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Home | ©2012 La Finanza sul Web | Articolo visto 22865 volte 30 gennaio 2012

2012: crisi del capitalismo?

Il Libro di Enea Franza "2012: crisi del capitalismo" sarà inviato in omaggio per ogni nuovo abbonamento alla rivista La Finanza.

Di Redazione  •  Inserito in: Libri de La Finanza

Libri

 

Un libro di Enea Franza prende spunto da un’analisi della  crisi globale del 2008 per rimettere in discussione  alcuni dei dogmi dell’economia neoclassica e dell’attuale modello di capitalismo

“Non si deve tacere il vero per chi ha a fare memoria di queste cose, per dare ad esempio a quelli che sono a venire di usare migliore guardia”.

Così un cronista dell’epoca a metà del 1.300 commentava  il crack dei banchieri fiorentini Bardi e Peruzzi, che fidandosi della parola e contando sul prestigio del monarca, avevano prestato una somma enorme – 125 mila sterline dell’epoca- al re Edoardo III° d’Inghilterra, il quale,sfiancato dalla guerra dei cento anni, ad un certo punto annunciò di non essere più in grado di rimborsare i prestiti contratti. Fu la rovina non solo per le famiglie dei Bardi e dei Peruzzi, ma per l’intera Firenze, perché molte delle somme prestate al sovrano inglese erano in realtà depositi di risparmiatori, affidati ai banchieri in amministrazione fiduciaria.

A giudicare da quel che è accaduto in questi quasi sette secoli seguiti al crack dei banchieri fiorentini, non si direbbe che l’ammonimento del cronista a trarre insegnamento da quella vicenda per “usare miglior guardia” abbia avuto molto successo. Forse il concetto di “rischio sovrano” nacque dopo quella vicenda.

La prefazione di Gianfranco Fini

L’episodio è ricordato in un recente libro di Enea Franza: “2012 Crisi del capitalismo?”, che reca una prefazione del presidente della Camera, Gianfranco Fini.  Prefazione lucida, equilibrata, e forse anche un po’ equilibrista, nel tentativo di  evitare catastrofismi ed allo stesso tempo non “sottovalutare la portata della bufera che si è abbattuta negli ultimi anni sull’economia mondiale”; rivendicare il valore irrinunciabile dell’economia di mercato, ricordando però che” il mercato per funzionare ha bisogno di regole”; riconoscere  che le operazioni finanziarie hanno raggiunto un volume abnorme rispetto all’economia reale, sottolineando però che “non tutti gli investitori sul mercato finanziario sono necessariamente degli speculatori” e che “senza l’accumulazione del capitale finanziario non ci sarebbe liquidità per il sistema bancario e quindi neanche credito per le attività d’impresa nell’economia reale”.

Ma torniamo al libro di Franza, il cui  titolo è forse un po’ fuorviante. Chi si aspettasse infatti  una serrata critica teorica al sistema capitalistico, o  l’annuncio della sua morte imminente dopo un ulteriore “crack” prossimo venturo, resterebbe deluso.

In realtà il libro di Enea Franza  è una sorta di flusso di pensieri acuti, di  analisi storiche, di constatazioni dissacranti, di riflessioni quasi filosofiche, di sintesi cronachistiche, che ruotano attorno al problema della attuale crisi economica, vista però senza nulla concedere agli stilemi ed ai luoghi comuni che tanto abbondano tra economisti e politici, ma con occhio disincantato, che guardando alla realtà, e non all’ideologia dominante, è per ciò stesso anticonformista, e portatore, tra le righe, di qualche valore diverso e di qualche implicita tesi. Il tutto scritto con una prosa limpida e chiara,  che non  fa sfoggio di tecnicismi astrusi, magari espressi in lingua inglese,  ma al contrario si preoccupa spesso di tradurre in italiano anche i vocaboli inglesi ormai d’uso comune nella finanza internazionale, e di rendere chiari, magari con l’aiuto di esempi, i tecnicismi del mondo finanziario. E ne risulta così non solo un libro  pienamente comprensibile anche a chi di finanza e d’economia ne mastica poco o nulla,  ma anche un libro che aiuta a conoscere ed a capire, ed una storia coinvolgente, che inizia ripercorrendo  a volo d’uccello le crisi che hanno  sconvolto l’economia  in questi ultimi secoli, per focalizzare poi l’analisi sui molteplici aspetti di questa ultima crisi globale che stiamo attraversando.

