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Home | ©2011 La Finanza sul Web | Articolo visto 5518 volte 21 settembre 2011

Più concentrazione ma anche più concorrenza nel mercato bancario italiano

Di Redazione  •  Inserito in: Finanza Internazionale

di Filippo Cucuccio

Tra i numerosi aspetti che la Relazione della Banca d’Italia di quest’anno tocca, sollecitando considerazioni e riflessioni, ve ne sono un paio che ben fotografano gli andamenti strutturali del sistema bancario nazionale. In realtà, quando si affrontano i temi della concentrazione del mercato bancario e del suo grado di internazionalizzazione, si entra in contatto con due punti nevralgici sia in ottica interna, sia in quella di un’accentuata globalizzazione; due punti, inoltre, indispensabili a comprendere come il nostro sistema bancario si sia presentato all’appuntamento con il secondo decennio di questo secolo all’indomani di una crisi finanziaria planetaria.

Meno banche e meno sportelli

Partendo dal tema della concentrazione è necessario, però, premettere alcuni dati di base. Eccoli.

Alla fine del 2010 vi erano operanti in Italia 760 banche con una diminuzione rispetto all’anno precedente di 28 unità. Questo saldo negativo è originato dallo sbilancio tra l’apertura di 5 nuove banche (due società per azioni di piccola dimensione, una banca di credito cooperativo e due filiali di banche estere) e la chiusura di 33 istituti causata da 23 operazioni di incorporazione, fusione o cessione di attività, 9 liquidazioni e 1 trasformazione in società finanziaria.

Continuando a scorrere i dati essenziali della carta d’identità del sistema bancario italiano, emerge, poi, la riduzione degli sportelli, calati di circa 400 unità ( da 34.036 a 33.640 ). In questo caso la contrazione può essere principalmente riferita alla chiusura di 415 dipendenze da parte dei tre principali gruppi bancari nazionali. Quanto al rapporto popolazione – sportelli va sottolineato da un lato che, facendo una comparazione internazionale, il suo valore in Italia risulta superiore agli equivalenti di Spagna e Francia ( 1.794 contro rispettivamente 1.034 e 1.676 ) ma inferiore a quello tedesco ( 2.077 ); dall’altro lato in un’ottica interna va notato il persistere della divaricazione del valore di questo rapporto tra le diverse aree geografiche del Paese: più precisamente tra quelle centro-settentrionali ( 1.486 ) e le meridionali ( 2.948 ) .

Alla luce di questi dati e tenuto conto delle numerose operazioni di fusione e acquisizione perfezionatesi nel corso del primo decennio di questo secolo  non è, pertanto, difficile giustificare l’aumento del grado di concentrazione calcolato attraverso l’indice Herfindahl – Hirsch ( HHI ) calcolato sul totale dell’attivo delle unità operanti ed espresso in base 10.000. Il valore di questo indice, cresciuto da 550 a 740 ha, peraltro, registrato proprio lo scorso anno un calo di circa 20 punti; ma è ancora troppo presto per poter affermare che si è in presenza di un’inversione di tendenza o di un semplice aggiustamento correttivo.

Quello che, invece, si può affermare con sicurezza è il fatto che all’aumento del grado di concentrazione bancaria non è corrisposto un analogo fenomeno per i mercati locali del credito che hanno registrato una significativa diminuzione dei valori di concentrazione nei settori dei prestiti alle famiglie e dei depositi. Mentre lieve  è risultato l’incremento dell’indice di concentrazione per il comparto dei prestiti alle imprese.

 

Metà delle attività in mano a cinque banche

 

Le valutazioni di questi esiti in chiave di concorrenzialità impongono cautela; ma anche in questo caso, volendosi fermare alle certezze, si può constatare che il numero di banche per provincia è passato da 26 a 27 unità.

Il tema della concentrazione può, inoltre, essere affrontato anche in una diversa prospettiva che lega i due aspetti della dimensione e dell’appartenenza ai gruppi bancari. Da essa si evince che i due big player italiani ( Unicredit e Intesa – San Paolo ) da soli assorbono poco meno di 1/3 delle attività del sistema. Se, poi, si tiene conto degli altri 3 gruppi di dimensione medio -grande ( Monte dei Paschi di Siena , Banco Popolare e Unione di Banche Italiane ) la percentuale di assorbimento dell’attivo sfiora il 52% del totale nazionale .

Per completezza di informazione va, infine, ricordato che vi è un terzo scaglione formato da 58 gruppi e banche individuali di dimensione medio – piccola che copre il 37% circa del totale dell’attivo; quanto alla quota residua ( 11,3% ) fa capo a una miriade di piccoli intermediari ( 571 ) con operatività prevalentemente locale.

 

La presenza all’estero

 

Passando all’altro tema ( l’internazionalizzazione del sistema bancario ) le evidenze statistiche mostrano una rilevante presenza di banche italiane nell’area dell’euro, soprattutto in Germania, Austria e negli altri Paesi dell’Europa Centro – Orientale. In questo quadro di diffusione all’estero risalta in senso opposto la presenza limitata di banche italiane nei centri finanziari considerati offshore secondo la classificazione della Banca dei Regolamenti Internazionali: 5 succursali e 1 filiazione con un’attività complessiva pari allo 0,4% dell’esposizione complessiva sull’estero. Addirittura insignificante è , infine , la quota di attività ( 0,1% ) verso i Paesi che l’OCSE inserisce nell’elenco di quelle nazioni che non hanno pienamente applicato gli standard fiscali internazionali.

Rimanendo in tema di esposizione sull’estero è importante anche sottolineare che quella per cassa delle banche italiane e delle loro controllate estere verso non residenti è cresciuta in misura lieve  (+ 0,5% ) a poco più di 669 miliardi di euro, pari al 23,6% dell’esposizione complessiva,  e che , inoltre , ai primi 5 gruppi italiani fa capo il 93% dell’importo complessivo appena detto.

 

E quella estera in Italia

 

Sul versante speculare, la presenza estera in Italia, gli esiti statistici mostrano l’operatività di 23 filiazioni di società e banche estere, due delle quali classificate tra i primi 10 gruppi bancari, con una quota di mercato pari al 9,5% del totale dell’attivo .

E, per concludere, a conferma dell’appetibilità del nostro mercato bancario, una particolarità significativa. Nel capitale di ben 47 banche italiane sono presenti 37 azionisti esteri, in prevalenza comunitari, con quote superiori al 5%. Un dato su cui riflettere per comprendere a pieno il grado di apertura del nostro sistema bancario all’ingresso di capitali stranieri .

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