
Di Vittorangelo Orati
Sul mio onore, ciò che evocherò come ricordo è pura e cristallina verità. Servirà come incipit per marcare la differenza tra la generazione della così detta “gioventù bruciata” e la gioventù attuale onde formulare qualche considerazione tra un ennesimo segnale del pericoloso regresso generale – segnatamente della sua così detta “classe dirigente” - che è alla base della società dell’ex “Bel Paese” e del suo caratterizzarsi ormai come paese in via di sottosviluppo.
La epocale rottura con la supina e indiscussa accettazione della disciplina del pater familias verso i figli, durata millenni , la si registrò nei primi anni ’60 del “secolo breve” con la nascita del fenomeno della “contestazione” che maturò fino a esprimersi nelle speranze del poi sconfitto ’68. Non fu, come sempre nella storia, qualcosa che nasceva dal nulla ma fu veicolato da una cultura “alternativa”, rispetto a quella sin lì tramandata, proveniente da quanti molto più anziani di noi – se non vecchi in assoluto – finimmo per sceglierci come nostri maestri che a loro volta ci veicolarono agli autori e ai libri che stavano dietro la loro formazione. Come poi non potevamo non scoprire, anche nel nostro caso la leva archimedica fu il goethiano bildungsroman (“romanzo di formazione” ) che molto velocemente assunse carattere lato, transitandoci dalla narrativa alla saggistica non già in un territorio di generi escludentesi ma in un ampliarsi del concetto di “letteratura”, coincidente con quello di “buoni libri” e “buone letture” tout court , comprendente, e con ampio peso ponderale, quello della “settima arte”. In tutto questo fragorosamente assente se non addirittura inimicale fu il ruolo e il clima della scuola e quanto poi riscontrammo e trovammo all’università. Un episodio fra tutti: alle superiori, condotti in biblioteca dalla insegnante di italiano o per sceglierci libri da leggere o per vederseli affibbiare nel caso dei più deboli tra noi negli elaborati scritti, risultando tra gli eccellenti fui avvicinato da un compagno ( ne ricordo volto e nome) che mi chiese cosa pensassi di un romanzo di Cronin consigliatoli in chiave pedagogica. Senza accorgermi che la “pedagoga” era dietro alle nostre spalle con le orecchie puntate, ebbi a catalogare il mediocre narratore inglese come “idoneo alle cameriere”. Il risultato fu che fino agli esami di maturità non superai mai più la scarsa sufficienza senza commento ai miei temi con quella docente che così pensò bene di punirmi e vendicarsi, piuttosto che aprire un dibattito in classe, per esempio, su storia della letteratura e letteratura senza storia. Anche se l’allora dilagante Grand Hotel e i primi successi della televisione e dei suoi “ sceneggiati” ( oro colato rispetto alle posteriori diarroiche e senza fine pluridecennali telenovele ) tra le fantesche ( le “cameriste” del simpatico Gozzano dell’ “ Elogio degli amori ancillari”) avrebbe giustificato un approfondimento in classe sul fenomeno sociologico della nascita della “cultura di massa” in Italia alla luce del pur sintetico e apodittico mio giudizio su Cronin, su cui, semmai, sarei dovuto essere stato chiamato a relazionare. Quindi Montale, Lorca, i “poeti maledetti” francesi, invece degli insopportabili Carducci e Pascoli ammanniteci anno dopo anno, dal grembiule ai calzoni alla zuava ai primi jeans; e Mann, Proust, Joyce Svevo, Wilde, Salinger del “giovane Holden” insieme al “Rapporto