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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 23869 volte 15 maggio 2012

Agenzie di rating: bombardamento a tappeto sull’Europa

Le tre Agenzie di rating americane in questo inizio d'anno sembrano sempre più impegnate a destabilizzare, coi loro "downgrading" , i Paesi in difficoltà dell'Eurozona

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza, Finanza Internazionale, finanza italiana

di Giorgio Vitangeli 

Il “bombardamento” più intenso e devastante è stato quello del 14 gennaio, quando Standard&Poor’s ha abbassato il rating sul debito pubblico di 9 Paesi europei: Austria, Cipro, Francia, Italia, Malta, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Spagna. Francia ed Austria hanno perso la tripla A;  Italia, Spagna e Portogallo, retrocesse di due gradini, sono finite all’ultimo livello dell’”investment grade”: un gradino più in basso comincia la zona dei titoli considerati “speculativi” che molti investitori istituzionali, a cominciare dai fondi pensione, non possono detenere in portafoglio.

A dicembre,  con la consueta destabilizzante pratica degli “annunci” preventivi che  mettono in agitazione i mercati, Standard&Poor’s aveva reso noto di aver messo sotto osservazione, con “creditwatch” negativo ben 15 Paesi dell’Unione Europea.

Subito dopo aver “degradato” i 9 Paesi europei, Standard&Poor’s ha abbassato di un gradino (dalla tripla A ad AA+) il rating dell’Efsf, il Fondo salva Stati europeo, visto che la Francia, che del Fondo è il secondo sottoscrittore dopo la Germania, non godeva più della tripla A.

Le conseguenze immediate di questo “uno, due” sono ovvie, prevedibili e- forse- previste: le Borse europee andavano in territorio negativo ed il cambio dell’euro col dollaro scendeva a 1,26.

 

Istituzioni ed imprese: una serie di downgrading

 

Accanto a questa azione di sfondamento da parte di Standard&Poor’s, tutta una serie di attacchi ad istituzioni,  enti pubblici e ad imprese, che  configurano, di fatto, un vero e proprio attacco all’Europa ed all’euro.

Limitandosi all’Italia,  a  gennaio, ripetendo la manovra di quattro mesi prima, Standard&Poor’s ha abbassato  a BBB+ il rating di lungo periodo di 13 enti regionali e locali, con l’aggiunta di un “outlook” negativo. L’elenco comprende indiscriminatamente  Regioni e città del Nord, del Centro e del Sud: dalla Liguria alla Sicilia; dall’Umbria alla Campania; dall’Emilia-Romagna alle Marche. E fra le città Milano e Roma, Genova, Bologna e FirenzePoi le Compagnie d’assicurazione, le banche e le grandi imprese, con una tempistica che lascia sconcertati.

Qualche esempio? La Fiat comunica un corposo aumento degli utili, grazie ai risultati ottenuti con la controllata Chrysler, e  Standard&Poor’s annuncia d’averla posta sotto osservazione con  credit watch negativo. Montepaschi porta a termine un corposo aumento gratuito di capitale e Fitch gli taglia il rating,  così come ad altre quattro grandi banche, come conseguenza, afferma,  del “downgrading” dell’Italia. Accanto alle banche, le Assicurazioni: dopo ardue trattative, pur tra perduranti incertezze, sembra disinnescata la crisi finanziaria di Fondiaria-Sai grazie alla fusione con Unipol, con l’ambizione di dar vita ad un nuovo “campione nazionale” in campo assicurativo, e come risposta  Standard&Poor’s degrada l’Unipol e Moody’s la mette sotto osservazione per un prossimo downgrading. 

Completa il lavoro delle agenzie di rating nel settore assicurativo la retrocessione da parte di Standard&Poor’s delle Generali (da AA- ad A+) e della Cattolica Assicurazioni, cui si aggiungono il downgrading dell’Eni, della Cassa Depositi e Prestiti, delle Poste Italiane.

E poiché le Agenzie di rating sono tre, a quella che fa da apripista si adeguano ben presto le altre due. Dopo il “bombardamento” a gennaio di Standard&Poor’s vi è stato così a febbraio quello di Moody’s, che ha “degradato 114 banche europee, di cui ben 24 italiane, oltre a varie Regioni e Province. 

Una sollevazione generale

 Non stupisce, a questo punto, che da ogni parte si sollevino critiche ed accuse contro le tre società di rating americane.

Un primo dubbio è che queste società, che com’è noto vengono chiamate agenzie ma in realtà sono società private, agiscano sui mercati più da attori  che da arbitri. Tra i maggiori azionisti esse hanno ben noti finanzieri ed investitori istituzionali. Come esser certi che non vi sia “insider trading” o che addirittura certi annunci e certi “downgrading”non  siano funzionali a manovre speculative?

