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Home | ©2011 La Finanza sul Web | Articolo visto 14777 volte 25 giugno 2011

Transaqua: un sogno per l’Africa rimasto nel cassetto

Sono passati quasi 40 anni da quando Bonifica, società del Gruppo Iri, concepì una grandiosa idea progettuale in grado di risolvere i problemi idrici del Sahel e di promuovere lo sviluppo di ben dieci Paesi africani

Di Arnaldo Vitangeli  •  Inserito in: Geopolitica

Sono passati ormai quasi 40 anni da quando, nel 1972, Marcello Vichi, dirigente di Bonifica Spa, società del Gruppo Iri-Italstat, che aveva il compito di individuare grandi progetti di sviluppo agricolo, specialmente all’estero, concepì l’idea di una grandiosa infrastruttura in grado di risolvere i problemi idrici del Sahel in via di desertificazione, e di  consentire un intenso sviluppo di parte del continente africano, e più precisamente di ampie zone di Ciad, Nigeria, Camerun, Niger e Congo.

“Transaqua”- questo il nome dato all’ambizioso progetto- prevede la deviazione di parte delle acque del fiume Congo, il secondo bacino idrico del nostro pianeta, inferiore solo al Rio delle Amazzoni, attraverso un canale artificiale che dovrebbe portare una parte dell’enorme flusso idrico del Congo nel lago Ciad, la cui superficie già quarant’ anni or sono evidenziava una lenta ma inarrestabile diminuzione.

Oggi si stima che il lago si sia ridotto ad un quinto della sua superficie originaria, facendo prevedere il rischio incombente di un  progressivo prosciugamento, con conseguenze drammatiche per milioni di persone, che traevano il loro unico sostentamento dall’agricoltura, dalla pastorizia, dalla pesca, costrette a migrare verso terre più fertili, o spinte ad abbandonare l’Africa sub sahariana per cercare in Europa possibilità di lavoro e di vita.

 

Nel segno di un

umanesimo del lavoro

 

Ma vediamo i particolari di questo disegno prometeico, concepito  in un’Italia ancora insensatamente imbevuta di grandi ideali umanistici, e nell’ambito di quell’Iri poi sconsideratamente  sacrificato sull’altare della nuova cultura anglosassone delle privatizzazioni e della pura logica di mercato, spesso distorta da un’ottica di breve periodo e dall’ansia di profitti immediati.

L’idea era quella di trasferire  100 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno dal bacino del Congo a quello del Ciad, superando  lo spartiacque montano che li separa.  Una massa d’acqua enorme, in grado di rendere irrigui cinque o sei milioni di ettari nel Sahel arso ed in via di desertificazione, ma appena il 5% della gigantesca portata del fiume Congo, che riversa in Atlantico ogni anno quasi duemila miliardi di metri cubi d’acqua.

Ma non si trattava solo di ridare nuova vita all’agonizzante lago. Il canale artificiale, largo cento metri e profondo 25  avrebbe dovuto costituire una grande “via d’acqua” navigabile, collegando aree e Paesi ora separati o isolati, costituendo così una poderosa infrastruttura per traffici e commerci, e quindi un grande polo di sviluppo economico incentrato su una rete di trasporti fluviali e stradali che coinvolgeva ben dieci Paesi africani.

Le indagini preliminari, condotte dai tecnici di Bonifica-Italstat nei primi anni settanta, fecero emergere come lo spartiacque che separa il bacino del Congo e il lago Ciad avrebbe potuto essere superato senza dover ricorrere a complessi e costosi sistemi di pompaggio.  Il canale infatti  poteva  valicare lo spartiacque ad un’altezza di 600 metri, nella Repubblica Centroafricana, ricevere l’acqua di affluenti minori del bacino del Congo, e discendere quindi da 600 a 300 metri di altitudine  fino al letto del fiume Chari, che si riversa nel lago Ciad.

 

Un grande porto fluviale

ed energia idroelettrica

 

Alla fine del Canale era prevista una diga ed un grande porto fluviale per container, cioè una grande area di scambio polifunzionale, collegata alla grande strada transafricana che unisce  i porti di Lagos e Mombasa, cioè  la riva atlantica dell’Africa a quella sull’Oceano indiano.

Non basta: la diga ed i dislivelli d’acqua dallo spartiacque al Ciad avrebbero potuto essere sfruttati per produrre  un’enorme quantità di energia elettrica. Si stimava possibile una produzione di 30-35 miliardi di Kwh, cioè una quantità pari a tre quarti dell’intera energia idroelettrica prodotta in Italia.  L’elettricità disponibile sarebbe stata così per migliaia di villaggi africani il primo passo indispensabile verso la civiltà moderna e verso migliori condizioni di vita.

