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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 29330 volte 11 dicembre 2012

IRAN TURCHIA: SCAMBI IN ORO PER AGGIRARE LE SANZIONI

Il prezioso metallo sempre più centrale nell'economia internazionale

Di Arnaldo Vitangeli  •  Inserito in: Asia, Europa, Geopolitica, Nord America, Planisfero

In questi anni di crisi finanziaria e di dubbi sulla sostenibilità dei debiti pubblici di molti tra i più importanti Stati del pianeta, l’oro, fino a pochi anni fa considerato in declino in quanto alla sua funzione di riserva, si è preso una bella rivincita.

Non solo infatti il suo valore è costantemente aumentato negli ultimi anni con una particolare impennata dal 2008 ad oggi,  (quattro anni nel corso dei quali il prezzo del nobile metallo è passato da un valore intorno ai 700 dollari a un valore superiore ai 1700 dollari ad oncia) ed anche se alcuni esperti prevedono a breve un crollo delle quotazioni dell’oro che potrebbe riportarlo a scendere sino ai 700 USD l’oncia, al momento sembra che le potenze economiche puntino ad aumentare le proprie riserve auree.

A rafforzare l’impressione di una ormai certa fine del dollaro come “valuta di riserva”, e di conseguenza della graduale fine della centralità degli USA nel sistema economico mondiale, è tra l’altro il nuovo corso del gigante cinese, che dopo aver accumulato per anni titoli del debito pubblico americano, ha iniziato, in maniera molto silenziosa, un passaggio all’oro, incrementando le riserve auree (nell’arco di quest’ultimo anno le riserve cinesi sono quadruplicate e, anche se la Cina non fornisce dati ufficiali gli esperti ritengono che abbia ormai superato la Germania che possiede 3.395,5 tonnellate di oro) e per la prima volta il gigante asiatico ha acquistato oro per una valore doppio del corrispondente acquisto di titoli di debito pubblico americano.

A pensar male si potrebbe ipotizzare che, attraverso un accumulo di riserve auree, grazie al saldo positivo della bilancia commerciale cinese e alla forza della sua economia e, infine, in virtù del suo ruolo di maggiore creditore degli USA, i cinesi stiano accarezzando l’idea di soppiantare o quantomeno affiancare al sistema del dollaro la loro valuta, lo Yuan, per i pagamenti internazionali, anche se le portaerei americane nel pacifico rappresentano di sicuro un monito a non correre troppo, e forse anche per questo la Cina sta investendo miliardi di dollari in nuovi armamenti.

L’ euro invece è disarmato (privo cioè di un’unità politica, di un’indipendenza militare e, non ultimo, della presenza di un prestatore di ultima istanza che ne garantisca la tenuta) e la sua sopravvivenza appare, in queste condizioni, sempre più a rischio.

Ma a rafforzare il valore di scambio dell’oro a scapito del dollaro concorrono anche altri fattori, di natura geopolitica, ed è sintomatico quanto sta avvenendo in Iran.

L’Iran, che rappresenta uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio e gas, è stato infatti sottoposto a pesanti sanzioni, a seguito delle controversie sul suo programma nucleare, che alcuni Paesi occidentali, Usa e Israele in testa, ritengono nasconda finalità belliche.

Queste sanzioni, che l’UE ha rafforzato unilateralmente, danneggiano certamente l’economia iraniana (che dipende per l’80 per cento dalle esportazioni di idrocarburi) ma colpiscono inevitabilmente anche quei Paesi che, come il nostro, dipendono in parte più o meno significativa dal petrolio e dal gas iraniani.

E’ il caso della Turchia, Paese in rapido sviluppo industriale, che attualmente importa dall’Iran il 18% del fabbisogno di gas e il 51% di petrolio necessario per i suoi consumi privati e industriali.

Nel corso dei primi mesi del 2012 la Turchia ha venduto 6,4 miliardi di dollari di oro all’Iran. Per avere un’idea dell’exploit delle transazioni in oro tra i due Paesi  basti pensare che, nel corso di tutto il 2011 la cifra totale era stata di appena 54 milioni di euro.

Il risultato, imbarazzante politicamente e dannoso economicamente per gli Usa, è che in questo modo l’Iran riceve in cambio del suo petrolio oro invece di dollari, contribuendo a indebolire il ruolo della valuta americana nei pagamenti internazionali del greggio, ruolo che gli Usa hanno difeso con le unghie e con i denti in passato (al punto che la goccia che fece traboccare il vaso e portò all’attacco dell’Iraq di Saddam Hussein fu proprio la volontà del dittatore iracheno di dismettere il dollaro per gli scambi petroliferi di “oil for  food”).

In tutto questo rimane sospesa una questione per noi essenziale: quella delle nostre riserve auree, che in passato abbiamo trattato su questa testata

L’Italia infatti, con le sue 2.450 tonnellate di lingotti, rappresenta il quarto maggiore Paese detentore, dopo Usa, Germania e Cina, e questo elemento, se ben utilizzato,  potrebbe essere strategico per il nostro futuro economico.

 

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Autore: Arnaldo Vitangeli » Articoli 114 | Commenti: 381

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