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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 18567 volte 01 febbraio 2012

Come aumentare di 6 punti il pil senza fare “macelleria sociale”

Di Redazione  •  Inserito in: Ricerche e Studi

di Vittorangelo Orati

 

In un precedente scritto ricordavamo all’impresentabile governo Berlusconi  – ma anche  ai silenziosi  sinistri della “sinistra” che quanto a liberismo hanno  una coda lunga quanto la via Lattea -  che  la situazione del nostro doppio deficit  dei conti pubblici (quello di bilancio e quello del debito) non giustifica affatto il falso stallo di una politica economica che voglia rilanciare lo sviluppo. Stallo che sarebbe dovuto   al fatto che,  per definizione,   le risorse per  una tale politica  peggiorerebbero  senza alternative i suddetti deficit (  il ministro Tremonti scomoda la fisica a tal proposito  citando il principio dei “vasi comunicanti”,  dove con tale accenno  egli ci ricorda la sua “indimenticabile”  lectio magistralis ad “Anno Zero” ).   Questo ragionamento (?) in verità  è un entimema: ammette implicitamente una ipotesi che pare condivisa sia dalla maggioranza che dalla sedicente opposizione ovvero dai loro staff di economisti(ci) patentati: che misure di intervento anticicliche debbano necessariamente  essere  finanziate in deficit, appunto.  A questo riducendosi  frasi del tipo “non ci sono soldi” per lo sviluppo. Tacitamente condivise dal silenzio-assenso su questo centrale punto da parte delle “opposizioni”.

 Il meglio ( si fa per dire ) da parte dello schieramento politico dei “progressisti” è infatti  rappresentato dalla  autobattezzatasi   “rive gauche” formata dai keynesian-marxisti  i cui manuali di riferimento riportano fino alla nausea i precetti  della spesa statale in deficit dell’ economista cantabrigese  interventista per antonomasia, e pur sempre cantore del capitalismo ( Lukacs in Storia e coscienza di classe con molta finezza “filosofica” – ignorata  dai rivegauchiste da bancarella di oggi –  sottolineava come “fatalismo” e “volontarismo” in un quadro storico sociale dato e ipostatizzato  sono termini  polarizzati “correlativi”: insomma come  la filosofia economico-sociale di Lord Maynard  sottendesse  “gattopardismo puro” ) .

 Citavamo  a eterno scorno degli esperti “ufficiali” in “scienza triste” e a sostegno della nostra confutazione –  e pur nei limiti affatto  non condivisi della “scienza economica” canonizzata  -  il premio Nobel  1989 Trygve Haavelmo e il suo eponimo teorema, il cui  massimo difetto storico  risiederebbe oggi nel fatto che detto teorema implicherebbe nuova  spesa pubblica, seppur  finanziata con pareggio di bilancio o meglio senza incidere su un suo eventuale pregresso valore negativo. Anzi, pur nei limiti in cui Haavelmo concepì il suo contributo, una spesa statale finanziata con pari tasse inciderebbe virtuosamente e su eventuali  deficit   sia di bilancio che  del  debito pubblico.

E qui ci fermavamo non senza collegare questo dimenticato capitolo  di economia ortodossa alla possibilità di finanziare la spesa pubblica in discorso con  una tassazione patrimoniale;  che anche alcuni dei più ricchi italiani si sono dichiarati pronti a sostenere  e  a propagandare nelle attuali difficili circostanze.

 

Molto rumore

per nulla?

 

Ma già sentiamo i rumori  successivi agli affannosi  e superficiali controlli sui  polverosi testi   degli “addetti ai lavori” con connessa  possibile replica:  aver specificato che il teorema del Nobel norvegese  è stato concepito fuori dal contesto di politiche anticicliche sarebbe stato una furbata: in un  tal quadro gli effetti moltiplicatori sul Pil di una spesa pubblica coperta da tasse   si ridurrebbe a poca cosa . Ancor più piccola se  si passa dalla  ipotesi di una “economia chiusa“,   cui riduttivamente  facevo io riferimento  nel ricordare la formula dell’Haavelmo,   iscrivendo quest’ultima  in un panorama di “mercato aperto” ; dove il moltiplicatore  subisce una decurtazione pari alla propensione media/marginale alle importazioni (Imp ) pari a q.  Con riferimento  grosso modo ai dati dell’economia italiana, assumendo che  la propensione media/marginale al consumo c  sia pari a 0,8, e q sia pari a 0,3, indicando con ΔY e ΔG rispettivamente l’effetto sul Pil  ( Y )  di una spesa statale ad hoc  ΔG  finanziata con equivalente tassazione pari a  ΔT (ΔG=ΔT),    l’ “effetto Haavelmo” ΔY ( chiamiamolo così) sarebbe calcolabile nei seguenti termini:

                                   ΔY=  (1 – c / 1 – c + q ) ΔG = 0,4 ΔG.     [I]

Insomma  l’effetto Haavelmo” sull’aumento del Pil si ridurrebbe a meno della metà della spesa pubblica  coperta con tassazione  equivalente.

