione non è perdonabile ciò che abbiamo opposto a Krugman e Stiglitz,  per non parlare dei  minori tra i tutti i sedicenti  keynesiani  insieme a quel mostro scientifico dei “keynesian-marxisti”: riproporre ricette di intervento appunto keynesiane o denunciare l’insufficienza  quantitativa dell’intervento pubblico ( come nel caso appunto di Krugman e Stiglitz  nei confronti dell’Amministrazione Obama) dimenticando completamente il centralissimo capitolo XXIII della General Theory e del lineare e semplice  ricorso a misure protezionistiche lì sostenute in modo vincolante,  sul piano meramente logico prima ancora che di coerente legame con il paradigma tutto della “domanda effettiva”.

 Lasciando perdere i tardi e insopportabili  economisti “neoarmonici”,  che della Globalizzazione hanno fatto un laico dogma,   pur nelle loro multiformi maschere degne di un brutto  e cinico carnevale officiato sulle sofferenze di milioni di individui invitati a convincersi della necessità per la “crescita” di assurde politiche di austerità  ribattezzate con l’etichetta di “austerità espansiva”  (più una metamorfosi storica su larga scala del sadomasochismo che non una dottrina economica di una qualche  pur minima sostanza).  Etichetta tenuta a battesimo dall’harvardiano Alesina ( e fatte proprie dal  bocconiano Giavazzi  e dall’altrettanto  bocconiano primo Ministro Monti ). Alesina  che non ha inventato nulla se non  uno slogan con cui infiocchettare ricette dispensate da anni dai più biechi centri di potere economico e/o  ideologico come il FMI o L’OCSE e via dicendo).   Ebbene, non una sola parola da parte dei sedicenti “progressisti” di ispirazione keynesiana – come andiamo stigmatizzando sin dall’insorgere dell’attuale tsunami economico –   contro il regime di free trade che sorregge e ispira la Globalizzazione con la dogmatica sottesa teoria ricardiana dei “costi/vantaggi comparati”. Teoria che abbiamo criticato alla radice comunicandolo nei luoghi deputati al mondo scientifico internazionale più qualificato che continua a fare “orecchie da mercante”!

Poiché,  per abito mentale,  non abbiamo – forse per puro istinto di conservazione – ancora abbandonato ogni speranza  ( molto probabilmente illusione)   sulla migliorabilità (almeno in linea di principio) della condizione umana,  compresa evidentemente la sua profondità   ed ethos intellettuali, la qual cosa prevede evidentemente la fiducia nel ravvedimento e  nell’autocritica, non abbiamo mancato di  applicarci sulle nuove  e recentissime 269 pagine  (edizione italiana da cui  da qui in poi rimandiamo )  per ultimo licenziate da Krugman, nella speranza di un suo qualche mea culpa sulla materia e nella direzione  appena viste. Non da ultimo per  essersi affidato a un “libro” rispetto ai necessariamente più brevi articoli. Anche se abbiamo potuto verificare come bastino poche righe per mostrare la propria coerenza keynesiana  sulla questione in oggetto,  oltre che la preparazione di un economista che in materia di Economia Internazionale ha dato i suoi maggiori contributi  pubblicistici.  E le avvertenze di Keynes come abbiamo sottolineato hanno validità in sé quanto a esigenze di misure protezionistiche di concerto a misure anticicliche in presenza di generale regime di free trade.  Ma è stata una lettura inutile e sconfortante. L’unica autocritica del Nobel risiedendo nel suo tardo riconoscimento a Hyman Minsky  e al suo necessario “ momento” ( “momento Minsky”) di aver trattato  in modo  argomentativamente suadente l’ineluttabilità delle crisi allorché un’espansione -  come quella che ha dato luogo alla “bolla immobiliare” Usa  -  si  basa su un indebitamento privato  crescente che tende ad  autoalimentarsi:   fin quando non potrà non darsi la circostanza  che  provoca la crisi  (momento di Minsky,  appunto). Il quale   consisterebbe  nell’improvvisa necessità da parte dei debitori di liquidare i propri assets per ridurre il loro livello di indebitamento  ( o di leverage =  rapporto tra debito e  patrimonio e/ o reddito ). “Momento  Minsky”  che invererebbe l’intelligente  e antesignano slogan  di Irving Fisher  per il quale “ i debitori non possono  spendere e i creditori non vogliono spendere” ( vedi il capitolo 3 , Il momento di Minsky, pp.31- 67), slogan che  secondo  il Nobel di Princeton definirebbe rigorosamente lo stallo in cui resta paralizzato un sistema economico in stato di   depressione.  Che  tenuto conto del costo pari o prossimo allo zero del tasso d’interesse  (o negativo nel caso del saggio d’interesse reale, cioè quello monetario depurato dal saggio d’inflazione ) nei vari contesti  valutari capitalistici,  meglio non potrebbe interpretare a detta di Krugman la  “trappola della liquidità” che diagnosticherebbe  keynesianamente sans phrase  la causa di questa come di tutte le altre crisi capitalistiche e del loro sfociare in  stato di depressione.

