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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 21420 volte 09 febbraio 2012

Euro e dollaro: mors tua vita mea

Dietro la crisi del debito sovrano in Europa ed i “bombardamenti a tappeto” delle società di rating

Di Redazione  •  Inserito in: Europa, Finanza, Finanza Internazionale, Nord America, Planisfero

di Emanuele Itta

Università del Salento

 

 

“la democrazia funziona quando

a decidere sono in due e uno e’ malato”

( Winston Churchill )

Nella sua intervista al Time del 19 gennaio 2012 il presidente Obama  ha affermato: I think we’ve been able to establish is a clear belief among other nations that the United States continues to be the one indispensable nation in tackling major international problems” 1.

Se Winston Churchill ha ragione, allora si puo’  affermare che per Obama tutti gli altri non esistono, salvo un altro solo, che pero’ e’ malato. Si puo’ supporre che gli altri fingano di non esserci “ ancora ? Si puo supporre che uno solo non stia in buona salute  di fatto o per calcolo politico?

Ma allora potrebbero decidere di esistere; quell’uno solo potrebbe guarire e potrebbero tutti scoprire che l’unico malato per davvero è  chi si crede unico medico “ the one indispensable nation”.

Cinque giorni dopo il presidente Obama ha tenuto il discorso sullo stato dell’Unione: di fatto ha lanciato la sua candidatura per il secondo mandato ed ha tracciato il sentiero della sua campagna elettorale.

Ha detto testualmente:  Il più grosso colpo alla fiducia nella nostra economia l’anno scorso non è arrivato da eventi al di fuori del nostro controllo. È arrivato dal dibattito a Washington sulla domanda se gli Stati Uniti dovessero pagare il loro debito o no. Nessuna riforma può esser fatta se non abbassiamo la temperatura in questa città. Abbiamo bisogno di mettere fine all’idea che i due partiti debono rimanere bloccati in una perpetua campagna di reciproca distruzione. Bisogna fare squadra come i Navy Seal quando hanno attaccato ed ucciso Bin Laden. Qualcuno di loro era democratico, qualcuno repubblicano. Non aveva importanza perché tutti lavoravano ad una causa comune. Io sono un democratico. Ma credo in ciò in cui credeva il repubblicano Abraham Lincoln.”

Ora si puo’ fare a meno di esercitarsi nel prevedere l’esito delle prossime elezioni presidenziali negli Usa.

Comunque vada, il debito è lì e la tentazione più forte   per l’eletto di turno  e per gli interessi che lo manderanno alla Casa Bianca sarà quella di far  pagare il debito statunitense agli altri e di far pagare agli altri pure il nuovo debito derivante dall’ esercizio di continuare ad essere “ l’unica nazione indispensabile per affrontare grandi problemi internazionali “!

Tentazione a cui gli Usa  ben volentieri hanno ceduto negli ultimi  70 anni.

Soltanto che dopo 70 anni ora c’è chi può decidere di esistere sulla scena mondiale: ed anche l’ammalato europeo può  decidere  almeno di affidarsi ad un altro medico o, il che sarebbe meglio, potrebbe decidere di guarire.

La democrazia  percio’  potrebbe non funzionare piu’ “alla Churchill “. E del resto sarebbe ora.

A pensarci bene proprio il Regno Unito, che  ha vinto la guerra,  ha pagato in proprio il prezzo maggiore al principio churchilliano: si e’ dovuto  ammalare per far funzionare la democrazia dell’altro “ unico “ capitalista atlantico!

Diagnosi sbagliata

e terapia disastrosa

Se si parte da una diagnosi sbagliata, si rischia di  arrivare dritto dritto ad una terapia disastrosa.Per esempio potremmo applicare il concetto espresso da Obama al sistema ( ? ) monetario internazionale e  dedurne che  “il dollaro continua ad essere l’unica moneta indispensabile per affrontare i maggiori problemi – monetari e quindi economici e finanziari – internazionali “.

