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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 16121 volte 29 agosto 2012

Caffè (economista) : da decaffeinare ?

Di Vittorangelo Orati  •  Inserito in: Economia Italiana

 “Poi un giorno scopre quello che potrebbe mettere fine sia al marciume che al dolore. Che gli garantirà una specie d’immortalità. Sparire. L’unica cosa che la gente non dimentica sono i misteri irrisolti. Niente dura più a lungo.”

 Queste parole le ho trovate  appena qualche giorno fa in un racconto di John Fowles, The Enigma,  e  per una sorta di pavloviano riflesso condizionato mi hanno immediatamente fatto venire alla mente Federico Caffè e l’irrisolto e famoso caso della sua scomparsa nel 1987. Caso che periodicamente, a conferma di quanto scrive Fowles, viene rievocato con una tendenza che prima o poi promette di trasformarsi in un rito  ancorché  semiufficiale,  vista la notorietà del personaggio Caffè e la lunga schiera dei suoi figli accademici che in alcuni casi   per la rilevanza delle  cariche  pubbliche rivestite sono già  de jure iscritti negli annali della storia delle istituzioni. Si pensi a Draghi a presiedere la BCE e Visco che ha sostituito quest’ultimo alla Banca d’Italia, figure cui non si manca mai di segnalare  la filiazione caffeiana. Filiazione  che invero  per altri,  studiosi di profilo assolutamente insignificante,   rappresenta l’unica circostanza che offre loro un momento di “visibilità”.

 Ma l’accostamento di cui si è detto ha avuto dei corollari riflessivi. Primo fra tutti: ma se il nome  dell’economista Caffè è tale da far sì che esso getti luce come un pianeta fa con i suoi satelliti per quanto piccoli fino alla dimensione di  trascurabili  orbitanti  meteoriti , in entrambi i casi  si tratta,  sia pure  nell’ambito della metafora, di “sistema”? e quindi  nel caso dello studioso in questione e dei suoi allievi  siamo in presenza di una  qualche “originale” “scuola di pensiero”  che accomuna “maestro” e adepti?

 La risposta è no! Basti pensare al prof. Draghi, da un lato ( destro) e ai keynesian-marxisti italioti  che a “sinistra”(lombrosinamente parlando) hanno  forse ritenuto di  sentirsi autorizzati o almeno sostenuti da un alibi  per un tale impossibile sincretismo di paradigmi scientifici inconciliabili dalla lunga collaborazione di Caffè al quotidiano “comunista” (?)  «il Manifesto» che di questo assurdo  keynesian-marxismo è diventato paradossale  organo di informazione.

