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Home | ©2011 La Finanza sul Web | Articolo visto 11061 volte 26 giugno 2011

Tornare alla crescita (ma con quali risorse?)

Le ultime “considerazioni finali” del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi

Di Redazione  •  Inserito in: Economia, Economia Internazionale, Economia Italiana, lettere alla redazione

di Giorgio Vitangeli

Secondo il pronostico unanime Mario Draghi a fine giugno sarà nominato dal Consiglio europeo presidente della Banca Centrale Europea, e dal primo novembre assumerà formalmente la carica. Chi però si aspettava, un po’ ingenuamente, che nelle sue “considerazioni finali” – le ultime in qualità di governatore della Banca d’Italia – Mario Draghi lasciasse intendere anche quale sarà la sua linea programmatica a Francoforte, deve essere rimasto un po’ deluso.

Sarà per scaramanzia (anche chi entra in Conclave papa, spesso ne esce ancora cardinale..), sarà per opportuna sensibilità politica (non aver l’aria di parlare “ex cathedra” se la cattedra ancora non c’è), fatto è che alla Banca Centrale  Europea ed alla sua politica monetaria Draghi ha dedicato neppure una paginetta delle quasi venti pagine della sua Relazione. E di quella paginetta solo cinque righe sono quelle che contano. “La BCE – ha ricordato Draghi- ha il compito di assicurare la stabilità dei prezzi nel medio periodo; la stabilità monetaria è il suo fondamentale contributo alla crescita. Le future decisioni di politica monetaria saranno sempre guidate da questo obbiettivo primario. Né la presenza di rischi sovrani, né la dipendenza patologica di alcune banche dal finanziamento della BCE  possono far deflettere da questo obbiettivo”.

La Germania può stare dunque  tranquilla: nella politica monetaria della Banca Centrale Europea con Draghi al vertice non cambierà nulla; la“stella polare” resta la stabilità dei prezzi, ed è questo obbiettivo primario il contributo della BCE alla crescita.

 

Ma in Italia è un’altra cosa

 

Un po’ paradossalmente per quanto riguarda invece l’Italia gran parte delle considerazioni finali di Draghi sono state dedicate alla necessità di una crescita dell’economia.

Non che non abbia ragione. Noi stessi quasi un anno fa ricordavamo su “la FINANZA” come il grande pittore Raffaello fosse morto per gli eccessivi salassi impostigli da un medico  inflessibile, e che di troppi salassi monetari l’economia può morire.

Ma stabilire  se c’è spazio per una politica orientata alla crescita, e soprattutto indicarne le linee e le modalità spetta per la verità al governo, e più in particolare al ministro dell’economia. Perché se la BCE ha il compito primario di difendere la stabilità dei prezzi nell’area dell’euro, il ministro dell’economia Tremonti ha quello di mantenere la sostenibilità del debito pubblico italiano e la fiducia degli investitori, non concedendo alcun alibi e spazio alla speculazione.

Draghi ha motivato già dall’inizio delle “Considerazioni finali le sue “invasioni di campo” osservando che la Banca d’Italia ha anche un ruolo di “consigliere autonomo, fidato, del Parlamento, del Governo, dell’opinione pubblica”.

Materia delicata. Tanto più che il ministro dell’economia è fermamente convinto di non aver bisogno di consigli: sa sbagliare anche da solo.

I “consigli” di Draghi, oltretutto, sono giunti nel momento peggiore per il ministro Tremonti. Dopo la “sberla” presa dal governo alle elezioni amministrative, con Milano, Napoli ed altre grandi città conquistate dalla sinistra, non sono pochi nella  maggioranza ad attribuire  buona parte della responsabilità della sconfitta al ministro dell’economia, per la sua inflessibile resistenza ad una politica di spesa più generosa e ad una qualche riduzione delle tasse. Misure popolari che probabilmente avrebbero accresciuto i consensi degli elettori, ma non quelli degli investitori internazionali; che avrebbero forse dato una spinta alla crescita, ma anche al disavanzo pubblico.

Ora i molti nemici di Tremonti in seno alla sua stessa maggioranza hanno l’alibi fornito da Draghi: “Bisogna puntare sulla crescita: lo afferma anche il governatore della Banca d’Italia”.