Cosi’, dopo aver fatto ammalare la sterlina inglese – in omaggio alla tesi di Churchill – e lo yen giapponese –lì, per riprendere alla grande  “ Madama Butterfly”, siamo al quasi suicidio – potrebbe venire la voglia di “ far fuori “ l’euro : così  si può risolvere con un solo colpo  il problema del debito statunitense facendo sparire un concorrente  e facendo ben capire alla Cina, all’India, al Sud America, alla Russia, alla Turchia, all’Africa, insomma a tutti gli altri  che c’e’ un unico posto in cui si deve investire e bruciare risparmi: la fornace dei dollari Usa.

Ironia del capitalismo: predica bene “ don’t put all eggs in one basket “ e razzola male “ vuole tutte le uova foderate di dollari statunitensi.

Percio’ una  diagnosi siffatta per risolvere il problema del debito passato e futuro statunitense potrebbe essere sbagliata.

Clemenceau aveva un tale risentimento verso la Germania che non  si fermò con la sconfitta di quest’ultima nel novembre 1918. Alla Conferenza di Parigi del 1919 pretese che la Germania venisse messa in ginocchio sia politicamente che economicamente, con la imposizione di forti compensazioni di guerra e l’occupazione militare del Reno. Aveva ottenuto tutto quello che voleva.

Sconfitto nella corsa alla Presidenza della Repubblica nel 1920, si ritirò dalla vita politica. Scrisse poi due libri di memorie: ne “ La Grandezza e la Miseria della Vittoria predisse che ci sarebbe stato un altro scontro con la Germania.

Il ruolo della Germania

In fondo ora il problema e’ sempre lo stesso: la Germania. Hamilton ha avuto un grande maestro –Jean Baptiste Colbert – e due grandi allievi: la leadership giapponese  a partire dal 1860  e la Germania di Federico List e di Bismarck.

A differenza del Giappone, la Germania dopo la seconda guerra mondiale sta cercando un’altra strada – l’Unione Europea – forse data la sua natura non insulare, a differenza del Giappone, fatto di isole. E potrebbe essere la strada vincente.

Il problema non è che l’allievo può superare il maestro, ma è che questo successo, se si consolida, porta il mondo in una direzione nuova.

E se si cerca di distruggere l’esperimento ancora non consolidato si può commettere l’errore di Clemenceau. Questa volta però non si pone a rischio il futuro della Germania e dell’Europa – che già di per sé basterebbe a scatenare un nuovo putiferio mondiale – ma si pone a rischio la prospettiva su cui vanno incamminandosi Cina, Russia, India, Sud America, Africa, Paesi arabi.

La direzione potrebbe essere quella  di ricomporre la politica ad un livello geopolitico misurabile col potere del capitalismo e col suo rapporto col potere dello Stato.

Il fatto è che il potere di realizzare le cose e’ stato globalizzato dal capitalismo; la capacita’ politica di decidere le cose che devono essere fatte e’ rimasto nazionalizzato. 

Il “trilemma”

dell’economia mondiale

Nel suo ultimo bel libro sui paradossi della globalizzazione, l’economista  Dani Rodrik descrive il “trilemma” dell’economia mondiale: democrazia, sovranità nazionale e globalizzazione economica sono obiettivi che possono essere perseguiti solo a coppie.

Se si vuole perseguire la globalizzazione economica e mantenere la sovranità nazionale bisogna rinunciare ad elementi sostanziali di democrazia.

Se si vuole salvare la globalizzazione e garantire allo stesso tempo la possibilità di scelte democratiche, bisogna rinunciare alla centralità della nazione in favore di autorità democratiche globali.

Se invece si intende salvare lo Stato nazione e la democrazia politica, allora bisognerebbe avere la forza di rinunciare alla globalizzazione.