 E poi, indagando appena appena un po’,  si scopre che  l’unico “merito scientifico” dello studioso Federico Caffè è stato quello di  rappresentare il principale e mai rinnegato  ruolo di vessilifero e propagatore del “verbo”  di John Maynard Keynes nel “Bel Paese”.  Anche  dopo la fine   dell’ “età keynesiana” , epoca  in cui quel verbo è stato praticamente egemone sul piano scientifico e universalmente adottato nei suoi precetti nei Paesi capitalistici e, ove presenti,  nelle loro propaggini “imperiali”  forzando l’inconsistente paradigma  iperstatico  della Macroeconomia o  dei “Grandi Aggregati”  nei panni di  passepartout dinamico  antiarretratezza economica (  vedi i modelli dello “sviluppo” di Harrod e Domar et similia), altrettanto, evidentemente, fallimentare.  Insomma  Caffè è stato un  illustre chiosatore della così detta ( e in verità fasulla) “Rivoluzione Keynesiana”, naufragata in modo eclatante nel laboratorio della storia economica con i suoi mostruosi  e inevitabili esiti  stagflazionistici ( il monstrum: stagnazione più  inflazione,  che tutta la teoria economica  ritiene inconciliabili) della metà degli anni settanta del secolo XX. Un  eminente partigiano ( e qualcuno potrebbe dire riduttivamente “tifoso informato” ) quindi, visto che non solo  non ha inteso interrogarsi dinanzi all’eclatante fallimento del paradigma adottato , ma  lo ha riproposto rilanciandolo  pervicacemente.  E’ suo l’articolo Finiranno per riscoprire Keynes su «il Manifesto»  del “ dicembre 1981-  a funerale del lascito dottrinale  dell’economista cantabrigese da tempo  officiato –  ( ristampato in F.Caffè, Scritti quotidiani, ilmanifestolibri, Roma,  2007, pp. 72-3) . E’ questo  oggettivamente che alla fin fine  si ricava  non da un superficiale giudizio ma da una disamina appassionata da parte di Giacomo Beccatini  circa l’eredità intellettuale di Caffè nell’articolo Sull’attualità di Caffè  apparso su« il Ponte»,  Anno LXIII, n.3, marzo 2007. Disamina la cui unica pecca  non è soggettiva ma storicamente pregna  di avvilente significato: fare di un canone  etico-deontologico,  fortemente ammantato di  un certo dogmatismo romantico,   un  merito scientifico. Il che la dice lunga sullo stato di salute della intera  “scienza economica” e in particolare  di quella che alimenta gli economisti italiani. Insomma,   lungi dall’inverare la fictio juris dei “contributi originali”  con cui si mettono  ancora vergognosamente in  cattedra  studiosi che nel nostro Paese nel migliore dei casi  insegnano quello che altri hanno detto,  pubblicando “contributi” che ne dimostrano  conseguentemente la capacità patentata di “Ciceroni”  nei musei accreditati  del già scritto e noto, uno dei rarissimi  economisti nostrani famoso e premiato all’estero   (per aver  creativamente  sviluppato  e applicato l’eredità marshallina   in materia di “Distretti Industriali” )  è costretto  del tutto implicitamente alla luce dell’obiettivo “stato dell’arte” a fare della coerenza   e della resistenza alla rivincita del bieco pensiero Neoclassico nel  suo  ennesimo  travestimento  formale    un parametro di eccellenza  nel mondo della “scienza triste”.   Tristezza dei tempi, è il caso di dire,  visto  anche che il moderatismo di Caffè in chiave politico-sociale non è mai andato oltre un orgogliosamente rivendicato credo  “riformista”  che la cattiva storia e i suoi confusi interpreti  “manifestardi”  ha  finito per assimilare alla natura radicale del “comunismo”, facendo così propria,  credendoci ( bevendone la infondatezza più totale),   l’etichetta che i reazionari Neoclassici nella loro ultima  ed ennesima versione  hanno affibbiato a chiunque non credesse  ciecamente alla  panica fandonia del” migliore dei mondi possibili”,  una volta lasciati i “mercati”  ai loro sublimi , “naturali”  e   spontanei meccanismi autoregolatori e ottimizzanti! Per chi non credesse a un Caffé   che nello specifico si assimila  obiettivamente al certamente “onesto” ma non,  altrettanto certamente,  progressista  Quintino Sella,  rimandiamo al celebre  e celebrato articolo La solitudine del riformista, pubblicato su «il Manifesto» del 29 gennaio 1982  (e ora in F.Caffè, op.cit., ilmanifestolibri, Roma,  2007, pp.81-2) . Insomma,  come si fa a dimenticare che prima ancora che la “Crisi del ‘29” uno degli stimoli che ha condotto Keynes  a quel pasticcio teorico che è la sua General Theory  (  vedi All of Keynes’ mistakes true and unknown  in Appendice a questa raccolta di miei scritti,  base  argomentativa di un tale giudizio) è stato  l’avvertito pericolo comunista per il capitalismo all’indomani della nascita dell’URSS,  oltre che la sua avversione viscerale per Marx e la sua opera, come più volte ricorda il suo massimo biografo e interprete Robert Skidelsky?

Ma non v’è dubbio alcuno che Federico Caffè avesse un gran gusto per lo studio serio dell’economia  e che  a tale gusto si dovesse accoppiare verosimilmente il raccapriccio per non sapere andare oltre il ruolo di “gran sacerdote” del paradigma in cui si identificava  come studioso e  divulgatore. Insomma la sua fama la si deve per aver compiuto nei confronti dell’opera di Keynes  quello che Irnerio  e i Glossatori compirono  nei confronti del Codex Juris Justiniane nel loro oscuro  Medioevo ( per distinguerlo da quello che stiamo attraversando come abitatori del tempo).  E presumibilmente ciò non può averlo amareggiato alla fine della sua carriera, quando si fa il punto del vuoto pneumatico che si fa intorno a un accademico appena va in pensione e non è più al centro, per il venir meno del potere sottesovi,  dei  salamelecchi accademicamente interessati . Almeno questa è la chiave di lettura che mi ha suggerito la bella riflessione di John Bowles da cui ha preso spunto questo scritto. Affidarsi al tetro e usuale  messaggio sepolcrale  foscoliano , che  consegna al culto dei morti l’illusione della sopravvivenza  almeno nel ricordo deve essere sembrato poco originale al laico Caffè. Che come laico  appunto non se la sarebbe di certo goduta dal vivo! Caffè che lasciando il proscenio della cattedra passando  con continuità recitativa al coup de théâtre  della sua misteriosa scomparsa –  propiziato dall’industria culturale  e dal suo pronubo esercito masmediale –    ha  infine trovato con un guizzo finale il suo momento di genialità altrimenti aliena e tutta incassabile nei suoi effetti spettacolari vis-à- vis .

