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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 14778 volte 14 giugno 2012

Il braccio di ferro tra la Merkel e l’Europa (e l’Italia rischia di farne le spese)

Davvero restano solo tre mesi per salvare l’euro e l’Unione Europea?

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza, Finanza Internazionale

di Giorgio Vitangeli 

merkel e monti Mario Monti con Anghela Merkel

Ormai è un braccio di ferro tra la Merkel ed il resto dell’Europa. Venuta meno la “sponda” Sarkozy ed il direttorio “Merkozy” che egemonizzava l’Unione Europea, le due linee – quella del rigore di bilancio, costi quel che costi, e quella della priorità allo sviluppo per combattere la recessione che avanza – si fronteggiano sempre più apertamente in seno all’Unione Europea. E nel confronto si è intromesso il presidente degli Stati Uniti, Obama, il quale teme che la recessione europea e la crisi dell’euro  contagino l’economia americana, pregiudicando le sue già incerte “chances” di rielezione. E così Obama sprona  i leader europei affinché adottino più coraggiosamente politiche di sviluppo, e bacchetta l’Europa come se responsabile della crisi fosse il vecchio continente, dimenticando disinvoltamente che la crisi finanziaria globale è nata negli Stati Uniti, figlia delle follie della finanza deregolata e creativa “made in  Wall Street”, e che semmai è l’Europa ad essere stata infettata, complici le società di rating nel ruolo di untori e gli speculatori – in larga parte investitori istituzionali  anglosassoni- travestiti da “mercato”.

Detto per inciso: due problemi – quello del ruolo destabilizzante delle società di “rating”, notoriamente oligopolio statunitense, e soprattutto quello ancor più destabilizzante dei movimenti di capitali speculativi-  che in nome degli idoli del mercato e del globalismo sembra oggi quasi sacrilego mettere in discussione.

Eppure non era così prima che l’alluvione del “pensiero unico” monetarista ed iperliberista sommergesse tutto, cioè in quel quarto di secolo che segue alla nascita del sistema monetario internazionale di Bretton Woods, e che oggi ci appare come una sorta di età dell’oro. Ed anche in tempi più recenti non mancarono voci autorevolissime, in seno alla stessa scuola economica anglosassone, che  espressero le più ampie riserve su “deregulation” e libertà assoluta di movimento dei capitali speculativi.

Qualche esempio? Susan Strange, della London School of Economics, sosteneva che è da pazzi e sconsiderati permettere che i mercati finanziari operino in modo completamente indipendente, sottraendoli a qualsiasi controllo delle autorità statali ed internazionali. John Earwell, preside della Facoltà di Economia al Queen’s  College, in un rapporto alle Nazioni Unite si opponeva decisamente alla deregolamentazione finanziaria ed all’eliminazione dei controlli sui movimenti di capitali, che a suo giudizio avrebbero determinato una crisi economica. Chi può sostenere oggi che quella previsione era sbagliata?

Phil Cerney, docente di politica economica all’Università di Manchester, sosteneva che con la libera circolazione dei capitali l’economia finanziaria globale avrebbe imposto il suo dominio sull’economia reale. Chi oggi ha il coraggio di dargli torto?

Potremmo continuare a lungo con queste citazioni.  Ma ne basta solo una ancora: quella del premio Nobel per l’economia  Maurice Allais, che agli albori dello tsunami iperliberista, scriveva: “In realtà quelli che a Bruxelles ed altrove, in nome di pretese necessità di un preteso progresso, in nome di un liberalismo male inteso e in nome dell’Europa aprono la Comunità Europea a tutti i venti di un’economia mondialista e la lasciano disarmata senza alcuna ragionevole protezione, quelli che per ciò stesso sono fin da ora personalmente e direttamente responsabili di innumerevoli miserie, di disuguaglianze sociali intollerabili e intollerate, e della perdita del lavoro da parte di milioni di disoccupati, non sono realmente che i difensori di un’ideologia abusivamente semplificatrice e distruttrice, gli araldi di una gigantesca mistificazione e gli affossatori della costruzione europea”.

Con anni di anticipo Allais fotografa l’Europa di oggi. E il rischio sempre più concreto che assieme all’euro tutta la costruzione europea venga affossata. Ha ragione infatti Napolitano quando dice che l’attacco all’euro è un attacco all’Europa: “simul stabunt, simul cadent”.

