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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 10740 volte 05 ottobre 2012

Come rompere la spirale recessiva delle economie europee

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Internazionale, Primo Piano

di Paolo Sassetti

 

Premessa

 

John Maynard Keynes è certamente l’economista che influenzò maggiormente il pensiero economico nel secolo scorso.

Tra le conclusioni cui Keynes giunse ce ne è una di grande attualità: quando un sistema economico si allontana dal livello di piena occupazione dei fattori produttivi (capitale e lavoro), non vi ritorna spontaneamente. Se un sistema economico entra in recessione e la politica economica non la contrasta, la recessione tende ad amplificarsi, l’economia ad avvitarsi

Le strumentalizzazioni e le semplificazioni che sono state fatte del pensiero di Keynes possono non piacere, ma questa analisi è rimasta incontrastata nel tempo ed ha superato la verifica della storia.

Per la prima volta dal dopoguerra alcune economie europee (Grecia, Spagna, Italia, ecc.) stanno sperimentando una fase di perdurante recessione, sia pur diversamente profonde.

La Grecia, ad esempio, vedrà nel 2013 il suo sesto anno consecutivo di recessione (-3,8% di PIL atteso) dopo un 2012 che si chiuderà con un calo stimato del -6,5% .

A fine Settembre (quindi a quasi  3/4 di anno) il Governo Italiano ha ribassato le sue stime di decrescita per il 2012 da -1,2% a -2,4%. La Confindustria ed alcuni centri di ricerca da molti mesi avvertivano che le precedenti previsioni del Governo per l’anno corrente erano ottimistiche. Per il 2013 il Governo prevede un calo del PIL solo del -0,2% ma – come vedremo fra breve – è ragionevole pensare che, ancora una volta, si tratti di una stima ottimistica. D’altra parte, proprio il “Corriere” di oggi riporta la valutazione del Ministro dell’Economia Grilli secondo cui la ripresa vera si vedrà solo nel 2015.

Chiunque conosce un po’ l’economia sa perfettamente che previsioni a così lungo termine non hanno alcuna affidabilità, ma la strategia di comunicazione di rimandare la ripresa ad un futuro remoto è funzionale a non dover fare i conti con la realtà immediata.

I cali del PIL italiano nel 2012 e quello atteso nel 2013 si manifestano dopo che i recuperi percentuali degli anni 2010 e 2011 (+1,8% e + 0,4%) non hanno recuperato neppure un terzo del calo cumulato del ‘PIL nel 2009 (-5,5%) e nel 2008 (-1,3%). Pertanto, se la situazione dell’Italia è quantitativamente diversa da quella della Grecia, qualitativamente essa è analoga, anche perché la decrescita italiana, come quella greca, è fortemente condizionata dalle politiche di austerità fiscale.

La riflessione di Keynes sul non aggiustamento automatico e spontaneo delle economie moderne è, pertanto, più che mai attuale come base di partenza per una riflessione non conformista sugli strumenti necessari per uscire dalla perdurante recessione. Da cui, sostanzialmente, non si uscirà nel prevedibile futuro se non si invertiranno alcune scelte di politica economica.

La politica economica italiana negli ultimi anni ha operato in maniera pro-ciclica anziché anti-ciclica. Lo ha riconosciuto anche il Presidente del Consiglio, pur definendolo “male necessario”.

Le politiche economiche che in sede UE e presso gli organismi di cooperazione internazionale (FMI, OCSE) vengono sollecitate come risolutrici del problema della mancata crescita economica sono tipicamente politiche cosiddette “strutturali” (liberalizzazioni, contenimento della spesa pubblica, riforma del sistema previdenziale, ecc.), volte ad aumentare nel lungo termine la competitività dei Paesi in difficoltà. Queste sono certamente utili, ma non sufficienti in quanto richiedono decenni per dispiegare i loro effetti.

Fatta eccezione per interventi di politica monetaria, sono però assenti altre politiche di natura congiunturale in grado di arrestare l’avvitamento delle economie e di ribaltarne l’andamento. Anzi, come si è detto, gli interventi congiunturali adottati hanno aggravato la crisi.

La politica monetaria, per quanto riguarda la leva dei tassi, si rivela sempre più inefficace a stimolare gli investimenti in un contesto di decrescente livello di utilizzo degli impianti.

A sua volta, la liquidità immessa a più riprese nel sistema bancario ha il pregio di evitare un aggravamento delle difficoltà dello stesso, ma tale liquidità aggiuntiva non rientra in circolo nel sistema economico se non in maniera frazionale, anche perché la qualità del credito si degrada nel tempo e le banche, vedendo crescere le sofferenze, si fanno sempre più selettive nella sua erogazione.