Kinsey”, le monografie su Trotsky e Stalin di Isaac Deutscher (che servì per comprendere in anticipo il necessario fallimento dell’URSS), la sinistra freudiana di Wilhelm Reich e connessa “rivoluzione sessuale”, invece dei misteri insondabili perché censurati sul passato della “Monaca di Monza” e solo generici riferimenti al “Decamerone”, presumibilmente e per assurdo in quanto troppo “boccaccesco”. E contemporaneamente il “Perché non sono cristiano” e “Matrimonio e morale” di Bertrand Russell poi seguiti da “La storia della filosofia occidentale” con la sottesa rivalutazione del progresso scientifico e della logica matematica invece che la logica hegeliana ancora esclusivamente insegnata nel corso di Logica alla Federico II, appunto, negli anni ’60 del secolo scorso! Ma questo solo in grossolana approssimazione rispetto al mare di letture e film accesamente discussi sino a tarda notte sui “muretti”, nell’incanto dell’estivo cielo stellato di Napoli o accalcati nell’auto del padre del più ricco tra noi con i vetri appannati negli insopportabili inverni , comunque entusiasti della vita e del futuro in amene soste con sullo sfondo il luccichio delle luci di Capri e Sorrento e dell’intero golfo della antica Partenope che di quel futuro sembravano sicuri auspici e disvelati caveaux: cosa altro pensare potesse essere dispensato da tanta cornucopia di bellezza, e, anche se non ne tenevamo conto, da un sistema ormonale in pieno rigoglio non da ultimo con i suoi riflessi sulle sinapsi e dal senso di forza che ci faceva sentire “ giovani leoni” certi di poter in ogni caso migliorare le sorti del mondo ? Naturalmente non mancavano le partite a pallone per le strade asfaltate ( e pesantemente contundenti) e immancabilmente in discesa (fittare uno dei rarissimi campetti di calcio sfuggito al sacco della città da parte dei primi “palazzinari”- vedi Le mani sulla città di Rosi- risultava impresa improba oltre che onerosa ) e le intere veglie a giocare a poker, nel tentativo di ricavarne un po’ di soldi per le sigarette e il cinema d’essai ( per non perderci Bergman, il free cinema inglese e la nouvelle vague francese , l’Amleto sovietico e Eisenstein, senza trascurare Visconti, Antonioni, e il primo Fellini ) magari con pizza e birra, o per pagare la rate dal pazientissimo libraio, sperando di togliere lire ai, pochi tra noi, fortunati “figli di papà”.
Ma pienamente convinti che il presente e quindi il futuro rispetto all’attimo fuggente fosse annunciato dal passato, come madre rispetto al frutto del suo grembo ( secondo la lezione del divorato Luckacs de Il presente come storia ), nutrivamo autentico timor reverentialis per “ i più grandi” appena appena potenziali narratori di un passato a noi precluso come esperienza, empirico test di quella nostra. solo libresca. Era così verso i padri dei nostri amici – perché delle storie del nostro non ci fidavamo per un ancora non elaborato patricidio freudiano o perché sospetti delle falsificazioni o censure ad usum Delphini – o verso gli zii scapoli ancorché attempati in odor di passati o ancora perseguiti stili di vita da “libero pensatore” o, non sempre in subordine, con gran lustro a loro attribuibile quanto a expertise da tombeur des femmes. “Certificazione” per noi allora vista come corollario di una superiore cultura di filosofia da “beniamini della vita” indistinguibile dalla cultura tout court (Casanova non era stato homme de lettres?).
