
Dunque la BCE come la FED e le altre vere Banche Centrali con potestà di esercitare il ruolo di lender of last resort? Non sappiamo come andranno a finire le cose, ma dubitiamo fortemente che a tale sconfitta si adegui il Quarto Reich in costruzione. Ma quand’anche il superDraghi a una tale virtuale conversione potesse convincere Merkel &Co. attraverso meccanismi che alla logica del prestatore di ultima istanza finissero per equivalere, appare evidente come tutto ciò non risolverebbe affatto i problemi di fondo che sono alla base dell’incubo spread alla base del quale permane il vero problema di Eurolandia: la mancata “crescita” di gran parte di essa con compromissione tendenziale della sua parte più sana. Come Moodys ha finalmente avvertito, anche la Germania resterà travolta dalla profonda e pervicace assenza di sviluppo che attanaglia non solo Piigs ma anche la Francia, con la Gran Bretagna che è quella che più pagherà il suo vacuo avanguardismo iperliberista con conseguente desertificazione industriale.
Come, tra l’altro, scrivevamo all’indomani dei facili entusiasmi circa la vittoria di Monti sulle resistenze della Merkel in materia di interventi tesi a spegnere la speculazione sui nostri spread, e cioè che :
“Persino un “cravattaio” di provincia mirerà al patrimonio di un “cliente” nel rifinaziargli il debito a tassi crescenti una volta appurato che la sua famiglia non è più in grado di dar luogo a un qualche reddito netto positivo!”
ecco che appena promosso a rango di Ministro, Vittorio Grilli si diceva pronto a mettere in gioco quel che resta del patrimonio pubblico, assecondando così le aspettative della speculazione internazionale che non ha potuto che leccarsi i baffi nell’attesa di comprare a quattro soldi le disiecta membra dei pochi “gioielli di famiglia” rimasti potentialiter al popolo italiano. Così ridotto a condividere la sua uscita di scena in quella orribile tragedia del lento declino dell’Occidente in epoca di Globalizzazione. Come dovrebbe insegnare , mutatis muatandis , l’adagio che allude alla definitiva decadenza dell’epoca di dominio aristocratico, secondo il quale in quel frangente storico il principium individuationis di un aristocratico era quello per cui tale era colui che in riferimento al suo patrimonio di famiglia “o aveva venduto, o stava vendendo o avrebbe di lì a poco venduto”!
E poi a cosa ha condotto la già poderosa privatizzazione dei veri “gioielli di famiglia” dello Stato italiano negli anni recenti quando la stagnazione sostanziale dell’economia già si stagliava nettamente insieme agli ignorati rischi suicidi pro-Globalizzazione? Visti gli esiti, non è il caso di ritenere una tale “formula” sbagliata in essenza? Non è vero che “…perseverare diabolicum?
Non vogliamo anche mancare di stigmatizzare gli economisti(ci) da “libro Cuore” – non aggiornati neanche alla recente e certamente non originale e stucchevole interpretazione teologica della ciclica peste economica, attribuita da falsi eterodossi bocconiani all’eterno alternarsi della dialettica storica tra i Caino e gli Abele ovvero tra “Male” e “Bene” (sic!) – che escludono la presenza stessa di motivi speculativi alla base degli avvenimenti tutti di Borsa ( chi sa dove si esprimevano prima della nascita di tale istituzione gli eterni Caino ed Abele!), credono che i gestori di Fondi Pensione, Fondi Sovrani, edge fund et similia siano retti da sani intenti da “buon padre di famiglia” ( chiedere ai buggerati disoccupati della Enron!). Anche qui emergendo contaminazioni con la tradizione del pensiero cristiano e segnatamente con la nozione scolastico-aristotelica di “giusto prezzo” e “giusto profitto”, nozione la cui sopravvivenza ha culturalmente contraddistinto nella stagione del passaggio dal feudalesimo al capitalismo i Paesi che più hanno ritardato l’instaurarsi di quest’ultimo attraverso la repressione di ogni anelito che preludesse allo “spirito del capitalismo” in senso weberiano. E a proposito di interpretazione religiosa della attuale crisi economica, non si rivela nella intransigenza tedesca , dei suoi vertici e della sua base popolare, il tornasole che ne tradisce l’ascendenza luterana con connesso “castigo” dall’Alto che avrebbe colpito gli scialacquatori ( dionisiaci) medittarrenei?