Una crisi ogni otto anni

E di crisi in questi ultimi secoli ve ne sono state molte. Franza, citando Charles Kindleberger ne ricorda 39 dal 1662, ed aggiungendovi quelle dal 1980 ad oggi, risulta una crisi internazionale ogni otto anni.

E tutte hanno due punti in comune: da un lato l’avidità, e dall’altro la stupidità di chi vorrebbe arricchirsi in un batter d’occhio.

Può far sorridere di commiserazione  la storia di quel contadino che nel 1635 scambiò per un solo bulbo del raro tulipano chiamato “Viceré” otto maiali, quattro buoi, dodici pecore, due carichi di grano, quattro carichi di segale, due botti di vino, quattro barili di birra, due barilotti di burro, mille libre di formaggio, un letto completo di accessori,un calice d’argento, un vestito, per un valore totale di 2.500 fiorini: una somma con cui allora una famiglia di quattro persone poteva vivere più di otto anni.

Ma – a parte l’entità della somma puntata- l’atteggiamento e la psicologia di quel contadino non sono diversi da quelli di quei risparmiatori che nel pieno della bolla della “new economy” si gettarono a sottoscrivere l’Ipo di una società che aveva nella sua denominazione la magica parola “net” , ed il titolo andò alle stelle per crollare poi miseramente quando emerse che il nome era di fantasia, e la società fabbricava semplicemente pantaloni.

Né c’è molta differenza tra  le vendite di “tulipani di carta”, cioè di documenti per l’acquisto  di produzioni future di tulipani, ed i “barili di carta” cioè lo scambio di contratti “future” sul petrolio, a fronte dei quali la compravendita di barili veri è piccola cosa.

Nell’analisi sulle radici della crisi del 2008 Franza da un lato ripercorre i tre quinquenni di ininterrotta espansione (a debito…) dell’economia americana, dal 1992 al 2007; dall’altro il tentativo dell’Europa di dotarsi di una moneta comune, alternativa al dollaro, partendo dal Trattato di Maastricht, con regole così stringenti  che al dunque nessun Paese riesce a rispettarle pienamente, e con parametri (il prodotto interno lordo, il disavanzo statale ed il debito pubblico) in cui non v’è nulla di scientifico.

La moderna idolatria del “pil”

Proprio alla moderna idolatria del“pil”, ed alla sua fallacia come indicatore di progresso e di benessere sociale è dedicato un apposito capitolo del libro, che inizia con una citazione tratta da “I limiti della scienza economica” di Paul Ormerod, il quale ricordando la correzione apportata al “pil” italiano nel 1980 ai tempi del governo Craxi scrive. “Di punto in bianco la dimensione dell’economia, il “pil”, aumentò del 20%. L’economia italiana restava esattamente tale e quale a quella del giorno prima. L’unica cosa che era cambiata era la contabilità nazionale…”.

Ma al di là di questo adeguamento contabile alla realtà, le contraddizioni e le incongruenze del “pil”, inteso come indicatore della vitalità economica sono numerosissime, e Franza si diverte ad elencarne alcune. Prima della crisi del 2008, ad esempio, secondo le misurazioni standard il prodotto interno lordo degli Stati Uniti cresceva molto più rapidamente che in Europa. E tanti Soloni ad additare il modello americano, ed a pontificare che l’Europa doveva seguire quel modello, cioè deregolamentare il settore bancario, proseguire sulla via delle liberalizzazioni, delle privatizzazioni, del liberismo globale.

Ma sarebbe bastato prendere in considerazione anche l’indebitamento delle famiglie per rendersi conto che la crescita americana era costruita su fondamenta di sabbia, perché uno dei  suoi motori era l’indebitamento crescente delle famiglie, che alla fine non ha retto, ed a quel punto è stato lo Stato a dover tentare un po’ ovunque di raccogliere i cocci, cosicché al debito delle famiglie si aggiunge ora quello degli Stati, cresciuto in misura insostenibile.

