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Home | ©2011 La Finanza sul Web | Articolo visto 17977 volte 20 ottobre 2011

Terre rare: un’arma sempre più strategica nelle mani della Cina

Di Redazione  •  Inserito in: Asia, Economia Internazionale, Planisfero

 

di Pierluigi Orati 

L’ultima mossa di Pechino è stata ai primi di ottobre l’istituzione di una tassa sulla produzione delle terre  rare: le aziende minerarie dovranno versare tra il 5 ed il 10% dei loro profitti al fisco. Lo scorso anno i dazi  erano stati aumentati del 25% e le esportazioni ridotte di circa il 40%, con punte sino al 72% negli ultimi  mesi. Malgrado i ricorsi al WTO presentati da Europa e Stati Uniti, le restrizioni delle esportazioni di materie  prime strategiche da parte della Cina sembrano destinata a durare. E’ cominciata con la bauxite ed il  magnesio, riservati a condizioni vantaggiose alla crescente domanda delle imprese nazionali; prosegue ora  con le terre rare, ed a questo punto la questione diventa estremamente delicata, perché da un lato le  cosiddette “terre rare” sono indispensabili alle industrie occidentali ed al complesso industrial-militare per  una lunga serie di prodotti di alta tecnologia; dall’altra la Cina di quei minerali ha oggi il monopolio mondiale, controllando il 97% dell’offerta.

“Se il Medio Oriente ha il petrolio,la Cina ha le terre rare”, osservava già trent’anni or sono il primo  ministro cinese Den Xiaoping. Allora, forse, il paragone poteva sembrare eccessivo. Ma oggi, quasi  all’improvviso, Europa, Stati Uniti e Giappone si accorgono di essere estremamente vulnerabili. La Cina ha  in mano un’arma strategica forse ancor più potente di quella dei Paesi del Medio Oriente produttori di petrolio. Senza i minerali contenuti nelle terre rare cinesi, infatti, alcune delle maggiori multinazionali –  dalla Philips alla Siemens, da Toyota a Nokia, da Apple a Sony- dovrebbero interrompere la produzione.
Peggio ancora: le forze armate degli Stati Uniti si troverebbero prive di elementi essenziali per la fabbricazione dei motori aerei più avanzati, dei missili “intelligenti”, dei radar più sofisticati ed efficaci, dei visori notturni, e di altri prodotti indispensabili ad una guerra moderna.

 

Insomma: sulle terre rare si sta giocando una dura lotta strategica, ma la Cina ha il coltello dalla parte del  manico. Un rapporto dell’aprile 2010 del GAO (Government Accountability Office) dell’Amministrazione  degli Stati Uniti, notava amaramente che “i rapporti di forza sono tutti a favore della Cina”.  Uno scenario complesso Lo scenario, in realtà, è alquanto complesso. Le cosiddette “terre rare” contengono diciassette minerali da  cui dipende la fabbricazione di gran parte dei prodotti della moderna elettronica: dagli I-Phone agli schermi  televisivi ai monitor dei PC, dai led ai pannelli solari a film sottile, dai telefoni cellulari ai sistemi di  navigazione,ed inoltre laser, fibre ottiche, superconduttori, magneti in grado di funzionare anche ad altissime temperature, turbine eoliche, lampade fluorescenti, benzina ad alto numero di ottani, batterie ricaricabili per auto elettriche ed ibride, e così via.

La riduzione delle esportazioni della Cina, pressoché unica fornitrice ormai del mercato internazionale, come primo risultato ha fatto salire alle stelle i prezzi dei minerali contenuti nelle terre rare. Dal 2007 ad oggi il prezzo del neodimio è quintuplicato; nel 2010 quello di alcuni minerali contenuti nelle terre rare è decuplicato. Il disprosio, usato nella fabbricazione degli hard disk dei computer, otto anni fa costava 15 dollari al chilo; ora nel costa 467; il prezzo del cerio l’estate scorsa è aumentato del 450%. A gennaio di quest’anno, benché l’export di terre rare si sia ridotto del 29% rispetto a gennaio 2010, le entrate cinesi sono aumentate del 376%.