Tornando a superDraghi: ammesso e non concesso che la BCE in un modo o nell’altro sazi la sete della speculazione, in ogni caso dovendo stampare moneta , cosa se ne fa la BCE stessa dei titoli del debito pubblico dei Paesi ipoteticamente sin lì sotto assedio? O meglio la sua gestione retta da una logica assolutamente privatistica, come la metterà con i suoi soci? Come recupererà il passivo di bilancio se non in qualche maniera prospettando un lento recupero – ponderato da opportuni e differenziati gravami per i debitori - di tale passivo attraverso una progressiva estinzione dei compromessi debiti pubblici in “portafoglio”? Recupero concepibile solo in presenza di “crescita” dei corrispondenti Paesi “salvati” ( si fa per dire). E quali sono le prospettive che attualmente giustifichino un tale ottimismo sviluppista “ fermo rimanendo il predominio dei dogmi anti- interventisti dell’intero mondo politico pandemizzato e succube da decenni delle panzane neo-neoclassiche ( e non)? Non saranno le disastrose conseguenze del fiscal compact ad assicurare sulla carta il trionfo finale del “Pirro da Francoforte”, attraverso la pauperizzazione dell’Europa tutta, le cui” libbre di carne” sono le vere garanzie reali su cui poggia il virtuale “prestatore di ultima istanza” in assenza di una credibile strategia di sviluppo economico? L’unica differenza con l’Italia montiana, ad esempio, consistendo un diretto piuttosto che indiretto , come adesso, commissariamento da parte della BCE. Certamente ispirata da Friedman ed eredi piuttosto che da Beneduce o Franklin Delano Roosevelt.
E la soddisfatta liquidità in mano ai “probiviri della finanza internazionale”, non si troverebbe di bel nuovo dinanzi all’apparecchiato banchetto dove, a prezzi di “saldo di fine stagione”, si tratterebbe di comprare il Partenone, Il Colosseo, il Prado, l’intera Baixa Pombalina di Lisbona, o ancora la Cattedrale di St. Patrick, il National Museum e la National Gallery a Dublino.
Quanto a super Mario Monti non è di questi giorni la sua “faccia tosta” con cui dinanzi al festival del cannibalismo da spread ha detto che la colpa di tale saturnale è da contagio da parte di altri, insomma che tutto dipende da altri infettivi ammalati? E non riafferma un giorno si e l’altro pure che di “patrimoniale” non se ne è mai parlato e mai se ne parlerà? Ma il pericolo non è lui e la sua cultura da manualetto di economia primitiva ma quello della arroganza e della miopia della presunta maggioranza conservatrice del mondo capitalistico che non sa darsi una più avvertita classe politica cui affidare le sorti di tutti. Abbiamo infatti dimostrato recentemente e more mathematico che una patrimoniale opportunamente sfruttata in chiave di una accorta politica industriale sarebbe un vero affare per i superricchi da tassare con tale patrimoniale in situazioni come quella italiana, dove il 10% della popolazione detiene intorno al 50% del reddito nazionale. Il tutto ripristinando il ritorno alla piena occupazione e pur nei confini della mortifera Globalizzazione. Lo abbiamo fatto tirando in ballo un dimenticato e assolutamente capitalisticamente innocuo premio Nobel, Haavelmo, e non già il Lenin di prima della NEP.
Adesso – e sempre violentandoci nell’assumere per pura ipotesi e in un afflatto da articulo mortis, il coeteris paribus in termini di modo di produzione e distribuzione – ne diamo un altro di consiglio, tornando alla questione del patrimonio pubblico italiano in pericolo di inutile e inefficace e malefica ( in assenza di una vera e fallimentare strategia in favore dello sviluppo) svendita.
Il principio è quello degli “assegnati” ( da tener presente le differenze storico-economiche e politico-sociali della loro sperimentazione durante la Rivoluzione Francese e il nostro quadro storico attuale prima di ricordarne il fallimento) , da emettere – nulla è vietato in proposito dai “Trattati Europei” - a fronte di una quota assolutamente minima del predetto patrimonio pubblico e da distribuire in luogo di euro – di cui non abbiamo alcuna potestà di emissione – con cui stabilire un rapporto di cambio fisso (1/1) sotto forma di pagamento di crediti verso lo Stato da parte del settore privato. “Assegnati” con cui poter pagare le tasse, ed evidentemente scambiabili con potere liberatorio tra privati. Ciò libererebbe risorse, compensando rapporti di debito/credito interindustriale, sganciando le aziende da ogni subordinato vincolo con il sistema bancario. Una parte di “assegnati” dovrebbe essere destinata al sistema postale ovvero alla Cassa Depositi e Prestiti per mutui da concedere a ben mirati settori industriali, strategici in chiave di lotta sui mercati internazionali. Con un moltiplicatore della spesa pari a 5, come quello da noi stimato nel caso ricordato, con una opportuna componente di importazione assolutamente minima, lo stesso ingessato settore del credito potrebbe ricevere ossigeno dalla ripresa della dinamica economica tornando a fare il suo mestiere, che non è dare soldi a una economia che ristagna quando non anche arretra come si ritiene infondatamente in modo praticamente universale. Con un paio di centinaia di miliardi di “assegnati” in euro si potrebbe nel giro di qualche anno annullare il debito pubblico senza vendere nulla distruggendo i rientranti “assegnati” e salvando il popolo italiano dall’incapacità dalle sue sorde e cieche leadership .
Quanto precede nella speranza, invero tenue, che sia infondato il detto medievale “sero sapiunt principes “ ( “troppo tardi rinsavisconoi i principi”).
Vittorangelo Orati (vitorati@alice.it)





































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