Le preoccupazioni sull’impatto inflazionistico derivante dalla iniezione di liquidità nel sistema bancario appaiono, pertanto, infondate.

 

Da cosa è formato il PIL italiano

 

L’equazione contabile del PIL è la seguente: PIL = C + I + G + X, dove

C = consumi privati delle famiglie

I  = investimenti tecnici lordi delle imprese, comprensivi della variazione delle scorte

G = spesa pubblica

X = esportazioni nette

Affinché il PIL cresca, almeno una delle sue variabili deve crescere e compensare la possibile decrescita delle altre. Ed è qui che la politica e la politica economica si impantanano, non riuscendo a spiegare quale variabile dovrebbe crescere (e perché) in maniera significativa da trascinare la crescita complessiva del PIL.

Infatti:

-        i consumi delle famiglie dipendono essenzialmente dal reddito disponibile delle stesse. Questo è in progressiva contrazione a livello aggregato, sia per la maggior pressione fiscale che colpisce le singole famiglie, sia perché un numero crescente di capofamiglia perde il lavoro. Ed è nel 2013 che è attesa la massima stretta fiscale sulle famiglie (anche per provvedimenti decisi dal Governo Berlusconi), per cui, congiuntamente all’aumento della disoccupazione, è ragionevole attendersi un ulteriore significativo crollo dei consumi. Peraltro gli stessi dati della Relazione Annuale di Bankitalia segnalano che il reddito disponibile reale delle famiglie (cioè corretto per l’inflazione) è in decrescita almeno dal 2008;

-        gli investimenti delle imprese dipendono essenzialmente dal grado di utilizzo degli impianti  e, quindi, dalla produzione industriale. L’Italia, che non ha mai recuperato i livelli produttivi del 2007/2008, haassistito ad un indebolimento della produzione industriale a partire dal fine del 2011, e tale debolezza ancora persiste. Quindi, non è lecito aspettarsi grandi miglioramenti su questo fronte;

-        la spesa pubblica è in via di contenimento per ragioni ben note su cui non vale la pena attardarsi, non ci potrà essere impulso alla crescita da quel fronte;

-        le esportazioni nette fino ad un recente passato hanno contribuito in maniera negativa od irrilevante alla formazione del PIL; nel 2010 2011 l’aumento della bolletta energetica ha riportato in rosso il saldo con il commercio con l’estero che era stato sostanzialmente neutrale a partire dal 2005. Ad ogni modo, nel secolo corrente, il contributo delle esportazioni nette alla crescita del PIL, anche quando è stato positivo, è stato assai modesto.

Questo bollettino di guerra del PIL, pertanto, non può indurci ad indulgere ad un facile ottimismo sulle prospettive di crescita a breve termine del PIL italiano. L’ottimismo periodicamente sparso sui media appare molto di maniera e non spiega in maniera analitica quale componente del PIL dovrebbe trainarlo. Il Presidente del Consiglio è un economista esperto che non può non sapere che la situazione è questa.

 

Che fare? La stampa di moneta come soluzione realistica

 

Paesi come Italia, Spagna, Grecia dovrebbe affiancare alle politiche strutturali di riforma anche politiche congiunturali volte a invertire l’avvitamento al ribasso delle loro economie. Senza un’inversione della congiuntura, le stesse riforme strutturali possono perdere efficacia, in un  contesto economico gravemente indebolito.

La risposta più logica e fattibile nel breve termine sarebbe quella di dare impulso ai consumi privati tramite sgravi fiscali alle famiglie che ne rilanciassero i consumi. La svalutazione dell’euro – laddove possibile -  aiuterebbe il rilancio delle esportazioni e, in questo contesto, le politiche strutturali di riforma potrebbe aiutare la nostra economia nel medio-lungo termine.

Ma come può essere possibile rilanciare i consumi delle famiglie, dal momento che non esistono margini nel bilancio dello Stato? Qualsiasi impulso alla domanda interna finanziato in modo classico alimenta il deficit corrente dello Stato e, per tale via, il suo debito. È più probabile che, in questo contesto, il rapporto Debito/PIL possa più peggiorare che migliorare.

Dobbiamo, insomma, riconoscere che non possiamo affrontare questo problema della recessione con strumenti tradizionali di politica economica e schemi di intervento classici.

La risposta a questo dilemma in prima battuta può apparire eretica: l’unica possibile di dare un impulso ai consumi senza aumentare il deficit ed il debito risiede nell’alimentarli attraverso stampa di moneta, politica che oggi in teoria è nelle prerogative della sola Banca Centrale.

Un aumento della domanda di consumi tramite stampa di moneta distribuita alla famiglie sotto forma di sgravi fiscali non aumenterebbe il deficit ed il debito.