La domanda di terre rare d’altronde continua a salire. Secondo alcune stime entro i prossimi quattro anni essa salirà del 50% rispetto al 2010; nel mondo cioè nel 2015 si consumeranno 185.000 tonnellate di terre  rare e prima che entrino in produzione altre miniere esterne alla Cina, si teme che la domanda superi  l’offerta. Quest’anno la Cina aveva fissato una produzione massima di 93.800 tonnellate, ed un tetto all’esportazione pari a 30.184 tonnellate. Per il 2011 l’export ufficiale è stato tagliato di un ulteriore 11,4%.
C’è da dire peraltro che i tetti d’estrazione e di esportazione ufficiali in passato sono stati regolarmente  “sforati” di almeno il 40-50%. Nel 2010 il limite massimo ufficiale d’estrazione era di 89.200 tonnellate: si  stima ne siano state estratte quasi 119.000, e l’eccedenza di ben 30.000 tonnellate rispetto al “tetto”  stabilito dal governo è stata interamente esportata.

Il fatto è che accanto alle miniere “ufficiali”  controllate, operano in Cina, particolarmente nel sud del Paese, numerosissime piccole miniere clandestine, gestite dalla locale criminalità organizzata, attratta dai prezzi crescenti dei minerali sul mercato internazionale. Miniere, naturalmente, sfruttate senza alcun rispetto né per gli operai che vi lavorano né per l’ambiente. Secondo l’Agenzia cinese Xinhua il  contrabbando rappresenta quasi un terzo dell’export. Le autorità di Pechino hanno annunciato un deciso  “giro di vite” contro l’estrazione illegale di terre rare, ed anche criteri più restrittivi nelle tecniche di  estrazione e di raffinazione, per una maggior tutela ambientale. Le miniere che non si adeguano verranno  chiuse, o incorporate in aziende più grandi. E in applicazione di questi nuovi criteri hanno ordinato la  chiusura di tre grandi impianti presso Ganzhou,nella provincia dello Jangxi. A Guangdong sono stati
arrestati un centinaio di proprietari e direttori di raffinerie illegali.

“Il settore – ha dichiarato il premier cinese Wen Jibao- è stato danneggiato da estrazioni illegali ed esportazioni caotiche”, aggiungendo – in risposta anche al WTO che lo scorso luglio aveva invitato Pechino  ad aumentare le quote di esportazione – che la Cina definirà quote ragionevoli di estrazione e di esportazione.

Un disastro ambientale

La necessità di una maggior tutela ambientale addotta da Pechino per giustificare minori quote di estrazione e di esportazione delle terre rare per la verità non è infondata. Per rendersene conto basta leggere quanto ha scritto lo scorso 15 marzo Asia News, la Rivista on-line del PIME, cioè del Pontificio Istituto Missioni Estere, in un “reportage” da Baotou, la città della Mongolia nei cui pressi si trova la più grande miniera di terre rare della Cina, da cui proviene l’80% della sua produzione. “Una distesa di polvere nera dove una volta c’erano campi di grano e granturco. Un lago inquinante di rifiuti liquidi bruni ampio 10 Km. che rischia di avvelenare il Fiume Giallo. Diffusa radioattività e la gente che si ammala di cancro e muore”.

E ancora: “Nelle strade vengono vendute ai passanti mascherine per 2 yuan. A pochi chilometri da Baotou  vengono scavate ogni anno sette milioni di tonnellate di terre rare. Decine di fabbriche le raffinano con  acidi ed altri prodotti chimici, e scaricano i residui della lavorazione 24 ore su 24 nel lago locale. Dieci km.  più a Sud scorre Il Fiume Giallo, fonte d’acqua per 150 milioni di persone. Tutta la zona è contaminata con  torio radioattivo e con altre sostanze tossiche. Nei pressi della miniera sorgono cinque villaggi: i villaggi del
cancro; la gente perde i denti a 35-40 anni”.

C’è da aggiungere peraltro che, sia pure in ritardo, la Cina ha emanato una nuova legge, che è entrata in  vigore il 1 ottobre, “per promuovere lo sviluppo sostenibile e salubre del settore”. Le miniere hanno tempo  fino al 2014 per adeguarsi alle nuove norme.

