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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 15546 volte 25 luglio 2012

Dopo la primavera un “autunno arabo” e una seconda rivolta del pane?

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Internazionale, Primo Piano

Forse non molti ricordano che ad innescare la cosiddetta “primavera araba”, cioè le sollevazioni popolari che abbatterono i regimi di Ben Alì in Tunisia, di Mubarak in Egitto e di Saleh nello Yemen è stata una “rivolta del pane”, cioè la protesta di piazza iniziata in  Tunisia per l’aumento massiccio del prezzo del pane e di altri generi di prima necessità (olio, zucchero, ecc) rincarati improvvisamente del 20-30%.

Naturalmente la protesta popolare si  arricchì presto di altre motivazioni più spiccatamente politiche: l’insofferenza per la corruzione della classe dirigente, per regimi dittatoriali al potere da decenni, per l’insopportabile tasso di disoccupazione tra i giovani e la mancanza per essi di un futuro dignitoso, e lambì quasi tutti i Paesi arabi: dall’Algeria alla Giordania, dal Marocco all’Oman, dal Kuwait al Bahrein. Fu alimentata sin dall’inizio da movimenti religiosi integralisti, a lungo repressi dai dittatori ”laici”. Ed in alcuni casi, la Libia prima e la Siria ora, interessi stranieri e motivazioni geopolitiche hanno giocato un ruolo determinante.

Ma non vi è dubbio che l’innesco della “primavera araba” è stato il moto di protesta per l’incremento del prezzo dei generi alimentari di prima necessità. Ebbene: siamo alla vigilia di un nuovo massiccio aumento dei prodotti alimentari, a cominciare dal pane e dall’olio. Il mercato internazionale delle derrate agricole infatti da più di un mese è sottoposto a tensioni fortissime, che hanno portato a luglio ad un aumento dei prezzi di grano, mais e soia del 30-40%. Aumenti che hanno determinato uno sconvolgimento negli usuali scambi internazionali, con numerose disdette di contratti di fornitura precedentemente firmati. Per i produttori infatti è più conveniente pagare la penale, che si aggira solitamente attorno al 10%, piuttosto che vendere i loro prodotti al prezzo prefissato, inferiore oggi del 30-40% a quello attuale di mercato.

Al Chicago Board of Trade alla fine della scorsa settimana mais e semi di soia hanno raggiunto il record storico : rispettivamente oltre 8 dollari e 17 dollari per bushel. Il bushel, com’è noto è la singolare unità di misura usata nel Regno Unito nonché negli Stati Uniti ed in Canada, ed essendo sostanzialmente una misura di volume, il suo peso varia a seconda della merce: equivale infatti a  27,216 Kg. di grano; a 25,4 Kg. di mais; a 21,772 Kg. di orzo, e così via. E come non bastasse il bushel inglese, usato anche per i liquidi, non corrisponde esattamente a quello americano, ma è leggermente maggiore (1,03205).

Per usare misure a noi più comprensibili, all’Euronext di Parigi alla stessa data il frumento quotava 267 euro per tonnellata: un livello che non toccava da 14 mesi, mentre a Chicago bisogna risalire a quattro anni or sono, cioè alla crisi del 2008 per trovare prezzi del grano analoghi a quelli attuali.

Quali le ragioni di questa violenta ed improvvisa impennata delle quotazioni? Come sempre accade in questi casi, l’origine prima è data da avverse condizioni climatiche che pregiudicano i raccolti e fanno prevedere una contrazione dell’offerta. Così, ad esempio, negli Stati Uniti – maggior produttore mondiale di mais – una drammatica siccità nel giro di poche settimane ha ribaltato le previsioni. Si stimava infatti un raccolto abbondantissimo, grazie anche all’incremento dell’area coltivata, ed invece la mancanza di pioggia lo ha irrimediabilmente pregiudicato. Analogamente un clima sfavorevole sembra aver danneggiato le coltivazioni di cereali in  tre importanti Paesi produttori: la Russia, l’Ucraina ed il Kazakistan. E per quanto riguarda la soia sono le previsioni al ribasso dei raccolti in  Sud America ad aver innescato i rincari.

Non v’è dubbio peraltro che – come sempre accade in questi casi – la speculazione ha colto al volo l’impennata al rialzo, cavalcandola ed incrementandola.

Ora però, inevitabilmente, i forti rincari all’origine si trasferiranno sui prezzi al dettaglio dei prodotti alimentari, pane in primo luogo, e per i Paesi più poveri, ove il pane ed i cereali in genere costituiscono ancora alimento base, ritorna il rischio di rivolte di piazza.

Ed anche nei paesi che un tempo si consideravano ricchi e sviluppati, l’aumento della povertà e della disoccupazione renderebbe socialmente pesante l’incremento dei prezzi dei beni alimentari di prima necessità.

Accanto alla certezza di prezzi più alti, cresce il rischio di una rarefazione di prodotto disponibile. Le esportazioni dagli Stati Uniti stanno rapidamente calando. In difficoltà, secondo voci ricorrenti sarebbero proprio gli importatori egiziani (l’Egitto è il maggiore importatore mondiale di grano) ma anche l’esecuzione di alcune ordinazioni provenienti dalla Libia e dalla Giordania sembra pregiudicata.

Facile immaginare cosa può accadere tra qualche mese in Paesi come l’Egitto e la Libia, il cui equilibrio politico, dopo la caduta dei dittatori “laici”, è estremamente fragile e precario.

Un elemento di preoccupazione in più in un quadrante – quello del Nord Africa e del Medio Oriente – già teatro  di spinte destabilizzanti di un rafforzato integralismo religioso e di tensioni geopolitiche sempre più rischiose.

Ignazio Foschi

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