Certamente non consideravamo una deminutio dei nostri attempati ed eletti maître à penser (tra i quali il “libertino” e lucidissimo Lord Bertrand Russell, che entrava e usciva di galera per la sua opposizione alla guerra del Vietnam, era più che ottuagenario), la loro più o meno veneranda età, quanto semmai il contrario, e quanto agli enfant prodige di cui pur v’era talvolta traccia nei rotocalchi da barbiere, era universale persino da parte dei “gazzettieri” la loro iscrizione tra i fenomeni da circo o da baraccone ( del tipo della “donna cannone”, quella “barbuta” o l’”uomo più alto del mondo” e così via) come altri ludum naturae e non già come legge di natura. E non fu per l’antiautoritarismo argomentato di Benjamin Spock che venne meno la “pedagogia” delle bacchettate a scuola, piuttosto che per il fatto che fossero i “grandi” in quanto tali a picchiare righelli sulle mani dei più giovani ? Certo lo sport non poteva che confermare che le gambe dei più giovani corressero più veloci e fossero più resistenti dei più vecchi, ma mai la scienza ha avallato il pregiudizio “giovanilista” che demagoghi e politici mestieranti – con l’ausilio di istituzioni come l’ISTAT o “Centri” meno formali come l’almanaccante CENSIS in cerca di “visibilità” e puntuale servizio televisivo. – per captatio benevolentiae vanno da qualche tempo montando, denunciando il bisogno di “rinnovamento a favore dei giovani” versus la documentata decrepitezza della “classe dirigente” ( sic! ) italiana rispetto al resto del mondo. Si poteva mai concepire, quando la mia generazione portava ancora i pantaloni corti, che i malfermi e attempati De Gasperi e Togliatti, o Adenauer, Churchill, De Gaulle, per non dire in precedenza del paralitico Franklin Delano Roosvelt pur fino al giorno prima della loro terrena dipartita fossero da sostituire in base a pure esigenze anagrafiche? E che ciò non sia mai balenato nell’anticamera del cervello ai reggitori del più efficiente dei poteri che la storia possa annoverare, quello del più che millenario Stato della Chiesa che , fuori dai periodi “bui”, hanno implicitamente optato per Pontefici non certo freschi di seminario e con sicura ipertrofia prostatica ? Inoltre non si è fin non troppo tempo fa convenuto che si davano, pur rimanendo alla sola logica della natura , giovani “vecchi” e vecchi “giovani”, avendo la natura stessa impacciate spiegazioni quanto a efficienza delle “cellule grigie” e relative attese in termini di comportamenti e “contributi” socialmente rilevanti da offrire all’umanità in funzione dell’età ?
A corto da decenni di idee, vera causa della decadenza economica e civile dell’ex “Bel Paese”; per quasi un ventennio consegnatici a una “macchietta” partorita dal vuoto pneumatico politico-culturale dei suoi presunti ectoplasmatici avversari – per non dire dell’insipienza del così detto “meglio” della nostra stampa di “qualità”, basti pensare all’ innamoramento verso i De Mita, i Dalema, et hoc genus omne di Scalfari e della sua corte e “scuola” con tanto di allevamento infine dei Saviano –; oggi, spinti dalla dura realtà del loro progressivo tramonto elettorale e connessi privilegi, sperando di conservarsi un posticino per pura gratitudine e riconoscenza quali “apripista”, i sedicenti leader dei moribondi partiti non trovano di meglio che affidarsi alla demografia, indicando nell’ “apertura ai giovani” il rimedio alle macerie da loro prodotte.
Il succo “culturale” di tale “giovanilismo” va ricercato nel peggio del marketing dell’industria dello spettacolo ( su cui ha illuminato, in anticipo su tutti, Guy Debord), dove l’ “innovazione” viene confusa con la “novità”. Dove quest’ultima si spaccia per la prima, nell’ ingannevole unità di tempo giornaliera dove non mancano di debuttare quotidianamente nuovi elettori- consumatori, a digiuno definitorio di minestre strariscaldate e ammannite fino lì da molti lustri e “confezionate” una ennesima volta qua “primizie”. Nell’illusione che l’insuccesso di un impresentabile spettacolo possa riscattarsi cambiando la vecchia troupe con una più giovane, nel mentre il problema è l’assoluta inconsistenza del protestato spartito da “recitare”.
Per uscire dal generale e per esemplificare sulla demenza dei formulatori entusiasti e convinti della palingenesi “giovanilista” del nostro paese, si prenda come eclatante esempio ciò che essi hanno allestito o avallato in materia di disoccupazione giovanile, che è diventata scandalosa in italici confini: la riforma pensionistica! Che è consistita in un prolungamento sino alla senescenza dell’età lavorativa! Insomma e per sopramercato “giovanilismo” a parole e cattiva gerontofilia sino al sadismo sociale nella pratica, in entrambi i casi il cortocircuito logico e la schizofrenia propiziate dalla più inconsistente e superficiale delega alla demografia di ciò che “scienza economica” e politica non sono in grado di declinare con un minimo di decente coerenza.