 

L’uso di fatto
di un’arma strategica

Se le motivazioni dichiarate dalla Cina per giustificare un maggior controllo nella produzione di terre rare,  ed un’ inevitabile contrazione nell’estrazione e nell’esportazione, sono plausibili, è il contesto e sono i  motivi sottesi che preoccupano Stati Uniti ed Europa.
La Cina, compresa Taiwan che essa considera una sua provincia, è oggi il maggiore produttore e  assemblatore mondiale di microchip, di computer e di hardware di rete. La sua dichiarata aspirazione è di attrarre nel Paese le industrie ad alta tecnologia che utilizzano le terre rare, in luogo di esportare queste ultime per le industrie all’estero. Ma il sospetto dei governi occidentali è che voglia anche, in tal modo, impadronirsi delle tecnologie più avanzate, potenziando la propria presenza in questi settori, e spingere  comunque i Paesi dell’Occidente ad acquistare già dal prossimo anno più prodotti elettronici “made in China”.

Ma anche senza voler fare il processo alle intenzioni, che la Cina fosse intenzionata ad usare le terre rare come arma strategica appare evidente già dalle citate dichiarazioni di trent’anni fa del primo ministro Den Xiaoping. Sta di fatto che in un primo tempo la Cina ha fortemente potenziato la sua produzione, venduta sul mercato mondiale a prezzi molto bassi. Ciò ha reso antieconomica l produzione in quasi tutti gli altri Paesi, a cominciare dagli Stati Uniti, che nel 2002 hanno finito col chiudere (anche per le proteste dei movimenti ecologisti) una grande miniera che avevano a Mountain Pass, in California, e che li rendeva autosufficienti. Fino agli anni ’80 del secolo scorso essi producevano infatti 20 mila tonnellate di terre rare, e la domanda mondiale era solo di 30 mila tonnellate. Dalla metà degli anni ’80 la produzione cinese, grazie a forti finanziamenti statali, manodopera a bassissimo costo, norme ambientali pressoché inesistenti, ha sbaragliato la concorrenza. Conquistato gradualmente il 97% del mercato mondiale, Pechino ora ha tirato la rete, riducendo produzione ed esportazione. Le inevitabili conseguenze sui prezzi, saliti vertiginosamente, a ben vedere sono la meno importante delle conseguenze. La più grave, la fondamentale, è che il mondo intero ora dipende dalla Cina per tutta una serie lunghissima di produzioni ad alta tecnologia.

 

Eppure le terre rare
non sono rare

Per la verità le cosiddette “terre rare” non sarebbero affatto rare: il più raro dei minerali contenuti in  queste terre è duecento volte più abbondante dell’oro. La Cina copre oggi il 97% della produzione mondiale, ma ha solo il 36% delle riserve globali sinora accertate. Nei territori dell’ex Unione Sovietica le riserve accertate sono il 18% del totale mondiale; negli Stati Uniti il 12%. E nuovi giacimenti continuano ad essere scoperti, sulla spinta dei prezzi alti e della rarità dell’offerta, per cui i numeri sono in continua evoluzione.

Nuovi giacimenti sono stati individuati oltreché in Russia in Canada, in Australia, in Africa, in Sud America. Lo scorso luglio il Giappone ha scoperto che il terriccio che costituisce il fondale dell’Oceano Pacifico contiene enormi quantità di terre rare. Un chilometro di superficie basterebbe per il fabbisogno mondiale di un anno. Il problema è che questi depositi si trovano a cinquemila metri di profondità: il loro sfruttamento non solo è problematico, ma sarebbe antieconomico.

Negli Stati Uniti, secondo un rapporto dell’U.S.Geological Survey vi sarebbero un miliardo e mezzo di tonnellate di terre rare. Ma di quanti di questi giacimenti è possibile ed economico lo sfruttamento? Il costo d’estrazione e di raffinazione rappresenta uno dei vincoli più stringenti all’attivazione delle miniere: se la concentrazione di metalli è troppo bassa, la messa in produzione non è conveniente.
Forse ancor più limitanti sono i vincoli ecologici. Le terre rare infatti sono spesso unite a sostanze radioattive, in particolare al torio. In tutto l’Occidente la tutela sanitaria dei minatori richiede tecnologie complesse ed investimenti elevati. La salvaguardia ambientale, per impedire che le miniere e la raffinazione dei minerali con acque di scolo acide e radioattive inquinino le aree e le acque circostanti, è altrettanto complessa ed ancor più onerosa.