Anni dopo, cioè nel 2001, il progetto “Transacqua” ebbe una sorta di appendice col progetto “Interafrica”, nato anch’esso da un’idea di Marcello Vichi. In Libia Gheddafi aveva già iniziato  la sua forse più gigantesca “opera del regime”, cioè il più grande acquedotto della terra: una sorta di grande fiume artificiale, che pompa giornalmente seimila metri cubi di acqua  da un lago sotterrano nel deserto del Sahara, ed attraverso quattromila chilometri di tubazioni la distribuisce alle città sulle coste della Libia, sia per usi civili che irrigui.

Ma le riserve d’acqua che alimentano questo “grande fiume” artificiale sono d’origine fossile, e tra alcuni decenni si esauriranno. L’abbassamento della falda, attingendo ad essa in misura così massiccia, potrebbe inoltre causare uno scadimento della qualità dell’acqua.

 

Rendere perenne

il grande fiume sotterraneo

 

Il progetto “Interafrica” intendeva perciò rendere perenne il “grande fiume” alimentando il lago sotterraneo  con un costante apporto di nuova acqua proveniente dal lago Ciad, a sua volta costantemente “ricaricato” con l’acqua  del fiume Congo portata dal grande canale artificiale.  La viabilità libica nord- sud a sbocco mediterraneo(N’Djamena- Tripoli) si sarebbe a sua volta inserita  alla direttrice est-ovest interafricana collegante Lagos a Mombasa.

Naturalmente sia “Transaqua” che “Interafrica” erano poco più di idee progettuali. Occorreva poi tutta un serie di ulteriori indagini per giungere ad un vero e proprio progetto di fattibilità. Ed anche per queste verifiche preliminari occorrevano mezzi non indifferenti, che non potevano certo giungere dai Paesi africani, ma solo da un Consorzio internazionale dell’Occidente.

Ma che esiti concreti ha avuto questa grandiosa idea progettuale, potenzialmente capace di cambiare il volto economico e sociale di larga parte dell’Africa?

Nel 1982 un abbozzo del progetto “Transacqua”, corredato da mappe e disegni, fu stampato da Bonifica-Italstat e distribuito a tutti i Paesi africani interessati, alle autorità italiane, agli Organismi internazionali.

Due anni dopo un secondo documento “Transacqua- Zaire”, sempre curato da Bonifica, focalizzava l’attenzione su quel Paese, suscitando piena adesione da parte dell’allora presidente Mobutu.

Bukar  Shaib, presidente nigeriano del Comitato per il salvataggio del lago Ciad dichiarò che il progetto italiano di Bonifica era l’unico che avrebbe potuto salvare il lago Ciad ed il territorio circostante, che milioni di persone stavano già abbandonando.

Sembrò che qualcosa di concreto stesse per mettersi in moto allorché la Nippon Koei, una delle maggiori Consulting engeenering giapponesi, già con significative presenze in Africa, manifestò interesse per il progetto Transacqua. Vi fu uno scambio di vedute con Bonifica-Italstat; si pensò ad una iniziativa congiunta italo-giapponese, ma l’dea si arenò sulle secche dei necessari accordi finanziari preliminari.

 

L’ultimo tentativo

di rilanciare il progetto

 

L’ultimo tentativo di rilanciare il progetto fu fatto direttamente all’Iri, che lo presentò su un numero speciale di Iritecna-Magazine alla seconda Conferenza Mondiale sull’Ambiente, tenutasi nel 1992 a Rio de Janeiro. Grande fu l’interesse da parte dei tecnici, ma dai politici vennero solo parole e parole.

Da allora, appena qualche citazione. Una interpellanza nel 1997 dell’on. Publio Fiori, già ministro dei trasporti, che invitava il governo italiano a  dar corso al progetto. L’anno precedente un articolo, dell’allora presidente del Movisol, Paolo Raimondi (oggi tra i collaboratori de “la FINANZA”).

Qualche anno prima, alla Conferenza “La pace attraverso lo sviluppo”, tenutasi nel 2001 a Khartum, Uwe Friesecke aveva osservato: “Se l’Occidente avesse voluto seguire una strategia responsabile per la pace e lo sviluppo, avrebbe incoraggiato i leaders africani a cercare soluzioni in questa direzione. Invece “Transacqua” è rimasto nel cassetto ed i protagonisti della geopolitica in Africa hanno fomentato guerre”.

Oggi, dieci anni dopo, quella considerazione è ancor più drammaticamente attuale.

Quasi quarant’anni or sono, sulla prima pagina del progetto “Transacqua” Bonifica aveva scritto: “Hoc ab homine exigitur: ut prosit hominibus” (questo si chiede all’uomo: che sia di aiuto agli uomini). Una frase di Seneca, che poteva esser valida per tutte le religioni. Ma  quel latino oggi  sembra non lo capisca più nessuno.

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Autore: Arnaldo Vitangeli » Articoli 122 | Commenti: 159

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