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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 8772 volte 09 ottobre 2012

Il costo delle Regioni: un fallimento annunciato

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Economia Italiana, Europa, Planisfero

Finalmente nel 1979,    nella Parte IV capitolo 7 i di una mio vecchio  libro ( L’idea di piano tra ingenuità e utopia, Schettini-Parthen, Napoli),   ebbi  la possibilità di pubblicare ciò che da molto tempo  ( come recita la prefazione) non mi era da più parti stato accettato, tra l’altro “[…] perché non affetto da sindrome meridionalistica […]”,  definendo lì  il meridionalismo di maniera una vera professione da parte e di politici e di economisti ( per i quali economisti meridionalisti  non mancavo,  nel contesto citato,  di affermare che,  grazie  alle risorse mobilitate dalla politica, rappresentavano l’unico caso di  verifica positiva della “legge di Say” per la quale “l’offerta crea da sé la propria domanda”).

In questo scritto – ripescato dopo un bagno di polvere tra “titoli” messi “in soffitta”, in quanto  l’akkademia contemporanea li  ritiene scaduti con lo stesso principio degli yougurt, così dimostrando tutto il suo fallimento culturale –  trovava luogo una frase che,  alla luce dell’ormai conclamato scandalo dei costi degli enti locali e in primis delle Regioni, può vantare il merito di una attuatasi intuizione:

 “[…] l’attuazione dell’istituto regionale, giustamente frenato nel tempo rispetto al dettato costituzionale, al fine di evitare una supermunicipalizzazione e in attesa di farne distributore di universalismo modernizzante, i nuovi leviatani del campanilismo, dopo una intera legislatura scoprono l’economia e l’antropologia scoutistiche, tutti votati al “recupero” di comunità montane, terre incolte, equilibri territoriali e folklori, che stanno alla  pur conclamata esigenza di sviluppo come  la statica alla dinamica, così avvinghiate in una schizofrenica coesistenza. Invano si giungerà all’”astratto interminato” comprensorio, nell’estremo tentativo di cogliere le ragioni di un insuccesso territoriale attraverso una ridefinizione dell’unità di misura delle superfici. […]” (pp.142-3).

 Naturalmente, per quanto criptico, il mio giudizio pessimista  sull’ istituto regionale sta tutto  nella stringa “ giustamente frenato nel tempo” che lo riguarda. E ricordiamo, in origine il tutto  si  inquadrava  appena dopo  una  sola legislatura dal debutto  di quello che ora appare a tutti come un autentico “mostro” divoratore improduttivo di ciclopiche risorse economiche. Bisognava aspettare il soma degno del museo lombrosiano di Fiorito  per porre  il problema on the agenda?

 

Lungi dall’esaurire la questione dell’interpretazione delle cause che stanno dietro il “dettato costituzionale” che le riguarda, la cornice storica  che fa da sfondo  alla nascita delle Regioni a statuto ordinario mi sembra offra un  indubitabile e privilegiato filo conduttore interpretativo  nella definitiva rinuncia da parte della sedicente sinistra italiana,  con a capo il PCI,  di dare un futuro socialista ( figuriamoci comunista!)  al “Bel Paese”.  Rinuncia ispirata al principio cesareo “preferirei essere il primo tra costoro ( un modesto villaggio della Gallia) che secondo a Roma” ( Plutarco, Vita di Cesare, 39, 8). E così che nella cosi dette “regioni rosse” ( industrialmente avanzate) si offriva un ricco banchetto per una parte del ceto politico ormai convertitosi al gioco “illusorio” ( Hegel) del “cretinismo parlamentare” ( Karl Marx),  dove per quel ceto-casta e i suoi contorni  neofeudali si è attuato il loro “socialismo personale” con annessi dividendi capitalistici  “ (Lazzaro e il ricco Epulone) nell’ambito del pactum sceleris sotteso al “consociativismo”. Dove la “Balena Bianca ebbe  a trovare a sua volta il suo miope  tornaconto con l’applicazione del  principio del  divide et impera. Che ha fatto da terreno di coltutura del berlusconismo, vera cifra della lilipuzzianeria della nostra “élite” economica, dopo la rinuncia a ogni gramsciana “egemonia culturale” del “Moderno Principe” fattosi contabile in “partita doppia” ( la doppiezza tra ideali conclamati e prassi  che tali ideali negavano nei fatti).

 Un senso le Regioni lo avrebbero avuto nel filtrare dal basso verso l’alto ( dai cittadini allo Stato) e viceversa,  istanze di democrazia  partecipativa e partecipata  a un destino nazionale rispondente a sani principi di programmazione economica e civile:  ma senza autonomia economica e senza moltiplicazione sino all’impazzimento dei privilegi  di Onorevoli (?)  e onorevoli (?) Senatori.

 Oggi dinanzi al cupio dissolvi di una autentica deriva storico-economica e commissariati di fatto dalla UE dei “Padroni del vapore” per  autorevole intermediazione di un residuato “collinare” della parabola discendente della nostra lombrosiana “sinistra” ( nel museo di Lombroso, come in tutti i musei che si rispettano, la varietà dei reperti  è molteplice e “ricca”,  compresa la componente tragicomica  emblematizzata dal “Cavaliere”),  non è un segno dei tempi se un comico con qualche sensibilità civile e  un giovanottino  fiorentino senza né arte né parte  facciano  rispettivamente tremare le vene  ai polsi  al potere politico tutto e  a quella  sua frazione che da tempo si prepara per  l’ennesimo  inutile cambio di guardia governativo ? Dove in forma italica si riproduce la falsa alternativa ( Coca Cola/Pepsi Cola) della demente democrazia americana (sempre più soggetta ai vaticini dei bookmaker in funzione dei finanziamenti raccolti dai candidati  in concorrenza pubblicitaria e in match televisivi),  sotto forma di scelta tra Lambrusco emiliano  o Chianti toscano, da un lato,  e champagne ( con ostriche) della “destra”  italiota, d’altro lato? Dove “destra” ormai  sembra discendere dai “furti con destrezza”(  destrezza molto poca, dunque mediocre anche nel male) dei suoi rappresentanti politici, “sinistramente” imitati con goffaggine dalla sedicente “alternativa” politica,  che così paga il prezzo finale della sua omologazione allo status quo  economico e sociale di questa derelitta nazione. Non sarebbe passabile, a una scolaresca semianalfabeta ( di ritorno) di questa analfabetizzata Italia,  come prova  poetica giovanile del non più “critico”  e  ( pour cause) ormai tra i “classici” ( I Meridiani della berlusconiana Mondadori) Scalfari  il sempreverde giudizio del Sommo poeta:

 

 “ Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchier in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello
!” ?

 

Vittorangelo Orati (vitorati@alice.it)

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 44 | Commenti: 159

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