Lasciamo senza commento,  per questioni di spazio,  alla responsabilità di Krugman  la  sua condivisione dell’inconsistenza scientifica   del lascito di Keynes circa la teoria delle crisi e dei corollari terapeutici che ne discendono. Inconsistenza che si trasmette pari pari al presunto contributo di Minsky,  sulla quale  raglia la  presunta raffinata e circoscritta élite dei keynesian-marxisti, veri connoisseurs della presunta  “radicalità”  del  verbo keynesiano e delle sue evoluzioni Post-keynesiane ( su Keynes rimandiamo  gli interessati,  per un sintetico e definitivo resumé,  a V.Orati, All of Keynes’ Mistakes << True and Unknow >>, Special Issue on J.M.Keynes, Part V,  «International Journal of Applied Economics and Econometrics», , Vol. 20, n.3, July – September,  2012,  pp.413 – 466,   oltre che a V. Orati, Una teoria della teoria economica, Vol. II, UTET,Torino, 1997,  dove  non si manca di dimostrare  la continuità nell’errore del “Maestro” dei Post-keynesiani, Minsky compreso). Qui basterà dire che Krugman, come Keynes e dopo circa 80 anni  di fiumi di confusa letteratura,  non dà mostra di avvertire la differenza sostanziale tra causa e conseguenze della crisi, il che fa tutt’uno con l’equivoco di ritenere che nella  descrizione dei caratteri estrinseci e sintomatici  delle crisi  consista anche la spiegazione scientifica delle crisi stesse. Inoltre Krugman è  lontano dal cogliere la peculiarità della General Theory –  equivocata dal suo autore e da migliaia di critici e adepti nei decenni che ci separano dalla sua pubblicazione nel 1936  fino a noi – che consiste tutto al più nel distinguere il paradigma della “domanda effettiva” da quello Neoclassico  nel considerare un mercato in più,  quello della moneta,  rispetto alla tradizione marginalista   per la quale la moneta è un mero e neutrale “velo” che non influenza le grandezze reali. Infatti per Krugman  la crisi consisterebbe in un improvviso aumento del risparmio”. Che altro non è che la banalissima e del tutto insignificante spiegazione Neoclassica della crisi,  lì dove questa materializzatasi non può essere negata con l’esorcistico ricorso alla “legge di Say” . “Spiegazione” Neoclassica vecchia quanto le crisi stesse e consistente nel ricorso all’improvviso appellarsi alla presenza della moneta cui si collegherebbe l’ improvviso “tesoreggiamento”  ( ricorso al risparmio) della moneta stessa. In entrambe le vuote spiegazioni delle  crisi risultando evidente la caduta nella fallacia logica  che consiste nello spiegare qualcosa per mezzo di qualcosa che a sua volta resta inspiegato (spostare   l’onere della spiegazione  passandolo “da Ponzio a Pilato”) . Più precisamente i Neoclassici oltre a implicare la moneta sin lì esclusa  non spiegano a cosa si debba il suo improvviso “tesoreggiamento”. E Keynes che pur la moneta ammette come indispensabile,   nel suo modello replica quest’ultimo sostanziale errore logico  facendo aumentare all’improvviso la domanda di  moneta  per fini speculativi e/o  cautelari, ribattezzando  l’improvviso “tesoreggiamento”  Neoclassico della moneta con  la  locuzione  dell’improvviso aumento della “propensione alla liquidità” ( locuzione confusa spesso da Krugman con  quella dell’aumento  improvviso del risparmio, cosa che farebbe bocciare uno studente all’esame di Macroeconomia)  che  a sua volta resta inspiegato.