In realtà e più subdolamente in entrambe le circostanze si tratta forse più che di ebete demagogia di viscido calcolo politico, se si tiene presente quanto vomitato dagli economisti(ci) di regime su mandato oggettivo di una cronaca da basso impero incapace di fare Storia: innestare un caso di specie del vecchio escamotage della mera tattica politica del divide et impera, onde mantenere lo status quo; mettendo i padri contro i figli “narrando” con tutti i prezzolati cantastorie che il benessere dei primi lo paga il malessere dei secondi . D’altronde non siamo il Paese che ha inverato insieme al “trasformismo” il gattopardismo”, cioè la dottrina del “ che tutto cambi a ché tutto resti tale e quale”?
Dietro il tirannicidio par excellence, quello di Bruto che uccide Cesare, c’è il tentativo- simbolo di salvare “Roma” (emblema della civiltà conosciuta) dalla dittatura ( cesarismo,) non già quello di rimuovere la testa ormai canuta e semicalva del dittatore quale segnale di un leader ormai troppo in là negli anni.
Ma c’è un pericolo maggiore che solo può avvertire chi come me ha vissuto cercando di resistere e di iniettare controveleni alle miglia di giovani a cui ha insegnato (?) negli ultimi decenni all’università, almeno per quel che riguarda la “scienza economica” altrimenti affidata a economisti(ci) “akkademici” ( e meno “akkademici”, addirittura aspiranti tali). Il genocidio cerebrale, la lobotomizzazione di massa delle generazioni cresciute dopo la sconfitta dell’utopia possibile sessantottesca alla luce della reazione conseguitane. Reazione che ha inferto il suo coup de grâce dopo la caduta del “Muro di Berlino”, avendo avuto tutto il tempo per far passare come vero il “socialismo reale” in versione staliniana nell’Est Europa, avendo deprivato culturalmente dei fondamentali i più. Così orfani di ogni categoria interpretativa di quella realtà inauguratasi con “il socialismo in un paese solo”, autentica contraddizione in termini, che anche una lettura superficiale non già dell’arduo Das Kapital ma del più popolare “Manifesto”decretava abortiva, scientificamente “nata morta”, ab imis . Più precisamente per mancanza nella arretrata Russia del ’17 delle minime condizioni di sviluppo economico necessarie per instaurare un autentico socialismo (risultando l’approssimarsi progressivo al comunismo del socialismo un concetto equivalente a quello dell’andamento di una curva asintotica, segnatamente l’uscita dell’umanità dal “regno della necessità” e quindi dal bisogno di lavorare). Concetti impliciti in ciò che ormai adulto ebbe a insegnarmi Lelio Basso ( anch’egli un esemplare “vecchio”) con la densa affermazione : “il socialismo deve convenire”, per vivere e prosperare.
Pertanto quando penso a una sostituzione o cambio di guardia in chiave meramente biologico-darwiniana a favore di più “fresche” generazioni béotien – a meno di singole pur rilevanti eccezioni che siano sfuggite per les hasards de la vie a quanto per loro “progettato” dallo “spirito dei tempi” – mi tremano le vene ai polsi. D’altronde non si tratta di quelle generazioni che hanno fatto della poi degenerata “febbre del sabato sera” una cerimonia in onore di Thanatos (vedi rave party e gli impasticcamenti per comitive nelle assordanti discoteche) – e le cui ultimissime manifestazioni dopo la peste della droga fanno parlare di allarmanti e crescenti casi di alcolismo negli adolescenti – e la cui più “raffinata” e meglio allevata versione è talmente abituata a bersi i presupposti “scientifici” dell’ineluttabilità del lavoro precario a vita e la dottrina del “diventare imprenditori di se stessi” (contro cui persino il codice civile, espressione del mito-tranello ideologico che assimila ogni citoyen al bourgeois, grida vendetta) da cibarsi come massimo sogno “civile” quello di un capitalismo “morale”, in quanto esente dal malaffare e dagli eccessi : Capitalismo “ripulito”, dispensato da sacerdoti superpagati dal “sistema” come i Saviano ( avete mai ascoltato nella sua “guida” alla recuperata semantica delle parole quelle di “sfruttamento”, “profitto”, “precarietà”, disoccupazione, per non dire di neologismi come “esodati”, deindustrializzazione, o di termini o espressioni cruciali, da secoli violentati da radicali fraintendimenti e pianificata disinformazione come “socialismo”, “capitalismo”, capitalismo quale “fine della storia” e così via sul pericoloso ambito – a sua volta in attesa di esegesi critica – del politically correct? ). Mito del tutto equivalente a quello di ritenere di poter morigerare una prostituta riducendo il suo giro di “affari”.
