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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 16509 volte 15 giugno 2012

Come sta cambiando l’occupazione nelle banche

Il Rapporto 2011 sul mercato del lavoro nell’industria finanziaria italiana

Di Redazione  •  Inserito in: Europa, finanza italiana, Planisfero

Di Filippo Cucuccio

Nell’attuale periodo congiunturale tutto ciò che si riferisce all’occupazione e  al mercato del lavoro costituisce oggetto di grande attenzione e motivo di particolare approfondimento. Ecco perché quest’anno il “Rapporto 2011 sul mercato del lavoro nell’industria finanziaria“, giunto alla diciannovesima edizione e curato come sempre per l’Associazione Bancaria Italiana (ABI) da Giancarlo Durante e Luigi Prosperetti, è stato atteso e accolto con un interesse ancor più marcato rispetto agli anni passati.

Numerose sono le domande che affiorano alla mente scorrendo le pagine del Rapporto ABI, ricco di informazioni statistiche e considerazioni qualitative, nella speranza di trovarvi adeguate risposte.

Eccone alcune: dopo il primo decennio di questo secolo come si presenta il sistema bancario italiano sotto il profilo occupazionale? Le banche continuano a essere il tradizionale bacino di assorbimento occupazionale, oppure un po’come tutti gli altri settori economici, mostrano segni di rallentamento e cominciano a battere il passo?

E ancora: quali aspetti caratterizzano in modo significativo la popolazione occupata dell’universo bancario italiano dal livello di scolarizzazione alla presenza sempre più consistente della quota rosa? E, infine, come incide il costo del lavoro sui conti delle banche italiane e, in particolare, sulla loro redditività? 

L’occupazione ha tenuto 

Detto subito che un approfondimento di quest’ultimo aspetto del costo del lavoro ( in un’ottica allargata di comparazione europea ) verrà svolto in un successivo articolo, la prima tappa del viaggio di ricognizione nel mondo bancario italiano può cominciare dal dato globale di occupazione. La fotografia del punto di svolta tra i primi due decenni di questo secolo ci mostra che nel settore dell’intermediazione finanziaria e creditizia si colloca il 3,1% dei lavoratori dipendenti ( 299.000 addetti nelle banche e 33.000 nelle società finanziarie ). Alla luce di questi dati si può affermare che l’occupazione in questo settore così nevralgico per l’economia del Paese ha sostanzialmente tenuto, segnando rispetto all’anno precedente una lieve flessione dello 0,1%.

Esaurito con questo dato generico e indistinto una delle domande inizialmente proposte, si può ora passare ad altre considerazioni che meglio connotano la popolazione occupata nel sistema bancario italiano.

A cominciare dalla conferma della tendenza allo slittamento del personale verso qualifiche più elevate. Infatti, se i dirigenti continuano a rappresentare il 2,2% dei dipendenti del settore ( e ciò nonostante le loro numerose cessazioni – circa l’8% ) i quadri direttivi, viceversa, risultano accresciuti di più di mezzo punto percentuale arrivando a pesare il 38,6% della popolazione bancaria: una crescita che ha toccato tutti e 4 i livelli, fatta eccezione per il 4°.

A fronte di questo aumento dei quadri direttivi si registra la contrazione nella numerosità dei lavoratori inquadrati nelle aree professionali, una contrazione che assume proporzioni cospicue se la comparazione viene riferita al periodo 2000 – 2010 arrivando a un – 9,5%. La flessione ha riguardato un po’ tutte le aree, ma va sottolineata in particolare quella del 2° livello dove si collocano i dipendenti con status di apprendistato professionalizzante. Una tipologia contrattuale cresciuta evidentemente con una dinamica meno sostenuta rispetto a quella dei contratti a tempo indeterminato.

Cresciuti i rapporti a tempo indeterminato 

Entrando, in tal modo, nell’aspetto delle tipologie contrattuali applicate, gli esiti statistici mostrano un’assoluta predominanza ( circa il 97% ) dei rapporti a tempo indeterminato, segnando quasi un punto percentuale in più rispetto all’anno precedente: un dato che trova una puntuale conferma anche nei flussi in entrata. Un aumento che si è prodotto a discapito di flessioni sventagliate sulle altre tre tipologie contrattuali: apprendisti, contratti a termine e contratti di inserimento.

Una conferma del peso specifico di assoluto rilievo del tempo indeterminato si ha anche per il comparto dell’occupazione part time ( che pesa poco meno del 9% dei lavoratori complessivamente occupati )  e che ricadono anch’essi praticamente nella loro totalità sotto il regime del tempo indeterminato .

Quanto all’importanza di quello che in questo settore occupazionale viene considerato ancora  un valore fondamentale, la stabilità del posto di lavoro,  una conferma sia pure indiretta si ricava dalla riduzione segnata dai cosiddetti collaboratori, ovvero i lavoratori a progetto, i contratti di somministrazione e lavoro, gli stagisti e i rapporti di agenzia e/o rappresentanza commerciale, il cui peso complessivo si situa all’1,6% della forza lavoro complessiva, ossia a circa mezzo punto percentuale in meno rispetto all’anno precedente. 