E’ questa l’accusa mossa, in Italia, dalla Procura di Trani che lo scorso gennaio ha fatto perquisire dalla Guardia di Finanza le sedi milanesi di Standard&Poor’s e di Fitch, con l’imputazione di aver manipolato il mercato con “giudizi falsi, infondati o comunque imprudenti”.

Lo stesso presidente della Consob, Giuseppe Vegas, ha rimarcato il fatto che a detenere quote importanti delle agenzie di rating sono grandi operatori finanziari che “si presume investano sul debito pubblico europeo in credit default swap. Ed ha scritto una lettera durissima all’ESMA (l’Autorità europea dei mercati finanziari) chiedendo una verifica sui comportamenti di Standard&Poor’s che “aumenta artificialmente il rischio Italia”.

Le società di rating “turbano senza motivi reali i mercati finanziari”, ha dichiarato a sua volta il presidente della Commissione Europea, Barroso.

Più sfumato ma chiaramente allusivo Romano Prodi, che in  un’intervista a Radio 24 ha ammesso che “Il problema è serio. Ci sono tre agenzie di rating che hanno azionisti precisi e rispondono ad un ambiente e ad un clima ben precisi, dominando i nostri mercati finanziari con i loro giudizi su Stati ed imprese”.

E si tratta di un dominio pressoché totalitario: le “tre sorelle” americane controllano infatti il 95% del mercato del rating.

Un ulteriore elemento di perplessità deriva dal fatto che le agenzie si fanno pagare per i loro “servizi” dalle stesse società cui attribuiscono il “rating”.

Strumenti di un attacco all’Europa

 Ma l’accusa ormai più diffusa e ricorrente è che le agenzie di rating americane  siano divenute strumento e punta di lancia di un attacco all’Unione Europea ed all’euro.”la FINANZA” lo scriveva già la scorsa estate: nell’attacco all’Italia ed ai Paesi mediterranei dell’Unione Europea il “bersaglio grosso” in realtà era l’euro. Ora cominciano ad ammetterlo, magari a mezza voce, anche i grandi giornali “politicamente corretti” ed i politici sia di centro-destra che di centro-sinistra.

In un editoriale sul Corriere della Sera ad esempio Massimo Gaggi, dopo il downgrading dell’Italia ha scritto che si trattava di “un giudizio con una larga componente politico-istituzionale, da parte di un’agenzia di rating americana, cioè di un Paese da tempo scettico sul destino della moneta unica”.

Più o meno sulla stessa lunghezza d’onda la considerazione fatta su Repubblica da Federico Rampini , secondo cui con il downgrading di nove Paesi europei “la più importante delle agenzie di rating rafforza l’impressione che ci sia un vasto mondo d’interessi e di poteri (prevalentemente angloamericani) che ormai ragionano sull’ipotesi di ricostituzione di una piccola Europa omogenea, un minieuro o neomarco, centrato sul nocciolo duro della Germania, più i suoi satelliti di sempre”. In altre parole: frantumare l’euro e l’Unione Europea.

Più duro ed esplicito, il giudizio di Alain Minc, consigliere di Sarkozy: “Quelli di Standard&Poor’s, ha detto, sono gravi comportamenti perversi. Ci sembra assai probabile che gli interventi perversi  hanno l’obbiettivo di tener basso l’euro”.

Ancor più chiaro il commissario europeo per gli affari monetari ,Olli Rehn, che si è detto convinto che “il giudizio di Standard&Poor’s, Moody’s e Fitch non sia imparziale, ma risponda al capitalismo finanziario americano”.

“La credibilità delle agenzie di rating è molto relativa, per non dire di peggio”, si consola Fabrizio Cicchitto, capogruppo alla Camera del Pdl.

Purtroppo non è esattamente così, perché, indipendentemente dalla credibilità, norme e regolamenti interni obbligano gli investitori istituzionali a vendere ed a non comprare titoli il cui rating scenda sotto il livello stabilito.

Questa volta ha ragione Prodi: il problema è serio, e l’Europa deve affrontarlo quanto prima, ma non a parole: coi fatti.  La proposta in discussione al Parlamento europeo di impedire alle società di rating di dare voti non richiesti sul debito sovrano di Stati dell’Unione, l’eliminazione nei regolamenti europei dei riferimenti obbligatori ai rating, il proposito di facilitare la creazione di una società di rating europea indipendente,  il progetto di regolamento della Commissione che prevede sanzioni per le società di rating, sono i primi passi nella giusta direzione.

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Autore: Redazione » Articoli 670 | Commenti: 239

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