Non c’è nel “giovanilismo” una sorta di inveramento del progetto di ricerca” eugenetico del dottor Mengele, inveramento cui manca solo una piastrina al collo dei neonati su cui incidere come per gli yougurt una pur più lontana data di “scadenza? E non è vissuto ormai come problema “pubblico” l’allungarsi della vita media? O forse questo discorrere costituisce un gratificare troppo, nel male, la nostra “classe dirigente”( da brividi) trattandosi invece solo di stupidità all’ennesima potenza, come nel caso delle “quote rosa” di cui raro è trovar donne che se ne offendano per essersi fatte normare tra gli handiccapati e conseguente diritto a “posti riservati”? In ogni caso ci sono quasi gli estremi per aderire alla furbata della “scommessa di Pascal”: rimetterci a una indimostrabile e invero molto improbabile esistenza di Dio raccomandandogli, nel caso, la salvezza delle nostre anime ( S.O.S): comunque e in ogni caso, si salvi chi può, ricordando amaramente quanto ebbe a dire Sartre in fin di vita: “l’uomo è una passione inutile”.
PS
La lotta ai gerontorettori della “riformata” ( aziendalizzata) università italiana non consiste nella denuncia nella pur loro veneranda età media, ma nello scandalo del loro protratto nel tempo pessimo “regno” grazie all’instaurarsi del” voto di scambio” che ha fatto impennare i costi della supposta “alta formazione” con l’immissione in ruolo e veloce carriera dei loro ignoranti “clientes” cui si deve il declino senza sosta della nostra “intellighenzia” . Il tema è stato assolutamente ignorato nelle “lotte” delle più recenti generazioni di studenti universitari ( la cronaca da ultimo registra una “ribellione” – pensate un po’ i suoi “alti” obiettivi – avverso un professore in pensione in quanto ancora membro di commissione di esami) , che, al massimo, si sono fatti paladini della necessità della “meritocrazia” di cui un punto essenziale sarebbe la parola d’ordine“largo ai giovani”, senza minimamente interrogarsi su quale sistema di valori sia necessario e urgente misurare la “meritocrazia” ( un altro “vuoto” del Saviano “filosofo del linguaggio”). Per non dire del nesso tra anagrafe e meriti! Si può misurare altrimenti la “profondità” della cultura loro inculcata? E dire che tra essi non mancavano quelli che studiano filosofia, presumibilmente aspirando a “meritarsi” ben remunerati “posti” in aziende all’avanguardia nell’imbonimento delle proprie maestranze reclutando - ultima importazione dall’America – dopo gli psicologi chi ha studiato Platone e Wittgenstein, ma non l’ “undicesima” e ultima “Glossa su Feurbach”, come è lecito supporre. Non li chiamo “filosofi” per non degradare quelli nostrani ( primo tra tutti il grande pensatore della “scuola del San Raffaele” – non proprio con fama paragonabile, a proposito di Blaise Pascal , a quella di Port-Royal des Champs - Massimo Cacciari), passati come tali – manco a dirlo – dai conduttori televisivi italioti e di cui vano è trovare riscontri tra i formulatori di una qualche sistema di pensiero che possa aspirare a chiamarsi tale, pur in epoca di celebrato “pensiero debole”; che dice poco, ma spiega tanto, senza volerlo.
Vittorangelo Orati (vitorati@alice.it)




































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