Ebbene Krugman  dimostrando una sconsolante incomprensione del  – per quanto inedificante – clou della General Theory, non esita ovunque  nel libro in esame  a porre l’eccesso di risparmio e quindi l’insufficiente livello di spesa  quale causa di fondo di ogni crisi. Più in generale   egli ricorre al valore apologetico in chiave pedagogica del caso a sua  reale conoscenza  di una cooperativa di babysitteraggio;  caso  cui è affezionato particolarmente riproponendolo  nei sui vari  contributi scientifici.  Sintetizziamo   quanto riferisce  Krugman  ( pp-37 e sgg.).

Una gruppo di giovani coppie  ebbe a mettere su  una cooperativa  al fine di offrirsi reciprocamente servizio di babysitteraggio, distribuendo a ciascuna coppia una  pari dote iniziale di bonus esprimenti un dato ammontare di tempo applicato al servizio. Ebbene dopo un certo tempo in cui le cose filarono lisce   all’improvviso si bloccò  il meccanismo  e si cessò  di produrre Pil ( in termini di tempo dedicato al servizio di babysitteraggio), insomma si ebbe  la crisi e l’abbassamento ( depressione) delle prestazioni di sorveglianza ai bambini dei membri  della cooperativa . A detta di Krugman  ciò non sarebbe stato  dovuto ad altro che all’improvvisa volontà di risparmiare bonus da parte della cooperativa  in discorso! Dove è ben specificato che una tale tesaurizzazione di bonus sarebbe avvenuta   “ … per ragioni che è  inutile spiegare” ( p.38),  nel mentre,  e ben al contrario,   è evidente che quella ragione resta senza alcuna spiegazione. Krugman come è agevole comprendere per mezzo del suo “apologo” didascalico   ammette  la presenza della moneta ( bonus)  senza giustificarne l’ esigenza  stringente, che è in realtà inesistente,  avendo i bonus  nel contesto  in questione  tutte le caratteristiche della neutrale moneta Neoclassica, potendosi le coppie della cooperativa  agevolmente  scambiare anche  virtualmente  o con semplici attestati   scritturali l’impegno alle prestazioni del servizio di babysitteraggio, rimanendo inspiegabile ( e non già “inutile” )   la  modalità non causale ( per esempio  senza ricorrere alla  usuale fallacia logica  dell’ipotesi ad hoc dell’ “errore” ovvero  del sopraggiungere di una deviazione da comportamenti “razionali” o  di altra variabile esogena che provoca shock)   del  motivo dell’improvviso  “tesoreggiamento”  dei bonus. La casualità o incidentalità  di tale “tesoreggiamento”  risultando del tutto  insoddisfacente  scientificamente  al fine di venire a capo del secolare  e inspiegabilmente ricorrente fenomeno delle crisi cicliche  nel capitalismo.

 Infine non vale neanche la eventuale  possibile  e peregrina  scusante di un lungo discorso da parte di Krugman svolto con l’implicita ipotesi  “isolazionista” che potremmo dire à la Monroe, cioè svolto con l’assunzione anfibia di una economia “chiusa”, quella Usa, prescindendo dal commercio con il resto del mondo. Per quanto di questa dimensione si tenga conto in una sola paginetta ( quanto è lungo il paragrafetto  intitolato E altro ancora , p.249), lì non si va oltre poche righe in cui  ci si appella a una più dura posizione da prendere  verso la Cina per far rispettare le regole di fair play richieste da una sana attuazione del free trade ( sic!). Si potrebbe avere prova più evidente ed eclatante della malafede o ignoranza rispetto  a quanto un keynesiano in nome di Keynes intende proporre  come rimedi per uscire dalla seconda ( al momento) più grave crisi dell’economia capitalistica.? E parliamo di un Premio Nobel: cosa attenderci  da economisti di seconda scelta che animano i  think tank  dei supremi reggitori delle sorti del mondo? Per non dire di quelli noti solo ai propri  studenti che giungono,  per un’ infondata fama di “esperto”  a reggere le sorti di intere Nazioni. Ogni riferimento a persone della realtà è assolutamente non casuale.

Vittorangelo Orati (vitorati@alice.it)

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 46 | Commenti: 310

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