Per ultima ma non perché meno importante va fatta una considerazione,  che in qualche modo rivaluta Caffè dalla non esaltante  considerazione che lo colloca  a nostro avviso nel ruolo di semplice  maestro concertatore,   ma di musica altrui.

Quante volte, per una sorta di esorcismo e di excusatio non petita  (accusatio manifesta)  ho inteso ripetere dai cattivi pappagalli  delle panzane  licenziate dall’ «American Economic Review » e assimilati che affollano pestiferamente le aule dove si insegnano  gli ormai brandelli di Economia Politica che l’università e più in generale il mondo scientifico abbisognerebbero  almeno  di “onesti studiosi”! Ebbene,  Caffè’ come keynesiano risulta molto più ferrato sul pensiero del suo mentore scientifico di  “Keynesiani “con tanto di Nobel quali Krugman e Stiglitz. Come altrove dimostro insistendovi in più circostanze,  questi dinanzi alla immane crisi globale che attanaglia il mondo della Globalizzazione  e la sua stessa crisi nel suggerire  apertis verbis  keynesiane misure imponenti di sostegno alla domanda aggregata all’interno di singoli contesti nazionali  (Usa)e sovranazionali (UE) semplicemente ignorano il capitolo XXIII della General Theory . Capitolo essenziale, che del tutto conseguentemente  all’impianto del magnum opus del cantabrigese –  ma che non necessariamente da  quel solo canovaccio teorico discendono risultando vere in sé -    prescrive come precondizione essenziale  per l’efficacia di misure antirecessive  - l’assoluta esigenza di previe misure protezionistiche e quindi una  obiettiva denuncia,  “a futura memoria”,  di una Globalizzazione a tutti i costi. Ciò a parte la più generale rivalutazione da parte di Keynes in quel fondamentale capitolo del lascito scientifico del Mercantilismo e delle sue pratiche. Ebbene anche se non particolarmente sottolineando questo aspetto,  e anzi mostrando una sorta di rimpianto per il venir meno del free trade,  nel libro che ho ricordato che raccoglie gli scritti caffeiani su il quotidiano comunista «il Manifesto»,  in almeno due circostanze l’economista  “genialmente scomparso”  sembra avere in testa questo insegnamento e la sua logica. Nell’articolo L’ipocrisia e il libero scambio  ( op. cit., pp. 48-9) si  afferma:

“ […] le limitazioni di tipo protezionistico, tanto più insidiose quanto più dissimulate, sono una triste, ma inevitabile, conseguenza delle politiche deflazionistiche […]” ed evidentemente di situazioni deflazionistiche come nel caso delle crisi cicliche.

E pochi mesi dopo,  il 4 dicembre del 1981 ( op. cit., pp.72-3) Caffè scrive nell’articolo Finiranno per riscoprire Keynes, facendo riferimento alla recessione allora in atto:

“[…] occorerebbe operare per  ridurre la dipendenza del nostro paese dall’estero [e] per sostenere la domanda interna […]”.

 E che dire de «il Manifesto» che non mai detto una parola contro il libero scambio  assumendo a tal proposito la tradizione del marxismo da bancarella  a favore di questa opzione dottrinale  che,  ove non condivisa,  a detta di alcuni suoi collaboratori keynesian-marxisti  pone al rischio del  liberatorio mantra- appellativo  di “fascisti” ( vedi il Bellofiore,  per evidente contrappasso). Ciò pur fregiandosi dell’onore di stampare la edizione italiana di  «Le Monde diplomatique» che ha da tempo e doviziosamente denunciato le pecche del free trade e della Globalizzazione che su esso si basa  facendondosene  arma spuntata di ricatto scientificamente infondato.

