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Home | ©2011 La Finanza sul Web | Articolo visto 10117 volte 06 maggio 2011

Quando è indispensabile un consulente finanziario indipendente

La consulenza finanziaria indipendente trova nuove opportunità nelle perizie di parte in caso di contenziosi con gli intermediari finanziari e nella conciliazione delle vertenze

Di Redazione  •  Inserito in: finanza italiana

di Paolo Sassetti

Con periodica cadenza qualche promotore finanziario o qualche giovane neolaureato mi chiede se valga la pena di intraprendere la strada di consulente finanziario indipendente e quale sia la dimensione minima patrimoniale del cliente da accettare.

Sono domande che non hanno e non possono avere risposte assolute, oltre ad essere mal poste a me, che non mi considero un consulente finanziario indipendente in senso stretto, ma solo un analista finanziario indipendente.

Ad ogni modo, la mia idea è che l’attività di consulente finanziario indipendente sia, almeno in questa fase introduttiva iniziale in Italia, un’attività necessariamente destinata ad una èlite di clienti, perché deve rivolgersi a patrimoni grandi o medio grandi per non gravare eccessivamente in termini di costo percentuale sui patrimoni oggetto di consulenza.

È, comunque, evidente che a queste domande non può esistere una risposta valida sempre ed in assoluto. La risposta dipende da quante ore al giorno il consulente indipendente è disponibile a lavorare e da quanto intenda essere selettivo rispetto ai clienti.

Va, però, segnalato che un consulente dotato di una certa esperienza può prestare la sua conoscenza non solo alla consulenza patrimoniale in senso stretto, ma anche a situazioni di contenzioso tra clienti ed intermediari finanziari.

Presento qui di seguito alcuni casi reali  e significativi di attività di consulenza collaterali a quella più tradizionalmente “patrimoniale” tipicamente effettuata dai consulenti indipendenti.

 

Caso 1. Gpf con risultati quasi catastrofici

della filiale italiana di una nota banca estera.

La cliente in oggetto, residente in Lombardia, aveva ereditato dal marito industriale un’ingente fortuna mobiliare e ne aveva affidato una porzione (pari a 2 milioni di euro) ad una gpf sostanzialmente monomarca, gestita dalla filiale italiana di una nota banca estera. Tale gpf, che nel periodo di massima raccolta contò oltre 1.000 clienti per una massa gestita superiore ai 500 milioni di euro, pur definita “absolute return”,  nel periodo 2007-2008 aveva registrato perdite quasi pari ai fondi azionari puri e comunque superiori ai fondi bilanciati azionari italiani (aventi percentuale di componente azionaria variabile tra 50-90%). La rimostranza della cliente si basava sul fatto che la sua profilazione di rischio aveva escluso l’accettazione di tale rischio. Alla contestazione formalmente avanzata dall’avvocato dell’investitrice, la banca aveva sdegnosamente  rifiutato ogni addebito e si era rifiutata di addivenire ad ogni forma di conciliazione. Messo l’incartamento nella mani del consulente finanziario indipendente, questi avanzò una serie di addebiti circostanziati alla banca tra cui:

 

-                     la rischiosità della gestione si era rivelata ampiamente eccedente il profilo di rischio quale evidenziato chiaramente dai questionari sottoscritti dalla cliente;

-                     l’adozione di un indice di sintetico di “scoring” utilizzato per classificare il profilo di rischio della cliente, essendo i pesi di tale indice sintetico attribuiti in maniera del tutto discrezionale dalla banca, aveva indotto la banca ad attribuire alla cliente – solo in virtù della sua consistente ricchezza – un’ampia disponibilità a subire perdite in base all’assunto: ricchezza ampia = ampia possibilità di sopportare perdite;

-                     il VaR  obiettivo e massimo della gestione, sebbene non vincolanti contrattualmente, erano stati comunque ampiamente sforati dalla gestione;

-                     la gestione dell’asset allocation si era rivelata contraddittoria rispetto all’osservanza del VaR obiettivo e massimo, nel senso che, man mano che le perdite di portafoglio si erano allargate, la gestione aveva progressivamente aumentato, anziché ridurre, l’esposizione verso attività rischiose, le quali avevano sfiorato (tra componente azionaria e prodotti alternativi) l’80%;

-                     alcuni prodotti sottoscritti avevano una leva finanziaria superiore ad 1, cosicché la leva finanziaria effettiva risultava ogni trimestre ben superiore alla leva finanziaria formale;

-                     la linea “moderata” della gestione, sottoscritta dalla cliente, aveva sfiorato le perdite della linea “aggressiva”, segnalando una rischiosità ben superiore a quella contrattuale;

-                     una quota nettamente predominante di transazioni era stata effettuata, senza apparente ragione logica per la sua “vorticosità”, su prodotti di risparmio gestito della stessa casa, negoziati non sul mercato, ma fuori mercato, dove lo spread denaro-lettera era soggettivamente determinato della banca stessa;

-                     la banca aveva sottoscritto per lo più prodotti della casa, applicando doppie e persino triple commissioni di gestione (nel caso di un fondo di fondi della casa che investiva in fondi della casa stessa). Un caso limite fu la sottoscrizione di un fondo obbligazionario della stessa banca gravato di una commissione annua del 2% cui si aggiungeva la commissione dell’1,6% della gpf, per un totale commissionale del 3,6% annuo così gravante su una porzione obbligazionaria della gestione, il che non lasciava ovviamente alcun ragionevole valore residuo al cliente;

-                     la rendicontazione era passata da trimestrale a semestrale senza seguire la procedura contrattuale che imponeva l’invio di una raccomandata;

-                     gli obiettivi di rendimento prospettati nella gpf erano matematicamente incompatibili con il profilo di rischio adombrato per la gestione.