La corsa ai ripari
di Europa, Usa e Giappone

Secondo alcune stime d’altronde la domanda globale di minerali contenuti nelle terre rare, è destinata inevitabilmente ad aumentare nei prossimi anni, di almeno l’8% all’anno. Né dal punto di vista economico  né soprattutto da quello strategico Europa, Stati Uniti e Giappone possono continuare a dipendere totalmente dalla Cina per queste materie prime divenute essenziali, e la cui domanda rischia di superare rapidamente l’offerta.

Sia Washington che Bruxelles che Tokyo stanno cercando affannosamente di correre ai ripari, con differenti misure. L’Europa ha redatto una lista di 14 metalli rari essenziali, ed ha cominciato a costituire scorte, come ha dichiarato a Bruxelles il portavoce del commissario all’industria. “Cerchiamo di ridurre- ha detto inoltre- la nostra dipendenza dalla Cina, rafforzando i rapporti con fornitori russi, sudamericani ed africani”.Moly Corp Silmet, la più grande società raffinatrice d ’Europa (a capital finlandese ed americano) è stata già contattata dalla Commissione Europea per consulenza; secondo il suo ceo David O’Brock le scorte europee di carbonato misto di terre rare dovrebbero salire ad almeno tremila tonnellate (pari alla capacità produttiva annuale di Moly Corp.) per dare un qualche margine di sicurezza in caso di crisi dell’offerta. Anche gli Stati Uniti hanno individuato i metalli rari strategicamente indispensabili per le loro industrie, e pensano ad un riserva strategica per le necessità delle Forze Armate. Alla fine dello scorso anno il Dipartimento dell’Energia ha elencato i cinque metalli rari più importanti per la produzione di energia pulita. Per il Pentagono invece i metalli rari più importanti sono, ovviamente, quelli indispensabili per i motori aerei e per i missili.

Nell’immediato la scelta americana per riconquistare almeno in parte l’autoswufficienza, è quella di riaprire  la miniera californiana di Mountain Pass chiusa nel 2002, utilizzando tecniche più moderne e più ecocompatibili. In partnership con la giapponese Hitachi Metal ,Molly Corp dovrebbe arrivare a produrre 20 mila tonnellate di terre rare all’anno, da riservare ai mercati statunitense, europeo e giapponese. Ma secondo alcuni esperti occorreranno una quindicina d’anni almeno prima che gli Stati Uniti possano rilanciare le proprie miniere ed affrancarsi dalla dipendenza dalla Cina. Quanto al Giappone, la sua strategia è più articolata. Da un lato accordi bilaterali con la Mongolia: Tokyo fornirà tecnologia avanzata per l’estrazione delle terre rare in cambio della precedenza nelle forniture.

Una seconda linea strategica è quella del risparmio, che si basa a sua volta sul riciclo dei minerali rari e  sulla loro sostituzione con altri prodotti. Un riciclaggio completo degli elettrodomestici dovrebbe arrivare a fornire entro un pio d’anni sino al 10% del fabbisogno giapponese di metalli rari. Le grandi fabbriche automobilistiche giapponesi, a cominciare dalla Toyota, hanno ridotto l’uso di metalli
rari nelle auto elettriche e ibride (la Prius Toyota ne utilizzava ben 25 chilogrammi), sostituendo i magneti fissi con una tecnologia diversa. Analogamente negli Stati Uniti si è comportata la General Motors.Così pure è stato ridotto l’uso di terre rare negli impianti eolici.

Da segnalare infine il viaggio della cancelliera tedesca Angela Merkel a Ulan Bator, il 13 ottobre scorso, per  definire un accordo volto ad aprire ad aziende tedesche lo sfruttamento dei giacimenti mongoli di terre  rare. Il segnale è chiaro: in attesa di una politica comune europea, la Germania si premunisce e fa da sé. C’è da segnalare anche che nel secondo semestre di quest’anno la Cina ha raddoppiato l’export di terre rare, da 8000 a quasi 16.000 tonnellate e che nello scorso trimestre l’indice Bloomberg delle terre rare è calato del 43% mentre la quotazione della compagnia canadese Quest Rare Minerals è scesa del 61%. La “bolla” delle terre rare si sta dunque sgonfiando? I prezzi, forse, scenderanno ancora nei prossimi mesi, come anticipano alcuni esperti, ma la dipendenza strategica dalla Cina no.

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