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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 8839 volte 14 settembre 2012

Emettere Assegnati: una utopia eretica o una soluzione geniale?

Di Redazione  •  Inserito in: finanza italiana, Primo Piano

Tra la fine di luglio e la metà di agosto, nel pieno del solleone, mentre coloro che potevano (sempre meno, da un anno all’altro) si rifugiavano al mare o in montagna a cercare refrigerio ed a tentare di dimenticare, almeno per alcuni giorni, i problemi assillanti che li attendevano al varco del rientro in città, il prof. Vittorangelo Orati ha scritto per lafinanzasulweb due articoli, avanzando – com’è nel suo stile- una proposta del tutto “fuori dal coro”, “politicamente scorretta” e in odore di eresia sul piano economico. Rifacendosi cioè alle idee di John Law, che nella prima metà del 1700 promosse in Francia l’emissione da parte dello Stato di “assignats” per rinsanguare le esauste finanze pubbliche e sopperire con titoli-carta alla carenza di oro e di argento, Orati suggerisce che invece di vendere quel che resta del patrimonio pubblico lo Stato italiano emetta “assegnati” per una cifra prestabilita (circa duecento miliardi di euro), garantiti da quel patrimonio pubblico che si vorrebbe alienare, così come gli “assignats” francesi, nell’idea originaria di Law, avrebbero dovuto essere garantiti dall’immenso patrimonio terriero di proprietà della Corona.

Ora che, in tutti i sensi, “la récréation est finie”, riteniamo opportuno riproporre quel suggerimento ai tanti cui fosse sfuggito, non certo come fosse un miracoloso espediente taumaturgico (lo stesso Orati avverte che il “male oscuro” di cui soffre tutto l’Occidente richiederebbe ben altra radicale terapia), ma per suggerire una riflessione ed un dibattito sulla sua validità e soprattutto sulla sua fattibilità concreta. Cominciamo con lo sgombrare il campo da alcuni possibili equivoci. Il primo riguarda la figura di John Law, l’inventore quasi tre secoli fa degli “assegnati”. Law tutto è stato meno che un distinto economista accademico, e forse anche per questo è stato quasi dimenticato, e se lo si nomina è per ricordare il clamoroso fallimento del tentativo di mettere in pratica le sue intuizioni economiche.

Giocatore d’azzardo, donnaiolo impenitente, Law vagabondò da una metropoli europea all’altra, inseguito da una condanna a morte, avendo avuto la malasorte di uccidere, in duello, un giovane “dandy” come lui, vicino però alla Corona d’Inghilterra.

John Kenneth Galbraith, più brillante che profondo, lo definisce come “forse il più innovatore finanziere mascalzone di tutti i tempi”. Che in fondo è anche un implicito tributo all’enorme valenza innovativa dell’intuizione di Law. Ma Joseph Schumpeter, economista assai più acuto ed originale di Galbraith e che ha lasciato un’impronta indelebile nel pensiero economico, definisce invece Law come “uno dei più eminenti teorici monetari di tutti i tempi”, ammonendo che bisogna giudicare il suo pensiero in quanto tale e non attraverso il fallimento del sistema da lui sperimentato nella Francia di Filippo d’Orleans. Altrimenti, aggiungiamo noi, si dovrebbe parimenti mettere al bando la Borsa, per i suoi ripetuti e devastanti crolli, o il mercato immobiliare per la “bolla” cui ha dato origine, che ha messo in ginocchio le economie di vari Paesi. O, come ha ricordato Orati, si sarebbe dovuto abolire il marco, protagonista di una apocalittica inflazione ai tempi della Repubblica di Weimar.

La verità è che se Law viene generalmente giudicato un visionario fallito e nella peggiore delle ipotesi un “finanziere mascalzone”, in realtà è sulla sua intuizione della carta-moneta svincolata dall’oro e poggiante sull’autorità del Principe (cioè sul potere dello Stato) che si basano oggi tutti i sistemi monetari del mondo, e lo stesso sistema monetario internazionale, dopo che gli Stati Uniti più di quarant’anni or sono hanno proclamato l’inconvertibilità in oro del dollaro-carta, che tuttavia continua ad essere utilizzato per una quota largamente predominante del commercio internazionale.

Ispirarsi dunque, come suggerisce Vittorangelo Orati, all’idea originaria degli “assegnati” – moneta carta emessa dal Sovrano e avente come garanzia il patrimonio terriero – non è la stravagante riscoperta di un esperimento vecchio di tre secoli ed oltretutto fallimentare, ma è la riproposizione – ovviamente adattata alle circostanze attuali e facendo tesoro degli errori passati – del pensiero genialmente innovatore di “uno dei più eminenti teorici monetari di tutti i tempi”, come sostiene Schumpeter.