Dinanzi a tanta miseria intellettuale e morale anche il  non altissimo profilo  dello “scienziato Caffè”  che abbiamo tratteggiato  ci  ha costretto a fare di necessità virtù del suo acclarato caso di semplice  “serio studioso” di Keynes. Qualifica  che finisce per avere, faut de mieux , data la mestizia dei tempi e lo stato comatoso dell’economics,   valore scientifico di supplenza in attesa di un futuro migliore.  Ciò emerge non già  e non tanto  nei confronti dei  patetici keynesian-marxisti nostrani , che a parte Keynes ignorano persino il loro celebratissimo  Caffè,   ma dalla pochezza teorica dei su nominati Nobel prized . Per cui concludiamo la nostra obiettiva  “decaffeinizzazione” di Caffè aggiungendoci una piccola “correzione”: per combattere almeno la sensazione di freddo esistenziale  che deriva dal contesto storico in cui  siamo costretti a vivere senza la speranza di serie alternative,  viste le  “sinistre” opzioni disponibili  in termini di una migliore e diversa  classe dirigente. Lasciando a questi ultimi paraggi  politico-culturali la  responsabilità di vuotamente e  farisaicamente  glorificare Caffè,   “macchiandolo”  però ,  per quanto detto:  con la  loro colpevole grave  e greve  incomprensione su snodi essenziali  per almeno  concepire un possibile  argine ( e non soluzione da cui sono sideralmente  lontani  per miseria teorica ) alla crisi  economica e di civiltà cui stiamo assistendo.

P.S.

«il Manifesto» del 24 luglio 2012 con il titolo Furto d’informazione, ospitava l’Appello di un gruppo di studiosi  che con  chiaro riferimento a posizioni keynesiane ( tra i firmatari  i noti keynesian-marxisti – che è un po’ come essere atei-credenti –  Giorgio Lunghini e Valentino Parlato)  accusava le autorità della UE e dei governi  che la alimentano istituzionalmente,   nonché la grancassa mediatica al seguito,   di propagandare il pensiero unico neoliberista come punto di riferimento  privo di alternative  all’attaco al welfare impunemente perpetrato  per fronteggiare l’attuale tsunami economico che colpisce milioni di lavoratori e giovani disoccupati in Europa e nel mondo Occidentale. Insomma un concentrato di eredità “caffeinica”,  ma avvelenato  alla maniera di Sindona dal punto di vista della  buona salute intellettuale.   Ancora una volta  e sfacciatamente  il “quotidiano comunista” in esemplare stato di “dissonanza cognitiva” ha  mancato  di fare i conti,  come editore della sua  versione italiana,  con  il  protezionista  « Le Monde diplomatique»  e con  il  suo nume tutelare  keynesiano  Federico Caffè. Che non mancava di “aprire” ( come abbiamo visto)  il modello della General Theory  prima di appellarsi alle misure antirecessive  da quest’opera previste, con la  conseguente  esigenza  ineludibile di prevenirle con misure protezionistiche. Non una parola di contro  avverso il free trade nell’Appello in parola! L’errore è  elementarmente  Macroeconomico  e quindi macro-scopico e quindi  di involontaria fatale  autobocciatura per i seguaci del fondatore della Macroeconomia . Un errore imperdonabile nel contesto della Globalizzazione e della sua implosione  nella crisi attuale: per rendere l’idea,  una tal “dimenticanza” equivale a quella di ordinare l’immersione di un sommergibile senza prima aver ordinato la chiusura dei boccaporti. A parte  la ecatombe che ne conseguirebbe , come passerebbe alla storia una tal incapace accozzaglia di “ammiragli” al comando del suddetto sommergibile? Se,  forse,   Caffè per assicurarsi ricordo nel tempo si è dileguato volontariamente,   a questo gruppetto di firmatari dell’Appello in discorso  e del “foglio”  che li ha ospitati non sarebbe da consigliare, magari con sollecitudine,  di nascondersi per sempre, però  dalla vergogna? Che faccia tosta, prendersela con il “furto d’informazione”!

Vittorangelo Orati (vitorati@alice.it)

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Autore: Vittorangelo Orati » Articoli 46 | Commenti: 311

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