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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 15050 volte 17 dicembre 2012

Debito pubblico oltre i 2000 miliardi, PIL in picchiata e occupazione ai minimi storici, ma la politica plaude alle misure di rigore.

Di Arnaldo Vitangeli  •  Inserito in: Economia Italiana

 
 
Negli Stati Uniti per misurare le chance che un presidente ha di essere rieletto si tende a considerare prima di tutto i dati economici. Ci sono stati casi paradigmatici di presidenti che, pur potendo vantare successi militari o politici, hanno dovuto abbandonare la Casa Bianca per risultati economici poco esaltanti, un esempio tra i tanti potrebbe essere quello di Bush Senior, trionfatore della prima guerra in Iraq, che tuttavia è stato battuto da Bill Clinton proprio per gli scarsi risultati ottenuti in economia.
L’Italia invece non sembra aderire a questa regola e, nonostante gli indici economici disastrosi, partiti politici, figure istituzionali e organismi comunitari fanno a gara a tessere le lodi del governo tecnico, chiamato in un momento di emergenza per risanare l’economia del Paese, che dopo oltre un anno non può vantare al suo attivo neppure un successo.
Vediamo in sintesi quali sono stati i risultati di un anno di politica di rigore:
Il debito pubblico italiano, ritenuto la principale minaccia per la nostra economia, superato il tetto dei 2.000 miliardi,  ha raggiunto già ad ottobre i 2.014 miliardi, il livello piu’ alto di sempre.
In percentuale rispetto al PIL la crescita del debito è stata del 5,8%, passando dal 120.6 al 126,4  (i governi “allegri” di Berlusconi, D’Alema, e Prodi  avevano visto invece un calo del debito, e solo durante l’ultimo dei governi di centrodestra c’era stata una modesta crescita).
Già questi dati, considerando la centralita’ del risanamento dei conti pubblici nella scelta di nominare un governo tecnico, basterebbero a considerare negativamente questa esperienza, e dunque, ritenerla conclusa.
Ma i conti pubblici non sono l’unico insuccesso dell’esecutivo Monti.
Se osserviamo i dati dell’economia reale, infatti, dobbiamo registrare un netto calo del PIL pari al 2.4% (mentre nel 2011 si era verificato un modesto aumento) mentre a crescere è stato il livello di disoccupazione (passato in un anno dall’8.4% al 9.3%), l’indebitamento di famiglie e imprese e il livello della pressione fiscale, cresciuta di 3.2 punti percentuali.
Insomma i “professori” chiamati a risollevare le sorti dell’economia italiana sono riusciti, attraverso una politica di aumento della tasse  (già insostenibili prima del loro arrivo) e di tagli lineari a spese e investimenti a portare l’Italia in recessione senza ottenere vantaggi, ma anzi peggiorando, la situazione dei conti pubblici.
A tracciare un bilancio nero dell’ultimo governo non sono solo i cittadini italiani (i sondaggi hanno visto precipitare la fiducia in Monti, da livelli bulgari all’inizio del suo mandato a un misero 33% registrato la scorsa settimana, con un livello di fiducia nel suo governo ancora piu’basso, appena il 25%) ma anche la stampa specializzata all’estero.
Il Financial Times, infatti, con un articolo di Wolfgang Munchau, ha bocciato senza appello la politica dei tecnocrati in Italia, e anche il New York Times in un pezzo di Paul Krugman rimprovera a “Supermario” di avere portato l’Italia in recessione senza ottenere nessun altro risultato di rilievo.
Tra i pochissimi a riportare queste critiche stroncanti nei confronti di un esecutivo che era stato imposto principalmente per il suo“prestigio internazionale”, sono stati in pochissimi, e tra questi il blog di Grillo, che peraltro sembra anche essere uno dei pochi politici, se cosi’vogliamo chiamare il comico genovese, a non auspicare un nuovo incarico o ruolo istituzionale di Mario Monti anche nella prossima legislatura.
Incredibilmente infatti, nonostante i pessimi risultati, lo scarsissimo gradimento presso l’elettorato e le critiche internazionali, le forze politiche italiane, di centro, di sinistra e di destra, sembrano fare a gara per accparrarsi il professore.
Berlusconi, dopo aver detto che Monti ha portato solo recessione e aumento delle tasse, gli ha proposto di guidare il fronte dei moderati, Bersani, che in passato ha detto si alla Fornero ministro in un governo guidato dal PD, ha parlato di Monti come di una risorsa, i centristi di Casini, Fini, Montezemolo e Rutelli poi vedono in Monti il perno stesso di qualsiasi futuro progetto politico.
Le ragioni per le quali la politica italiana sembra non poter fare a meno del professor Monti nonostante i suoi vistosi fallimenti, appaiono davvero inspiegabili, ma la domanda principale, per capire se ci toccheranno altri anni di disastroso“rigore espansivo” per dirla con Monti, è quella relativa a una partecipazione diretta del professore alle elezioni. Se infatti Monti dovesse mettersi alla testa di un gpolo di centristi, che uscisse sonoramente sconfitto dalle urne, sarebbe difficile poi imporlo comunque in un qualche ruolo di peso per la futura politica italiana, e se anche non partecipasse direttamente alla campagna elettorale (che peraltro si preannuncia brevissima) gli schieramenti contendenti non potrebbero evitare di pronunciarsi sul ruolo da affidare all’ex premier  di cui, stando ai sondaggi, gli italiani non vedono l’ora di liberarsi.
Chi invece risulta sempre più un’entusiasta sostenitrice di Monti è la Germania di Angela Merkel.
Davanti alla crisi, infatti, la risposta di Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone è stata quella di stampare moneta per evitare la recessione, e Washington ha consigliato caldamente all’Europa di fare altrettanto, per evitare un dilagare della recessione in tutto il continente prime e poi anche negli Usa .
La risposta dell’Europa sempre più a guida tedesca, invece, è stata quella di un rigore estremo.
Molti osservatori attribuiscono queste misure apparentemente controproducenti a una sorta di ossessione germanica per il contenimento dell’inflazione, visto come principale obbiettivo della politica economica, derivante dalla disastrosa esperienza della repubblica di Weimar, ma ci sono altre possibili spiegazioni.
La politica di rigore tedesca, per un euro forte, infatti, va a tutto vantaggio della Germania e a scapito dei suoi partner europei.
La moneta unica, già  di per sé ha tolto ai paesi competitori dei tedeschi, come l’Italia, la possibilità di attuare svalutazioni competitive che, come sempre avvenuto in passato, renderebbero i prodotti italiani più convenienti, sui mercati internazionali.
L’austerità rafforza questo squilibrio mantenendo l’euro forte nei confronti delle altre valute.
Non è un caso che le esportazioni della Germania siano cresciute del 4% nel 2012, dopo il boom pari a un + 11% dell’anno precedente e che, anche per il 2013, le previsioni sono quelle di un forte aumento. E’ probabile che siano questi dati, più che i fantasmi del passato, a pesare sulle decisioni di Berlino.
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Autore: Arnaldo Vitangeli » Articoli 122 | Commenti: 159

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