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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 12651 volte 04 settembre 2012

Benzina record e prezzo del petrolio

Di Redazione  •  Inserito in: Economia Internazionale, Europa, Primo Piano

Con una serie ininterrotta di rincari Il costo della benzina in Italia ha raggiunto e superato i due euro al litro. Parallelamente è salito il costo del gasolio.  Per l’uno uno e l’altro carburante  i prezzi italiani sono i più alti d’Europa. E così allo svantaggio strutturale delle imprese italiane, che hanno un costo dell’energia elettrica generalmente più alto di quello dei competitors europei, si aggiunge un costo maggiore per tutta la filiera dei trasporti, con effetti intuibili e inevitabili sui prezzi delle merci e sul tasso reale dell’inflazione.

Ma perché benzina e gasolio in questi ultimi mesi in Italia non hanno fatto altro che rincarare? E questi livelli di prezzo sono destinati a durare?

Una delle cause  del poco invidiabile primato italiano nel costo dei carburanti è dato indubbiamente dall’eccessiva fiscalità che grava su di essi. Sui due euro e passa per un litro di benzina pagato dall’automobilista italiano, più di un euro va allo Stato. La parte restante, cioè meno di un euro, basta a remunerare la ricerca e la produzione di petrolio, il trasporto, la raffinazione, la distribuzione.

Quella sui carburanti è una sorta di odierna “tassa sul macinato”, altrettanto esosa ed odiosa, che va a colpire un bene che oggi è altrettanto diffuso ed insostituibile quanto lo erano in passato grano e farina. E considerando le esigenze attuali del bilancio pubblico e gli impegni assunti con l’Europa in materia di disavanzo e di deficit, è assai improbabile che il complessivo prelievo fiscale sul prezzo della benzina possa diminuire. Si è tornato a parlare, è vero, di una “sterilizzazione” per i carburanti dell’incremento dell’Iva, da “compensare” con una analoga riduzione delle accise, ma la misura più che ridurre il prelievo, varrebbe ad impedirne l’incremento ulteriore.

Accanto agli aggravi del prelievo fiscale, cui con scarsissima fantasia si ricorre ogni volta che  lo Stato deve reperire rapidamente e sicuramente maggiori entrate, la giustificazione che viene data dalle industrie petrolifere per i rincari dei carburanti è l’aumento del prezzo del greggio. Salvo il fatto, più volte osservato, che se il prezzo del petrolio aumenta, il rincaro dei carburanti è quasi immediato; se invece diminuisce, l’adeguamento al ribasso dei prodotti della raffinazione  sembra assai meno sollecito.

Ma quale è stato in questi ultimi mesi l’andamento dei corsi petroliferi? Il numero di agosto scorso del Bollettino della BCE ha dedicato a questo tema uno dei suoi “riquadri”. Vediamo dunque, sulla base dei dati e delle osservazioni in esso contenuti, quale è stata la più recente evoluzione dei prezzi del petrolio.

Tra la metà di marzo e la fine di giugno di quest’anno le quotazioni del greggio di qualità “brent” sono scesa da oltre 125 ad un minimo  di 90 dollari a barile, a seguito di un diffuso calo della domanda e di una abbondante offerta.

A frenare la domanda di petrolio, in particolare nel secondo trimestre dell’anno, sono state la modesta crescita dell’economia mondiale e la crisi nell’eurozona, nonché fattori stagionali ( di norma nei Paesi Ocse la domanda di greggio tende a ridursi in quella parte dell’anno).

La produzione, invece,  nella seconda parte del 2011 e nel primo semestre di quest’anno si è mantenuta in crescita, grazie alla decisione dell’Arabia Saudita di intensificare le forniture per compensare quelle della Libia, interrottesi per la guerra civile. Ed anche dopo la caduta di Gheddafi ed il ritorno della Libia ad una traballante normalità,  l’Arabia Saudita mantiene il livello massimo di produzione degli ultimi trent’anni, pronta a compensare  la caduta delle forniture dell’Iran, a seguito delle sanzioni decise dall’Unione Europea contro Teheran, e -forse- anche in previsione di un aggravarsi della crisi mediorientale e dei “rumors” su un possibile imminente attacco di Israele all’Iran.

Sulla variazione dei prezzi incide inoltre il cosiddetto “call on Opec”, cioè la quota di domanda mondiale che non viene coperta dai Paesi non appartenenti all’Opec, e che grava perciò su questi ultimi. Se questa domanda supera la produzione, ciò determina un calo delle scorte; nella situazione opposta (se cioè il “call on Opec” è inferiore alla produzione dei Paesi appartenenti all’Organizzazione), le scorte aumentano, ed i prezzi del greggio tendono a calare, come è avvenuto appunto tra marzo e maggio di quest’anno.

Questa tendenza al ribasso però si è invertita a luglio. All’inizio di agosto il greggio di qualità “brent” (quotazione che riguarda il petrolio del Mare del Nord, della Russia e del Medio Oriente) era risalito a 106 dollari a barile: il 17% in più rispetto al minimo raggiunto il 26 giugno, ma ancora inferiore del 16% al picco toccato a metà marzo, prima cioè che iniziasse il calo delle quotazioni. All’inizio di questo mese di settembre la quotazione del “brent” è di 114,6 dollari a barile, con una tendenza prevista al ribasso.

Per rendersi conto di quanto possano essere macroscopiche le oscillazioni del prezzo del petrolio, basta ricordare alcuni picchi al ribasso ed al rialzo di questi ultimi dodici anni. Il livello minimo il “brent” lo ha raggiunto a dicembre 1998, quando quotava 9,5 dollari a barile. Dieci anni dopo, nel 2008 toccò il livello massimo di 147,2 dollari a barile. L’anno dopo la crisi finanziaria ed economica occidentale fece crollare la quotazione attorno ai 40 dollari a barile; lo scorso anno aveva superato i 90 dollari.

Quali sono ora le prospettive? L’Aie prevede un aumento della domanda nei prossimi mesi, che potrebbe esercitare una ulteriore pressione sui prezzi. Ma gli operatori sembrano di diverso avviso, visto che la quotazione dei “futures” con scadenza dicembre 2013 è di 100 dollari a barile.

Più in generale: esistono rischi di forti ribassi se l’economia mondiale rallentasse in misura superiore al previsto. Esistono rischi di forti rialzi se l’acuirsi delle tensioni con l’Iran portasse all’interruzione delle forniture da quel Paese.

Le previsioni economiche, come quelle della Sibilla, si risolvono ancora una volta in un “ibis redibis non”, il cui significato s’inverte a seconda di dove si pone la virgola.

 

Ignazio Foschi

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