Insomma  avrei cercato di fare “molto rumore per nulla” o poco più, “sorvolando”  sul fatto che l’effetto moltiplicatore della spesa pubblica in discorso  risente pesantemente dell’effetto demoltiplicatore legato alla tassazione per un pari importo di detta spesa;  per cui  quel po’ di beneficio connesso al teorema di Haavelmo si ridurrebbe alla piccola  differenza tra i due membri della  seguente sottrazione :

 

                                    (ΔG /  1- c + q)   -   ( cΔG / 1- c + q)     [ II]

dove il primo membro a sinistra del segno meno è il normale moltiplicatore del reddito  (con spesa pubblica finanziata  in deficit ) e il secondo termine è il demoltiplicatore  del reddito, equivalente alla somma  sottratta con prelievo fiscale  alla  somma altrimenti detenuta   dai privati e spesa con propensione media/marginale al consumo minore dell’unità ( a differenza del settore pubblico che la spenderebbe interamente).

 

Il tesoreggiamento ed

I capitali improduttivi

 

 Ma  una tale  potenzialmente  possibile controargomentazione alla mia “criptica” proposta  di politica economica è  del tutto inconsistente perché non sviluppa ciò che per pauci sed electi lasciavo all’intelligenza dei miei possibili lettori competenti.

 Il tutto si incentra sulla mia proposta di tassare i patrimoni e/o attività speculative del tutto capitalisticamente improduttive come anche le  eventuali ingenti risorse monetarie che nella situazione di totale stagnazione dell’economia  si detengono certamente  in forma liquida (tesoreggiamento) in attesa di “tempi migliori” : per esempio i capitali scudati con ridicola imposta  il cui ammontare cospicuo ha mancato  assolutamente  di trasformarsi in investimenti come si è ritenuto dovesse avvenire  da parte delle  “ingenue” attuali  “autorità” di politica economica.

Con elementare logica economica che non cada nei trabocchetti dei “grandi aggregati” si può così  infatti ragionare.

Nel secondo membro a destra  del segno meno nella [II] ,  c è lecitamente ponibile  come eguale a zero,  con conseguente  scomparsa  del termine stesso, il che economicamente equivale a tener conto che la somma tassata è assolutamente sottratta alla formazione del reddito nazionale  per le ipotesi da me formulate circa i “contribuenti “e i cespiti da tassare.

Ma ciò non è tutto. Anche nell’unico membro  rimasto della [II]  le  ragioni  che a tale “solitudine”  hanno condotto  riverberano effetti significativi che potenziano  l“effetto Haavelmo” sul Pil  sotteso alla mia proposta. Il valore di c  non è quello medio dell’intero aggregato del consumo che è la media tra i valori più bassi delle classi di reddito più ricche e quello più alto delle classi più povere.

 Gli investimenti  della  spesa pubblica in oggetto dovrebbero riguardare lavoratori del depresso settore industriale se non lavoratori disoccupati  e/o in cassa integrazione che porterebbero verosimilmente  a poter assumere  c = 1.  Inoltre i consumi essenziali di cui sono imputabili i lavoratori delle categorie suddette sono a bassissimo e trascurabile componente di importazioni ( in Italia si mangia italiano, almeno sino a ora, e grazie alla “Globalizzazione” come ai tempi di Ricardo non è azzardato assumere che i salari siano a livello di sussistenza, storicamente intesa ), per  cui con approssimazione largamente  in difetto  possiamo ammettere che il moltiplicatore della spesa pubblica in pareggio con le qualificazioni apportate    sia individuabile intorno a un valore di  grandissimo rispetto:   

1 / 1 – 0,8  =  5.