Dicono che il ministro dell’economia sia furibondo, tanto più che i suoi rapporti con la Banca d’Italia non sono mai stati idilliaci, già da prima del governatorato di Draghi, ed anche perché lo stesso Berlusconi si è lasciato sfuggire che “non è Tremonti che decide: lui propone”. Salvo poi poche ore dopo emettere un comunicato in cui riafferma la sua piena fiducia nel ministro dell’economia, ribadita poi alcuni giorni dopo. Ma al di là delle dichiarazioni formali è evidente che i rapporti tra il presidente del Consiglio ed il suo ministro dell’economia se non proprio “gelidi”, come scrivono alcuni giornali, sono alquanto problematici. Berlusconi per riconquistare consensi elettorali  ha bisogno di qualche misura popolare di spesa; Tremonti è determinato a non allargare il disavanzo pubblico. Per non parlare poi del dubbio che a tratti sembra infastidire il Presidente del Consiglio e che qualcuno tenta di alimentare: che cioè Tremonti possa anche rappresentare una soluzione alternativa in una eventuale crisi di governo.

 

La crescita secondo Draghi

 

E’ in questo scenario complesso che è intervenuto il governatore della Banca d’Italia, col suo invito a “tornare alla crescita”.

Sì, ma in che modo, e con quali risorse, se il governo è impegnato a raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2014, ed è intenzionato ad anticipare a questo mese di giugno la definizione della manovra correttiva per il 2013-2014?

In un breve esame dell’economia italiana, a premessa di alcuni suoi “consigli”, Draghi alterna riconoscimenti e rilievi, in una sorta di doccia scozzese, più bastone che carota.

Eccone una sintesi. Primo riconoscimento: il disavanzo pubblico quest’anno in Italia è prossimo al 4% del “pil”, inferiore a quello medio nell’area dell’euro, e secondo le previsioni scenderà al disotto del 3%  l’anno prossimo. Ma anche ricorda subito che il debito pubblico italiano è vicino al 120% del prodotto.

Altro punto a favore dell’Italia (e del governo…): grazie ad una prudente gestione della spesa durante la crisi, ma grazie anche  alle riforme previdenziali avviate a metà degli anni novanta e ad un sistema bancario che non ha avuto bisogno di salvataggi pubblici, lo sforzo di riequilibrio che è richiesto all’Italia è minore che in altri Paesi. Una parte del merito spetta dunque al ministro Tremonti, come ha sottolineato poi lo stesso Berlusconi.

Ma bisognerà anche – sottolinea Draghi -entro il triennio 2012-2014 ridurre di oltre il 5% la spesa primaria corrente, senza sacrificare la spesa in conto capitale e senza aumentare le entrate.

Ed ecco il primo consiglio del governatore della Banca d’Italia: per ridurre la spesa corrente non bisogna procedere a tagli uniformi di tutte le voci, perché un simile metodo impedirebbe di destinare le risorse là ove sono più necessarie, soffocherebbe la ripresa già debole e sottrarrebbe in tre anni due punti di crescita al “pil”.Occorre invece  tornare al metodo che fu di Padoa-Schioppa, cioè un’articolazione della manovra basata su un esame approfondito, voce per voce, del bilancio degli enti pubblici, commisurando gli stanziamenti agli obbiettivi di oggi, più che alla spesa del passato, ed impiegando i risparmi ottenuti in investimenti nelle infrastrutture.

Un implicito appunto dunque alla linea semplicistica del governo, cui segue subito un riconoscimento: apprezzabili i recuperi di evasione fiscale che l’Amministrazione  ha ottenuto recentemente. Anche perché vanno ridotte le tasse sui redditi dei lavoratori e delle imprese, compensando il minor gettito proprio con nuovi recuperi di evasione fiscale.

 

 

Sette  suggerimenti per un ritorno alla crescita

 

Per quanto riguarda più specificatamente gli stimoli alla crescita, Draghi parte da alcune constatazioni negative. Egli postula, con qualche ottimismo, che dall’estate di due anni fa nell’economia mondiale si sia avviata la ripresa. Da allora però l’Italia ha recuperato solo 2 dei 7 punti percentuali di prodotto persi durante la crisi globale. Allungando poi lo sguardo al passato decennio, sottolinea come in quell’arco di tempo il “pil” sia aumentato in Italia solo del 3%, contro il 12% della Francia, Paese a noi simile per popolazione. Un divario che riflette quello della produttività oraria, da noi rimasta ferma, ed in Francia aumentata del 9%.

Il ristagno della produttività – egli ricorda -causa tutta una serie di effetti negativi: l’economia non può crescere, perde competitività, gli investimenti diretti diminuiscono; le retribuzioni a loro volta non possono crescere più della produttività, conseguentemente i consumi delle famiglie non aumentano e la crescita economica ne soffre.