Ma chi è che attacca l’euro, e perché? Su questi due non trascurabili punti, lo stesso Presidente della Repubblica  glissa, salvo qualche accenno alla “speculazione”, senza nome e senza volto.

“L’Europa ha novanta giorni di tempo per mettere in sicurezza la moneta unica”, ha detto George Soros, che di attacchi alle monete com’è noto se ne intende, essendo stato lui, nel 1992, a sbancare la lira e la sterlina.

Gli ha fatto eco il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, che in una intervista alla CNN ha ribattuto: se necessario, anche meno di tre mesi.

Ma con quali misure? I conti pubblici vanno risanati gradualmente e in modo fermo, sostiene la Lagarde. Una botta al cerchio ed una alla botte, aggiunge però che questo non deve significare “la stretta della cinghia di cui tutti stanno parlando”. Più che stretta della cinghia, in realtà lacrime e sangue , come ben sanno i greci.

Il fatto è che le politiche di rigore stanno visibilmente rafforzando la recessione in atto. E la recessione che avanza riduce le entrate fiscali, allargando lo squilibrio del bilancio pubblico, che esige così ulteriore rigore, in un processo circolare che si autoalimenta e che trascina sempre più in basso l’economia e la finanza pubblica, con le società di “rating” pronte ad emettere ulteriori “downgrading”, e la speculazione in agguato, pronta ad assaltare.

Dinnanzi  alla prospettiva della recessione che si avvita, riducendo le entrate fiscali ed allargando gli squilibri del bilancio pubblico, la linea politicamente corretta sembra per ora quella del “cerchiobottismo”. Cioè non rinunciare al rigore nei conti pubblici, e nel contempo mettere in campo misure di stimolo all’economia. E per quanto riguarda l’Italia, come ha promesso Monti a Berlino, vendere quel che resta di patrimonio pubblico – immobili e valori mobiliari – per ridurre l’ammontare del debito pubblico. Come se la svendita quasi completa della nostra industria pubblica realizzata dagli anni novanta in poi fosse servita a qualcosa.

La sensazione disperante è che si stia curando  un tumore maligno con ripetute dosi di aspirina, nella totale sottovalutazione delle forze in campo e dei problemi veri. Uno dopo l’altro infatti la speculazione ha messo alle corde i più deboli tra gli Stati dell’eurozona: prima la Grecia, poi l’ Irlanda, il Portogallo, ora la Spagna. Chi sarà il prossimo? Il candidato più accreditato, si fa per dire, è l’Italia. Un’altra spinta allo “spread”, un ulteriore aumento dei tassi che il Tesoro italiano deve pagare sui suoi Buoni,  un ulteriore avvitarsi della recessione con un ulteriore arretramento del “pil” ed anche l’Italia andrebbe ad aggiungersi alla lista dei Paesi mediterranei  nel cui debito sovrano e nei cui bilanci bancari si aprirebbero falle incolmabili.

E tutti sanno che un “default” dell’Italia equivarrebbe alla fine dell’euro ed al crollo dell’Unione Europea.

Ma cos’è oggi questa Unione Europea? Esiste davvero come soggetto politico capace di volontà unitaria, e di  contrapporre  forti contromisure politiche allo spadroneggiare dei cosiddetti “mercati”, cioè agli attacchi avidi degli speculatori?

Il  primo problema è questo, e d è vero che l’Europa ha ormai pochissimi mesi per dimostrare che esiste.

Quello delle contromisure da adottare è il secondo vero problema. Perché  tutte quelle prospettate, a cominciare dalla vendita delle ultime briciole di patrimonio pubblico, non mettono in discussione lo scenario finanziario che sta portando al collasso dell’economia occidentale, ma si collocano all’interno di tale scenario,  ne accettano la logica, e lasciano campo libero a mercati impazziti e manipolati.

Ed è questo l’altro vero nodo da sciogliere: se cioè il destino non solo di noi europei, ma di tutto l’Occidente, deve essere nelle mani degli Stati, espressioni della volontà democratica e strumenti del bene comune, o nelle mani di ”mercati” ridotti a bische dal cinismo e dall’infinita avidità  di speculatori indifferenti ai disastri sociali da essi causati.

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Autore: Redazione » Articoli 665 | Commenti: 254

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