 

 

Le cifre verosimili

della possibile manovra

 

Vediamo di  trasformare in cifre  verosimili la possibile manovra. Partiamo dalla curva di concentrazione del reddito in Italia.  Il 10% della popolazione ( diciamo 5.700.000 persone circa )  detiene  più o meno il 50% del Pil , e  quindi poniamo che tale fetta di reddito sia di circa 800 miliardi di euro.  Ipotizziamo che tale grandezza rappresenti  ( per tenerci molto bassi) solo un quinto dei rispettivi “patrimoni. Tassando per la modesta cifra dello 1%   tali patrimoni  si ha  un  totale complessivo di entrate dello Stato  di circa 40  miliardi di euro ( intorno ai 7 mila euro in media per ogni  testa di superprivilegiati). Naturalmente non teniamo conto del  fondamentale  corollario per cui  una tale tassazione costituirebbe,  in occasione di una tale “patrimoniale” ,  un momento cardine e  sperabilmente  irreversibile in termini di lotta e recupero della scandalosa evasione fiscale  nel nostro  ex “Bel Paese”.

Investiti  dallo Stato ( direttamente o indirettamente su sua commessa al settore privato) i  suddetti  40  miliardi di euro ,  l’effetto Haavelmo,  grazie al  moltiplicatore del reddito  pari a 5,   ammonterebbe all’intorno a 200  miliardi di euro.  Tenuto conto dei 22 milioni  e 890.000 circa di occupati  che alimentano il Pil italiano ,i predetti  200 miliardi di  “effetto Haavelmo” porterebbero   a incrementare l’occupazione di 2 milioni e 800.00 posti di lavoro.

 Se ora abbattiamo, per mera cautela  ideologico-contabile,  la tassazione  allo 0,5% per non urtare gli interessi costituiti e ipotizzando solo una volontà politica di stampo assolutamente moderato,  com’è nel panorama politico italico attuale, comunque  saremmo dinanzi a un impennata del Pil   di  oltre il 6%,  con finalmente il famoso mito di un milione di “nuovi  posti di lavoro” superato del 40%  (se ben si pensa a non rifinanziare settori condannati dal darwinismo della “Globalizzazione”   e attualmente tenuti nel mortifero frigorifero della “cassa integrazione” e dintorni). Se  poi si esce dalla riduttiva ottica  della macroeconomia  keynesiana che porta a omologare consumi e investimenti  circa gli effetti del moltiplicatore  sul reddito nazionale e si pensa che gli investimenti dovrebbero e potrebbero essere finalizzati all’aumento della produttività del lavoro attraverso il sostegno  a settori tecnologicamente innovativi, sul medio-lungo periodo gli effetti della spesa statale in predicato sarebbero ancora più significativi. E data la natura pubblica della spesa  lo Stato potrebbe per gran parte  ridurre l’obolo che l’apertura dei mercati comporta in termini di importazioni e/o di delocalizzazioni. Spettri questi che incombono altrimenti sulla destinazione delle risorse in mani private.

 

Sei punti di “pil” in più

senza “macelleria sociale”

 

 Già dalla prima attuazione della misura  di politica economica in oggetto  il rapporto debito/Pil scenderebbe di  oltre 6 punti percentuali ( dal 120% all’intorno del 113% ) senza macelleria sociale, richiedendosi solo la fine di un superstizioso tabù scientificamente protestato dalla realtà prima ancora che dalla teoria: “meno Stato e più mercato”, grido di battaglia della più articolata filosofia politica del miniarchismo.

 È appena il caso di rilevare ciò che qui non è calcolato ma che non va sottovalutato, e cioè  come con l’aumento del Pil aumentino anche le  normali  ( a prescindere dalla misura in discorso)  entrate fiscali dello Stato con miglioramento dei due  (flusso e stock del debito) deficit dei conti pubblici. Per pura indicazione,  assumendo che tra imposte dirette e indirette  le entrate fiscali   implicate da un aumento  del reddito di 100 miliardi ammontino a 33,33miliardi ( un carico fiscale complessivo del 30% di 100 miliardi) tanto  per tenerci molto bassi,   risulta evidente il circolo virtuoso che si instaurerebbe  tra  saggio di crescita,  livello di  occupazione e  abbattimento  del debito sovrano   in barba alla falsità della mancanza di alternative  al binomio  spesa statale eguale deficit di bilancio.

Rendendo la redistribuzione del carico fiscale  appena abbozzata strutturale, e lasciando  quindi intoccati i piccoli patrimoni e ripristinando il welfare in via  di progettato smantellamento,  attuando dunque lettera e spirito della nostra Magna Charta,  nel breve volgere di pochi anni oltre a raggiungere livelli da pieno impiego si risolverebbe   dunque  alla radice il problema del macigno attuale del debito “sovrano”. Che come può vedersi è tutt’altro che un mostro;  beninteso  impostando in termini più equi una idonea politica fiscale e ridimensionando quanto basta  la dissennata  infatuazione pro libero scambio assumendo in tal senso la guida di un autentico “New Deal” di un radicalmente riformulato europeismo ( per esempio con una aggiornata logica su scala euro di quello che è stato l’IRI  nella fortunata stagione  della rinascita economica italiana a guida di un illuminato “Stato imprenditore”).