Ma perché la produttività in Italia non cresce?  La prima risposta di Draghi è quasi di carattere ideologico: perché il nostro sistema – egli sentenzia-  non si è ancora adattato bene alle nuove tecnologie ed alla globalizzazione.

Dopo questo rituale atto di fede nella globalizzazione e nelle sue virtù salvifiche, Draghi è passato ad altre due critiche di carattere generale, ricorrenti da decenni in Italia nel dibattito politiche ed economico.

La prima è  l’eccessivo familismo della nostra struttura produttiva, fatta principalmente di piccole e medie imprese poco o nulla propense ad aprirsi a capitali esterni, ad affidare la gestione  a manager moderni, poco aperte alla ricerca ed alla globalizzazione, ed affette quasi da una “sindrome di Peter Pann”, cioè  riluttanti a crescere. Una critica che ha indubbiamente qualche fondamento, ma che in larga parte sta diventando anche una sorta di luogo comune, che trascura i vantaggi di flessibilità che la piccola impresa comporta, le possibilità di un controllo gestionale più rapido, e le indubbie capacità di innovazione e di penetrazione su nuovi mercati che molte piccole e medie imprese hanno dimostrato e continuano a dimostrare..

La seconda critica del governatore  Draghi, a spiegazione della scarsa capacità di crescita dell’Italia, è rivolta alle politiche pubbliche che non incoraggiano, e spesso ostacolano, l’evoluzione economica.

Indubbiamente vero, ma quello dei “lacci e laccioli” che ostacolano l’impresa è  una sorta di “tormentone” che dura dai tempi del governatore  Carli, cioè  da quasi quarant’anni, ed è divenuto in questi anni una sorta di ritornello nelle critiche degli ambienti economici ai governi, ed uno degli argomenti a sostegno della tesi che lo Stato più è “minimo”, meglio è.

Il fatto nuovo è che Draghi, con una disinvolta invasione nel campo della politica, ha suggerito anche al governo otto linee d’azione. E nessun arbitro ha fischiato il “fuori gioco”.

La prima linea d’azione che il governatore della Banca d’Italia suggerisce è volta ad una maggiore efficienza della giustizia civile. I tempi biblici dei processi in Italia (1000 giorni di media per una sentenza di primo grado), egli ricorda, creano incertezze nel settore economico, e si tradurrebbero nella perdita di un punto annuo di prodotto lordo.

Seconda misura: proseguire nella riforma dell’istruzione, perché i livelli di apprendimento in Italia sarebbero tra i più bassi del mondo occidentale. Secondo Draghi, che trasferisce opinabilmente alla scuola concetti dell’impresa, è desiderabile una maggiore concorrenza tra le Università, che porti a poli di eccellenza.

Terza misura: introdurre la concorrenza anche nel settore dei servizi, specie quelli di pubblica utilità. Ma come introdurre il “toccasana” della concorrenza in servizi che spesso sono monopoli naturali, non è del tutto chiaro, a parte il fatto che è opinabile che alcuni di essi possano essere considerati beni di mercato.

Quarto suggerimento: potenziare le infrastrutture, recuperando anzitutto efficienza nella spesa (troppo spesso le opere pubbliche da noi costano di più che altrove e vengono realizzate in tempi più lunghi).

Quinto: i contratti di lavoro a tempo determinato e parziale hanno contribuito, secondo Draghi, ad aumentare il tasso d’occupazione, ma hanno creato un dualismo tra lavoratori a tempo indeterminato e precari. Occorre riequilibrare la flessibilità, oggi incentrata solo sulle modalità d’ingresso al lavoro.

Sesta misura: rafforzare la contrattazione aziendale e dare regole certe alla rappresentanza sindacale, cosicché i lavoratori possano assumere impegni nei confronti dell’azienda.

Settimo: aumentare la partecipazione femminile al mercato del lavoro: oggi in Italia il 60% dei laureati sono donne, ma l’occupazione femminile è ferma al 46% della popolazione.

I nodi problematici elencati da Draghi sono fuori discussione; non  sono invece fuori discussione alcune delle terapie proposte.

Ma non è questo il punto. Il punto è che non v’è misura, non v’è decisione politica che non abbia oggi riflessi e ripercussioni sull’economia. Ma allora quali sono i  confini entro cui il governatore della Banca d’Italia può esprimere pubblicamente e di sua iniziativa l’ attività di “consigliere” del Governo, del Parlamento, e persino della opinione pubblica?

Con antica saggezza contadina dicono dalle mie parti che “a parlà nun è fadiga”. Fare, e governare, è tutta un’altra cosa.

 

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Autore: Redazione » Articoli 667 | Commenti: 159

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