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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 4103 volte 12 ottobre 2012

Hera: dal federalismo al “centralismo democratico”: passa tra polemiche la fusione con Acegas

Di Redazione  •  Inserito in: Flash, Notizie dalle Società

di Giorgio Vitangeli

Hera, la mega- multiutility bolognese, sorta nel 2002 dall’unione di 12  ex aziende municipalizzate dell’Emilia Romagna, si è poi ulteriormente allargata sino a coprire quasi i tre quarti del territorio regionale, “sconfinando” inoltre nelle contigue Marche settentrionali. Una crescita che ne ha fatta un colosso nel settore della raccolta e del trattamento dei rifiuti, in quello idrico e nella distribuzione del gas, ove occupa rispettivamente il primo, il secondo ed il quarto posto in Italia.

A facilitare le aggregazioni di società altrimenti gelose della propria autonomia municipale, la identica coloritura politica delle Amministrazioni Comunali (tutte storicamente di sinistra), le evidenti economie di   scala e le possibilità di miglioramento dei servizi che una dimensione più ampia consentiva, ed infine (ma non è l’ultima cosa in ordine d’importanza), una struttura organizzativa di cui Hera andava particolarmente orgogliosa, e che si sostanzia in una holding (a Bologna) ed in una serie di strutture operative che ricalcavano, in sostanza,  i vecchi ambiti delle varie municipalizzate, che in tal modo mantenevano una qualche continuità con le proprie radici  e la sensazione di una perdurante autonomia.

Autonomia più illusoria che reale, naturalmente, perché nell’assemblea dei soci  da un lato pesava la maggioranza detenuta da Bologna, dall’altro la sottesa vecchia disciplina di partito frenava ogni eventuale dissenso, cosicché la partecipazione dei sindaci dei Comuni soci, o dei loro delegati, si risolveva quasi sempre in un atto di presenza formale ed in votazioni all’unanimità.

Questa sorta di “federalismo” di facciata ha cominciato però a scricchiolare già qualche anno fa, quando  la holding ha evidenziato la volontà di accentrare alcuni poteri nella “governance” del Gruppo. Sotto la scorza di un municipalismo federalista, che poteva in effetti rappresentare una singolare ed interessante esperienza di capitalismo pubblico partecipativo,  riaffiorava in sostanza la vecchia tentazione del “centralismo democratico”, peccato originale del socialismo reale.

Rientrati i “mal di pancia” di allora, i dissensi son tornati a manifestarsi ora in forma evidente, e per certi aspetti clamorosa, su un altro aspetto: la fusione tra Hera ed Acegas, l’analoga “multiutility” sorta nel 2003 dalla fusione di Acegas, controllata dal Comune di Trieste, e  APS (Azienda Padova Servizi) controllata dal Comune di Padova. Così come Hera anche Acegas è quotata in Borsa, ma la maggioranza assoluta del capitale (62,4%) è saldamente ancora in mano ad Acegas APS holding,  di cui il 50,1% è in mano al Comune di Trieste ed il 49,9% a quello di Padova. Come Hera anche Acegas si estende ai territori circostanti (Vicenza, Gorizia) con una presenza persino in Serbia ed in Bulgaria. Rispetto ad Hera le dimensioni sono però di gran lunga inferiori: ricavi per 318,6 milioni nel primo semestre di quest’anno contro i 2 miliardi e 390 milioni della holding bolognese.

La fusione per incorporazione di AcegasAPS in Hera è stata già approvata dai due Consigli di amministrazione, ed ha avuto la benedizione dell’Antitrust; il 15 di questo mese dovrà essere votata dall’assemblea straordinaria dei soci di Hera. In quella sede non sono previste né opposizioni né tantomeno sorprese. Ma è a livello dei Comuni soci che le opposizioni si sono manifestate in forma clamorosa e netta. A Bologna , dopo una seduta fiume protrattasi  oltre la mezzanotte, il Consiglio comunale si è spaccato, e Sel ed Idv, che fanno parte della maggioranza, hanno votato contro, cosicché la delibera è passata grazie al voto di un consigliere eletto in una lista civica.  

Qualcuno liquida l’episodio come “fibrillazione da primarie”: Sel ed Idv infatti si sono schierati contro la fusione in tutta la Regione, mentre il Pd ha votato compatto a favore.

Alquanto diverso, e per certi aspetti illuminante, quello che invece è accaduto a Forlì. Il sindaco Roberto Balzani, di provenienza repubblicana, si è dichiarato infatti contrario all’operazione , rivelando come la sua amministrazione e lo stesso Consiglio comunale avessero ricevuto pressioni indicibili dal Pd affinché dessero voto favorevole. Pressioni che non sono bastate, visto che il Consiglio comunale ha votato compatto per il no, con una sola astensione.

Ma perché una parte della stessa sinistra, rompendo la tradizionale disciplina, si oppone alla fusione tra la holding bolognese e quella veneta?

Si teme, in sostanza, che allargando sempre più le dimensioni di Hera, il potere delle istituzioni pubbliche nella holding si riduca sempre più. Attualmente 180 enti pubblici controllano il 61,3% del capitale di Hera; il 25,2 è in mano ad investitori istituzionali ed il 13% è di azionisti privati. “Ma non basta, osserva  il sindaco di Forlì Balzani, che vari enti pubblici si spartiscano il 51% delle azioni perché un’azienda sia pubblica…”.

Ed il volere dei Comuni relativamente piccoli come Forlì o come la stessa Ravenna (7,3% del capitale) “è solo un granello nel grande ingranaggio”. Ed il “business” dell’acqua, come quello dei rifiuti, è da tempo nel mirino del grande capitale privato.

Da un interessante modello di azienda pubblico- privata con forte spirito partecipativo Hera scivolerà dunque verso un modello di “capitalismo socialista” alla cinese? Ci auguriamo di no, ma i segnali non sembrano rassicuranti.

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