Più laureati e più giovani nelle banche minori 

Passando, poi, ad altre caratteristiche significative dei dipendenti bancari, balza agli occhi la percentuale (93%) del personale dotato di diploma di scuola media superiore; mentre il 35% ( quindi oltre un terzo del personale occupato ) vanta un diploma di laurea e il 28% una laurea magistrale o equivalente .

Il miglioramento del livello di scolarità, in realtà, non è una sorpresa, venendo da anni in cui si sono registrati suoi significativi incrementi. Piuttosto, continua a destare maggiore curiosità il fatto che ancora una volta la concentrazione massima di laureati si individui nelle aziende bancarie di minori dimensioni ( 42% ), mentre all’estremo opposto si collocano le  banche grandi con una quota del 32%. Un altro aspetto messo in evidenza dal Rapporto ABI è il progressivo invecchiamento della popolazione occupata: si è infatti avuto un aumento dell’età media per tutte le categorie professionali che si è situata a quota 43,4 anni, nonostante le numerose cessazioni. Resta, inoltre, confermato che a livello di categoria professionale l’età media più alta riguarda i dirigenti con quota 50 anni e che l’età media più bassa sembra ancora essere una caratteristica delle banche minori (42,5 anni ). 

La valanga rosa 

A completare la fotografia del personale del sistema bancario italiano all’inizio del secondo decennio  di questo secolo qualche considerazione sul sesso del personale occupato e ancor più specificamente sulla crescita inarrestabile della cosiddetta valanga rosa, ossia della presenza femminile in questo settore .

L’ultima rilevazione mostrava che la quota rosa rappresentava ormai il 43% del personale complessivo con una crescita che in un solo anno è stata di circa mezzo punto percentuale. Se, poi, si dilata il periodo di osservazione a un orizzonte temporale più ampio ( 15 anni ), la crescita del personale femminile nelle banche italiane appare in tutta la sua dimensione rilevante con un balzo di ben 12 punti percentuali;  infatti, a inizio di questo periodo le donne rappresentavano  il 31% dell’organico complessivo, mentre a fine 2011 si registrava una riduzione del differenziale occupazionale uomini/donne di 24 punti percentuali .

C’è anche da sottolineare che questa crescita solo in parte viene riflessa in modo coerente sulla presenza nelle categorie professionali: ad esempio, nella fascia dirigenziale se gli uomini rappresentano il 3,5% della forza lavoro, le donne non superano ancora lo 0,5% ( ma nel 1997 la percentuale era ancora più modesta: lo 0,1% ! ).

Anche sul piano della dinamica occupazionale i dati statistici del Rapporto ABI si rivelano interessanti: nel 2010 le assunzioni di personal femminile hanno riguardato il 49% del totale degli assunti con una flessione nella percentuale delle cessazioni ( 36% contro 38% dell’anno precedente ). Il turnover ha mostrato conseguentemente un valore di sostituzione di 1,3 , mentre per gli uomini si è attestato al di sotto dell’unità ( 0,8) con riflessi anche sull’età media; infatti  si nota che il 69% delle neo assunte si colloca al di sotto dei 32 anni ( per gli uomini l‘ analoga percentuale scende al 56% ) .Ma la presenza femminile nelle banche si segnala anche sotto un importante aspetto qualitativo: la scolarizzazione, che risulta essere di livello più elevato rispetto a quello degli uomini . Infatti  le bancarie con un diploma di scuola media superiore rappresentano il 94,5%  contro il 91% degli uomini; così come la quota delle laureate che si attesta al 37,2% contro il 33,8% dei colleghi .

 Rispetto al 1997, poi , c’è da dire che la presenza delle laureate è più che raddoppiata e che per effetto di questa dinamica, mentre la percentuale degli uomini allora era superiore di 5 punti rispetto a quella delle colleghe, a fine 2010 la situazione era totalmente ribaltata con un divario a favore delle donne . 

Ma in Europa le “bancarie” sono molte di più 

Volendo, infine, allargare lo sguardo all’Europa, se da un lato la presenza delle donne nelle banche risulta pari al 65% dell’occupazione – secondo i dati della Federazione Bancaria Europea – dall’altro non sfugge all’osservazione che nei Paesi Nordici l’occupazione femminile prevale in modo significativo su quella maschile, a conferma dell’importanza della presenza di efficienti strutture sociali che consentono evidentemente alle donne di meglio conciliare gli impegni professionali con quelli familiari . Man mano che ci si sposta verso l’area del Mediterraneo, invece, si assiste ad un’inversione di tendenza con una presenza maggioritaria maschile, fatta eccezione per la Francia .

E a completamento di questo spunto sul personale femminile in chiave europea va ricordato che il tasso di femminilizzazione delle banche italiane è  sì più alto rispetto a quelli di Spagna , Svizzera e Ungheria , ma ben più basso di quello degli altri competitors europei .

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