Ma i buoi sono scappati già dalle stalle. Se la globalizzazione serve a dare un migliore destino all’80% della popolazione mondiale, si devono accettare i rischi che comporta: quindi fuori l’opzione 3.

La globalizzazione e’ figlia del capitalismo. E da ciò nascono due grandi rischi.

Primo rischio. Il capitalismo non e’ eterno ed e’ già in crisi. E quello che  e’ più in crisi e’ il capitalismo liberale: Usa ed Europa. Ora il nemico più implacabile del capitalismo e’ il capitalismo:  non s’e’ ancora visto uno scontro mondiale tra sistemi socialisti, e abbiamo dovuto subirne due tra sistemi capitalistici.

Tra capitalismo liberale

e capitalismo sociale

In questa fase storica lo scontro sembra tra i due capitalismi liberali, tra le due sponde dell’atlantico con gli altri capitalismi sociali che guardano- pour cause  – con più attenzione all’esperimento europeo e con più diffidenza altrove.

Ma l’agonia del capitale  potrebbe venire dallo scontro tra capitalismo liberale indebolito dalle lotte intestine  e capitalismo sociale in crescita – Cina , Russia – avente o meno per obiettivo la supremazia su Africa, Sud America, India, Paesi arabi.

Secondo rischio. Il capitalismo e’ sempre più un capitalismo di Stato: quello liberale per via della crisi economica e quello sociale per via del substrato politico su cui si e’ sviluppato.

La mano visibile degli interessi, delle corporazioni, delle lobbies riesce sempre meglio  a far pagare allo Stato tutti i fallimenti del mercato: si può dire che, con buona pace della mano invisibile, gli spiriti “ animali “ del capitalismo liberale sanno d’istinto dove andare  a chiedere: allo Stato.

Quanto ai “newcomers” del capitalismo sociale, non fanno altro che applicare la lezione statunitense o tedesca delle origini: se proprio bisogna competere sul mercato globale, non c’è tycoon nel board migliore dello Stato.

 Un aggravamento della situazione – l’arresto della globalizzazione ad esempio – potrebbe portare alla trasformazione genetica del capitalismo: il socialismo di Stato trionfante ovunque in forti mercati nazionali, con rischi elevatissimi di conflitto per l’accaparramento di risorse primarie: acqua, terre, energia, minerali.

La riduzione della probabilità di questa ultima disastrosa deriva sta nella scomparsa dello Stato- nazione e quindi nell’eliminazione dell’opzione 3.

L’ultima opzione

Ci resta un solo esperimento che appare meno rischioso:  per  salvare la globalizzazione e garantire allo stesso tempo la possibilità di scelte democratiche, bisogna rinunciare alla centralità della nazione in favore di autorità democratiche globali.

E questo esperimento appare il più idoneo a rispondere ad altre sfide; in particolare la sfida  che la tecnologia e la scienza pongono  alla democrazia e la sfida ambientale di fronte a cui sono impotenti  governi nazionali e capitalismo.

E l’euro in questo scenario? L’euro potrebbe essere come la  prima guerra di indipendenza italiana;  la prima costituzione statunitense;  qualcosa di piu’ dello zollverein tedesco.

Non e’ certamente ancora l’unita’ risorgimentale dell’Italia, la Federazione degli Stati Uniti d’America, la piena  unità nazionale tedesca del 1871.

L’euro e’ l’Unione europea in fasce. Ma da grande sarà molto di più.

Bhagwan Shree Rajneesh ha scritto che ”anche una fiamma appena accesa basta a disperdere un’oscurita’ antichissima “.

Come quella di dire: “the one indispensable nation”.

Perciò la fiamma dell’euro deve essere alimentata e non spenta.

 

  1. Io penso che siamo stati in grado di stabilire tra le altre nazioni la chiara convinzione che gli Stati Uniti continuano ad essere l’unica nazione indispensabile per affrontare i grandi problemi internazionali.
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Autore: Redazione » Articoli 673 | Commenti: 289

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