Avendo la banca respinto gli addebiti, l’avvocato della cliente ha citato in giudizio la banca ed il Tribunale competente di Milano ha attivato una procedura di conciliazione preventiva. In sostanza, il giudice ha nominato un perito (un professore universitario), cui si sono affiancati due periti di parte, un altro professore universitario per conto della banca ed un consulente finanziario indipendente per conto della cliente. A fianco della banca è sceso in campo anche uno dei più noti studi legali italiani specializzato in contenziosi sul risparmio gestito. Nonostante questo schieramento di forze, il perito del Tribunale ha dato sostanzialmente ragione alla cliente, suggerendo una percentuale di risarcimento. L’esito di tale perizia ha finalmente indotto la banca ad accettare di pagare un risarcimento alla cliente e di farsi anche carico delle spese del perito del Tribunale. Tra gli oltre 1.000 clienti della banca per questo solo prodotto, probabilmente ve ne erano molti altri nelle stesse condizioni della cliente, e questa condizione ha probabilmente favorito la conciliazione.

 

Caso 2. Gpf di nota banca italiana, con risultati gravemente negativi

Un caso meno eclatante, ma simile, si è contestualmente verificato con la gpf di una nota banca italiana che aveva messo in portafoglio al cliente quote di fondi chiaramente eccedenti, per tipologia e quantità, il profilo di rischio del cliente, quale emerso dalle interviste. Inoltre erano stati messi in portafoglio prodotti più costosi della media di mercato ad assai poco performanti che, alla semplice verifica del data base di Morningstar, un gestore esperto avrebbe dovuto escludere. La soluzione conciliatoria di questo caso, tuttavia, non ha richiesto l’intervento del tribunale. La chiave della soluzione in questo caso è consistita nello scoprire che la banca, laddove era stato possibile, aveva sempre sottoscritto per il cliente le classi di fondi più costose, pur classificandosi il cliente, per dimensione degli investimenti effettuati, quale investitore “istituzionale”, il quale avrebbe potuto accedere alle classi di quote di fondi meno costose. Evidenziata la “mala fede” della banca nella selezione dei prodotti, questa ha preferito conciliare un risarcimento, anziché essere citata in giudizio.

Caso 3. Riscrittura di contratto di gestione per gpm obbligazionaria con banca estera

Un professionista lombardo reduce da una negativa esperienza di gestione, volendo aprire una gpm obbligazionaria presso una nota banca estera, ha chiesto ad un consulente indipendente di riscrivere il contratto di gestione in modo che alla banca fossero precluse contrattualmente iniziative rischiose e/o lesive della sua “pace mentale finanziaria”. Il contratto è stato riscritto con tutti i “paletti” necessari e – superando lo stesso scetticismo iniziale del consulente – è stato accettato dalla banca la quale (anche in virtù dei 6,2 milioni di euro versati cash dal cliente) ha anche diviso per tre la commissione di gestione contrattuale (scendendo da 0,90% a 0,30% annuo).

Caso 4.  Contratto su derivati valutari

Un’azienda lombarda ha registrato gravi perdite su un contratto che il suo management reputava di copertura valutaria sull’acquisto futuro di dollari connesso ad una importazione di macchinari. Tale contratto ha dato origine ad elevate perdite, ma non poteva svolgere assolutamente la funzione di copertura quale quella dichiarata dalla banca. Il caso è ancora allo studio e richiede una stretta collaborazione tra il consulente ed il legale della azienda, chiamato a valutare la giurisprudenza su casi analoghi. In attesa di decidere se adire in giudizio, l’azienda ha comunque preso coscienza che il contratto da essa firmato non avrebbe mai potuto svolgere la funzione di copertura del rischio di cambio per cui era stato sottoscritto.

Dunque, la competenza di un consulente indipendente può prestarsi ad una ampia casistica di contenziosi e di conciliazioni tra soggetti privati ed istituzioni finanziarie. Normalmente la casistica riguarda situazioni in cui i conflitti di interesse non “governati” hanno preso la mano agli intermediari finanziari che hanno esagerato nel procurare a loro stessi un vantaggio ingiustificato al prezzo di un danno ingiusto inflitto ai loro clienti.

Credo, tuttavia, che il consulente indipendente debba selezionare con cura i casi cui prestare la propria attività di consulenza, rinunciando, se necessario, anche a ricche parcelle se i casi sottopostigli non lo convincono delle ragioni addotte da clienti che gli chiedono la disponibilità ad operare come perito di parte in loro favore.

Come in quel caso di un appello contro una condanna per insider trading inflitta ad alcuni soggetti privati. Il caso era, ad avviso del consulente indipendente, chiarissimo, la condanna giusta ed il consulente rinunciò a rappresentare in appello le ragioni dei condannati, perché era convinto che fossero colpevoli al di là di ogni ragionevole dubbio.

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Autore: Redazione » Articoli 678 | Commenti: 344

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