Più si cresce, meglio è?

Ma la contraddizione più  sconcertante deriva da una premessa: il “pil” è un  indice meramente quantitativo, con nessuna valenza qualitativa, al di là dell’assunto che più si cresce, meglio è.

E così, paradossalmente, anche la diffusione del crimine incrementa il “pil”, perché induce a maggiori spese per misure di sicurezza, per  stabilimenti carcerari, per ospedali, funerali ecc. Tutte spese che vengono contabilizzate come aumento del “pil”.

Per contro il “pil” non misura i miglioramenti in fatto di qualità, ma i beni ai prezzi di mercato. Così, ad esempio, se oggi i computer o i telefonini sono tecnologicamente molto più avanzati di dieci anni fa, e costano meno, il “pil” segna una diminuzione, non un aumento. Il prezzo di mercato dei beni poi in molti casi includono anche  imposte indirette (Iva, imposta di fabbricazione, ecc.).  Se il governo decidesse di aumentare quelle imposte, ne risulterebbe anche un aumento del “pil”.

Misurando la produzione di beni e servizi ai prezzi di mercato, il “pil”  non considera dunque i beni che nel mercato non transitano, o quelli che il mercato non registra. Così le prestazioni di una badante figurano nel “pil”, ma l’identico lavoro di una persona di famiglia no.  Registra il lavoro di una domestica regolarmente pagata, ma non quello della casalinga che svolge identico lavoro. Cosicché, come osservava ironicamente un economista, se uno sposa la sua domestica, fa calare il “pil”. Né ovviamente  figurano nel prodotto interno lordo tutte le attività illegali. Che non sono solo il traffico di droga o la prostituzione, ma anche tutta l’economia sommersa, cioè attività legali, ma ignote al Fisco e agli Istituti Previdenziali.

“Ma –osserva Franza- il pericolo non è tanto dalle informazioni incomplete e spesso fuorvianti che il “pil” fornisce, ma viene dall’aver consegnato le politiche economiche dei governi e gli investimenti finanziari in termini di “pil”, pratica che si è andata affermando negli ultimi anni, ed i vincoli di bilancio imposti a Maastricht ne sono uno splendente esempio”.

Un discorso dimenticato

di Robert Kennedy

Franza riporta anche alcuni brani di un famoso discorso pronunciato da Robert Kennedy  nel 1968 all’Università del Kansas: “Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del Paese sulla base del prodotto interno lordo. Il Pil comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle ……cresce con la produzione di napalm missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica….il “pil” non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari……….non tiene conto né della giustizia dei nostri tribunali né dell’equità nei rapporti fra noi….Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.

Forse bisognerebbe mandare una copia di questo vecchio discorso ai membri del direttivo della Banca Centrale Europea e, per conoscenza,  a quelli della Commissione di Bruxelles, i quali sembrano credere che il mondo cominci col “pil”,  finisca col disavanzo, ed altro non esista.

L’abuso della matematica

e dei  modelli econometrici

Ma il problema di una corretta percezione della realtà economica in realtà è ben più vasto, ed investe anche l’uso e l’abuso della matematica, dei modelli econometrici e di quelli che calcolano i possibili rischi.

Nel tentativo di spiegare come sia stato possibile che l’intero mondo finanziario sia andato allegramente verso il crack del 2008 senza percepire il rischio enorme che stava correndo, Allan Greenspan ha dichiarato in una intervista: “Il problema è che i nostri modelli – entrambi i modelli di rischio ed econometrici- così complessi come sono diventati, sono ancora troppo semplici per catturare la serie completa di variabili che regolano la realtà globale del dinamismo economico”.

Insomma: una informazione incompleta, e magari un mercato distorto da interventi pubblici o da  situazioni di monopolio che gli hanno impedito di auto correggere gli errori.