La stessa Corte dei Conti ha recentemente rilevato come lo Stato Italiano possieda un immenso patrimonio che non trova adeguato riscontro nella contabilità nazionale.

Purtroppo buona parte di quel patrimonio, cioè quasi tutto il comparto industriale e finanziario un tempo raggruppato nell’Iri, è stato già venduto, allo scopo dichiarato di ridurre il debito pubblico, ed in realtà in ossequio all’ideologia dello “Stato minimo” e liberista.

Restano pochissimi “campioni” pubblici: Eni, Finmeccanica, Enel, Terna, Ferrovie e Poste, considerati “strategici”, ma fino a quando? Restano le imprese controllate dalle Istituzioni locali, specie nei settori dei trasporti ed in quello idrico, cui guarda con cupidigia il capitale privato, restano i beni immobili del Demanio.

Il governo Monti sembra abbia intenzione di vendere tutto ciò che è vendibile: quel poco che resta della “argenteria di famiglia”.

Vittorangelo Orati per evitare questa ultima spoliazione propone invece che lo Stato emetta degli “assegnati”, garantiti da quei beni pubblici, che resterebbero quindi patrimonio dello Stato.

L’emissione di “assegnati” permetterebbe:

a) Di pagare immediatamente con essi i crediti, stimati in circa cento miliardi di euro, che le imprese fornitrici vantano nei confronti della Pubblica amministrazione.

b) Di immettere liquidità in un sistema soffocato dalla mancanza di credito bancario, posto che le imprese, a loro volta, potrebbero scambiarsi gli assegnati a compensazione dei debiti reciproci. Ed è una liquidità aggiuntiva che, secondo Orati, non genererebbe spinte inflazionistiche e che si auto estinguerebbe: man mano che gli assegnati verranno utilizzati per pagare le tasse, lo Stato infatti li potrà annullare e togliere dalla circolazione.

c) Ma la creazione di alcune centinaia di miliardi di assegnati permetterebbe di rilanciare in tal modo l’occupazione e lo sviluppo, facendo leva anche sulla Cassa Depositi e Prestiti, che verrebbe dotata di una congrua quantità di assegnati per investimenti a lungo termine di carattere strategico per l’ammodernamento delle infrastrutture con conseguente incremento della produttività e della competitività. In questo modo il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo migliorerebbe puntando sull’aumento del “pil” e non su misure di contenimento della spesa sempre più drastiche, inevitabilmente deflazionistiche e socialmente devastanti.

Ma vediamo ora quali potrebbero essere le obiezioni.

1) Gli assegnati di fatto svolgerebbero il ruolo di moneta tra i cittadini e lo Stato (che rimborserebbe con assegnati i suoi debiti con le imprese e che riceverebbe assegnati in pagamento delle tasse) e tra imprese e cittadini tra loro , che si potrebbero scambiare assegnati in pagamento di merci e servizi.

Di fatto con gli assegnati lo Stato Italiano si riprenderebbe in parte la sovranità monetaria cui ha abdicato con l’adesione all’euro.

Siamo sicuri che ciò sia possibile? E’ vero che i Trattati Europei nulla dicono a tale riguardo, ma applicare in questo caso la pratica del “silenzio-assenso” non sarebbe una forzatura che le autorità di Bruxelles e la BCE stroncherebbero immediatamente?

2) Gli assegnati sarebbero assimilabili a cambiali emesse dallo Stato, garantite da beni pubblici, che avrebbero funzione di quasi-moneta. Ma come sarebbero calcolati ai fini del debito pubblico? Non andrebbero cioè ad incrementare il debito dello Stato, violando in questo modo l’obbligo di contenerlo e ridurlo, che l’Italia ha assunto a livello europeo?

3) Orati accenna nei suoi precedenti articoli ad un progressivo annullamento fisiologico degli “assegnati” man mano che essi tornano allo Stato che li ha emessi. Ma sarebbe opportuno chiarire meglio questo punto, perché l’incremento di fatto degli strumenti di pagamento, cioè della liquidità, potrebbe avere effetti perniciosi sull’inflazione.

Di questi e di altri aspetti della proposta parla direttamente  Vittorangelo Orati, in una videointervista che consultabile al seguente link

http://www.lafinanzasulweb.it/2012/debito-patrimonio-pubblico-e-sovranita-monetaria-la-via-duscita-suggerita-dal-prof-orati/

 

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Autore: Redazione » Articoli 678 | Commenti: 310

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