 

Ma l’impatto sull’inflazione?

 

Questa dell’inflazione è l’obiezione che ci si sentirebbe immediatamente fare di fronte a tale risposta di politica economica. Ma essa è sostanzialmente infondata.

Esistono due tipi di inflazione previsti dalla teoria economica.

L’inflazione da costi (specie su materie prima importate) e l’inflazione da domanda.

Sulla prima, le autorità di politica economica hanno pochi strumenti di intervento. Nel caso della materia prima più invasiva della nostra economia (il petrolio), in teoria un aumento del suo prezzo potrebbe essere contrastato con una riduzione delle accise, se esistono margini nel bilancio dello Stato. Tuttavia, è evidente che l’inflazione da costi è in gran parte fuori dal controllo dei policy maker.

L’inflazione da domanda si manifesta quando, in un contesto di piena occupazione dei fattori produttivi (capitale e lavoro), si verifica un aumento della domanda. Poiché la domanda non può essere soddisfatta, le imprese aumentano i prezzi dei beni ed i servizi offerti. Questa non è la condizione in cui si trovano le economie europee oggi, anzi siamo ben lungi da quella condizione.

Solo per restare al settore automobilistico, in Europa abbiamo un evidente eccesso di capacità produttiva che si sostanzia in politiche deflazionistiche dei prezzi. Ma questa condizione vale per molte altre  industrie di beni di consumi durevoli, abbigliamento, calzature, ecc..

Pertanto, un aumento della domanda  conseguito tramite stampa una tantum di moneta non avrebbe conseguenze inflazionistiche.

Ogni osservazione in merito al potenziale inflazionistico di una tale politica appare – purché tale politica sia realizzata con il dovuto discernimento – il retaggio di un’ideologia che non ha fondamento scientifico. Per questo io rinnovo sempre più spesso l’interrogativo: “Dove sono finiti tutti gli economisti?”

Ovviamente diversi sarebbero gli effetti se tale politica venisse perseguita o sistematicamente od in un contesto di piena occupazione. Nel primo caso (sistematicamente) alla lunga verrebbe messo in pericolo il tasso di cambio, nel secondo caso (piena occupazione) si genererebbe inflazione.

 

Una politica “neutrale” di aumento della moneta in circolazione in Europa

 

Se è vero che i Tedeschi devono superare la “Sindrome della Repubblica di Weimer”, è anche vero che gli altri Europei non possono sperare in politiche accondiscendenti solo verso gli Stati meno virtuosi.

Per questo l’impulso alla domanda deve fornito in maniera equa a tutti i Paese aderenti all’Euro.

In sostanza la BCE dovrebbe comprare titoli di Stato da tutti i Paesi aderenti all’Euro in proporzione al loro PIL e non dovrebbe portare tali titoli a rimborso alla loro scadenza. In questo modo aumenterebbe la moneta in circolazione senza aumentare il debito degli Stati..

Ogni Stato poi avrebbe l’autonomia di decidere la destinazione di tali risorse. Alcuni Stati potrebbero pensare di ridurre la tassazione sul reddito delle famiglie, altri di lanciare piani di opere pubbliche infrastrutturali, altri ancora – più fiduciosi nella loro congiuntura – di riacquistare sul mercato parte del loro debito pubblico.

In tal modo, tuttavia, l’aumento della circolazione di moneta sarebbe neutrale trai vari Stati aderenti all’Euro e nessuno potrebbe avanzare recriminazioni.

È possibile che un impulso una tantum del 5% del PIL ripetuto per tre o quattro anni sia sufficiente a rimettere in moto le economie europee.

Conclusioni

Le economie europee, specie quelle mediterranee, sono come un’automobile con la batteria scarica. Per farla ripartire è necessaria una spinta, un impulso una tantum, fondamentale per ricaricare la batteria una volta che l’automobile abbia ripreso a muoversi.

Senza quell’impulso una tantum, l’automobile è destinata a restare ferma ed ad arrugginire col tempo alle intemperie.

Il dibattito di politica economica finora si è svolto entro recinti tradizionali (basta pensare ai fondi di Giavazzi ed Alesina sul Corriere), utile ed interessante, ma inadeguato al tipo di problema che ci troviamo a fronteggiare per la prima volta nella storia europea: la contestualità di recessione e di vincoli di bilancio troppo stringenti.

 Il problema reale che ci troviamo ad affrontare non è economico, è ideologico. L’ideologia imperante, quella della Bundesbank, è illogica e suicida. Ma dove sono finiti tutti gli economisti che non la contestano e che, invece, gareggiano su proposte che appaiano virtuose agli occhi accecati dei tedeschi?

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