Evidentemente Greenspan non concorda con quello che diceva Keynes, che Franza cita, sull’errore insito in chi pensa di poter applicare  all’economia il metodo della fisica. “E’ come – scriveva Keynes – se la caduta a terra della mela dipendesse dalle motivazioni della mela, se vale la pena di cadere a terra, se la terra volesse la caduta della mela, e dai calcoli errati da parte della mela su quanto distasse dal centro della Terra”.

Galbright, ancora più sarcastico, nella sua  Storia dell’economia racconta che nelle Università americane i professori d’economia avevano una sorta di complesso d’inferiorità  verso coloro che insegnavano scienze esatte. E allora, quasi a dimostrare che anche l’economia era una scienza esatta, cominciarono ad usare anch’essi formule ed equazioni. In pratica: per darsi importanza.

L’insopprimibile diversità

tra scienze della natura

e scienze economico-sociali

Ma forse la spiegazione migliore di questa impossibilità di ridurre compiutamente la realtà economica a fatto indagabile  con gli strumenti della matematica e della fisica   l’ha data, con due parole apparentemente ermetiche il filosofo tedesco Wilhelm Windelband, citato da Franza nel suo libro. Le due parole sono “idiografico” e “nomotetico”, che definiscono la diversità metodologica tra scienze della natura e scienze storiche e sociali. Le prime giungono alla formulazione di leggi generali in grado di descrivere i fenomeni osservati (nomotetico, dal greco nomos= legge vuol dire appunto “che stabilisce delle leggi”); le seonde hanno per oggetto lo studio di eventi particolari ed irripetibili (idiografico, dal greco idios e graphicos, significa “che descrive il particolare”).

“E’ rimasto sempre nell’ombra, osserva Franza, il dibattito sul metodo da applicare alle scienze sociali e soprattutto se ha senso per l’economia seguire un approccio differente da quello generalmente adottato nello studio delle società umane, come la storia o la politica”.

Problema non indifferente. Perché – come sottolinea Franza – l’ipotesi di agenti economici razionali (implicita nelle teorie delle “aspettative razionali” e dei “mercati efficienti”), così come il modello walrasiano dell’equilibrio economico generale competitivo ( che è una delle basi della “ideologia” eonomica neoclassica oggi dominante) presuppongono  una concezione unidimensionale dell’uomo e della vita umana,  riducendo gli obbiettivi della vita a consumismo e materialismo. Dunque, una sorta di riduttivismo, incentrato su una costruzione antropologica dell’uomo quale agente egoista, indifferente a considerazioni etiche e di reciprocità o socialità (salvo che per interesse personale) e solo “strumentalmente” razionale, con comportamenti tutti sostanzialmente identici nelle logiche di scelta e nei processi decisionali.

Ci siamo dilungati un po’ su aspetti apparentemente marginali del libro di Enea Franza, che in realtà è soprattutto  una dettagliata analisi critica della recente crisi globale, con annessa cronistoria dei vari G20, G8 e vertici vari convocati per tentare di superarla, e che hanno prodotto in verità più dichiarazioni verbali che radicali decisioni concrete.

Ma a rendere interessante ed originale il libro di Franza   è proprio questa sua sottesa diversità culturale rispetto ai tanti  testi apparsi sulla crisi globale che stiamo attraversando; una diversità che traspare anche nelle conclusioni.

“Le considerazioni che riguardano il Pil – scrive Franza- coinvolgono il modello di sviluppo che vogliamo per un Paese e riguardano quindi ciò che si considera come progresso che, è proprio il caso di ricordarlo, si intreccia con l’idea del fine ultimo dell’uomo e della civiltà”.

Ed a  suggello di questa sua meritoria fatica, “mi basta, egli dice, insinuare un dubbio: l’economia al servizio della politica, come strumento per operare e raggiungere con i criteri tipici della scienza economica una ottimale gestione delle risorse assegnate, e non più una politica asservita ai potentati economici che del “rispetto” del libero agire delle forze dell’economia ha fatto ideologia”.

Rispetto all’integralismo dell’economia di mercato dominante, che pretende di respingere la politica in un’orbita quanto più possibile lontana, sarebbe un’autentica rivoluzione copernicana.

g.v.

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Autore: Redazione » Articoli 665 | Commenti: 254

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