Ma per fare tutto questo, di cui abbiamo svolto solo una verosimile prefigurazione quantitativa  e  solo su scala patria, prefigurazione  affinabile a questo punto  dai cultori di  una scienza economica  in (e con)  ”Stato” comatoso (per l’universalmente  proclamato e  diffuso anti-statalismo),  si deve combattere quel  pernicioso dogma che coincide con  la “privatizzazione del mondo”. Non fosse per il fatto che con tale parola d’ordine  condivisa  ”a  dritta e a manca” (che neanche a farlo apposta  appare più che un modo di dire una profezia , per il dissolversi della “sinistra” come contrario  di “destra” che a sua volta si è squalificata omologandosi al sinonimo “dritta”)  si è prodotta la peste economica attuale e che solo nel  “teatro dell’assurdo “ è concepibile prescrivere come cura  di una malattia  in stato pandemico il morbo della stessa.   Beneficiando  dell’insegnamento  che proviene da  ben altro territorio scientifico nel  quale vale il principio di Pasteur : dove dosi inibite e rese innocue dei bacilli servono proprio a vaccinare e quindi ad “armare “gli anticorpi  contro gli esiti potenzialmente infausti  portati dal germe infettivo.  Eppure della negazione assurda di tale principi ,  quanto a “logica”,  si tratta  in termini terapeutici da parte degli attuali sciamani,   che in veste di esperti non mancano di prescrivere come cura per la peste  economica attuale la peste  stessa .

 

P.S.

E’ bene esplicitare un’altra implicazione della misura suggerita e che probabilmente non è sfuggita ai “consiglieri dei principini” del capitalismo nostrano che si son travestiti  da  Robin Hood   e da salvatori della Patria nel dichiararsi pronti per una patrimoniale  che li colpisse,  insieme ai loro colleghi in patrimonio.

Con un moltiplicatore del reddito quale quello da me individuato, spettando ai 5.750.000 di italiani che detengono il 50% ( in verità la fetta è maggiore) del Pil nazionale  il loro “sacrificio” fiscale risulterebbe un’autentica manna. Beccandosi  la metà del potenziale aumento del  saggio di sviluppo del predetto Pil qualunque  prelievo a loro carico  si trasformerebbe  in un aumento dei loro redditi di 2,5 volte maggiore.

 Così, tanto per attenerci alle grandezze su cui ci siamo esercitati, con una aliquota dello 0,5% su patrimoni del decile più ricco del Paese ovvero con una tassazione che ammontasse a 20 miliardi,   grazie al moltiplicatore del reddito pari a 5  quest’ultimo porterebbe nelle tasche dei Paperoni nostrani ben 50 miliardi,  che diventerebbero 100 miliardi nel caso l’aliquota in discorso raddoppiasse (1%) e così via  in proporzione a dimostrare  i “miracoli” connessi alla concentrazione del reddito in poche mani  e solo per chi   quelle mani può affondare nelle sue tasche piene. A ben pensarci ,  con un po’ più di dottrina gli industriali potrebbero addirittura essere tentati di diventare  almeno un po’ Saint-Simoniani  saltando a piè pari i pericoli di uno Stato “protagonista “  e invadente e nel nostro caso poco affidabile. Ma per una tale conversione occorrerebbe che  a  un  cotanto pensamento provvedesse una “classe dirigente”.  E qui oltre all’utopia intrinseca al pensiero  di Saint-Simon ci si imbatte in quella dell’inesistenza di una tale classe nel l’ex “Bel Paese” , come i fatti dimostrano,  visto il favore con cui si plaude al curriculum del professor Monti: un caso tutto italiano di promozione sociale  favorita  dall’alto “dalla culla alla…” ( mi tronco per non apparire menagramo) ,  che quindi  solo per contrappasso lo ha visto Commissario  europeo  alla “concorrenza” . Concorrenza che nella sua vita professionale non ha mai saputo cosa fosse,  al di là di qualche lettura giovanile e del mantra che a tal proposito caratterizza l’intera tradizione orale della Bocconi, sua Alma Mater , : dove di libera concorrenza si fa un gran parlare e un mal razzolare,  facendosene di essa  appunto (omen nomen)  un sol “boccone”,  vivendo  da sempre anche  di sussidi statali  invece che di sana competizione con le performances dell’università pubblica e i titoli accademici da questa rilasciati.

 

Vittorangelo Orati (vitorati@alice.it)

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