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Home | ©2011 La Finanza sul Web | Articolo visto 9165 volte 06 maggio 2011

Piccole e medie imprese: tra crisi e crescita la nave va

Aumenta il bisogno di credito bancario, crescono le sofferenze, ma le difficoltà stimolano l’innovazione imprenditoriale

Di Redazione  •  Inserito in: finanza italiana

di Laura Vitale 

Membro del Consiglio Direttivo Associazione Italiana Analisti Finanziari

Agenzia di Rating Interna BNL Gruppo BNP Paribas

Responsabile Assegnazione Rating Judgmental

Laura.vitale@aiaf.it

 

Di questi tempi si dice che chi preferisce avere fortuna più che talento percepisce la vera essenza della vita. Bene, forse, per gli esseri umani. La fortuna, alle imprese, serve a ben poco. Con la velocità con la quale si muovono l’economia ed il sistema finanziario in un’ottica di totale globalizzazione, oggi una impresa non solida e priva di “numeri” resterebbe in piedi per poco.

In Europa c’è crisi e c’è crescita.

C’è crisi: basta verificare l’Indice Eurostoxx 50 che nel 2009 è sceso del 60% rispetto al luglio 2007 ed ha poi recuperato a dicembre 2010, chiudendo con un -35%.

C’è crescita: il PIL mondiale è previsto crescere del 5% nel 2011. C’è una politica monetaria ancora espansiva, ci sono tassi a lunga che oscillano per i “rischi sovrani”, ci sono materie prime che salgono per la crescita e per la speculazione, l’oro a prezzi massimi, c’è un’inflazione al consumo che pian piano riparte, tassi di cambio che cambiano poco (lo yuan), c’è ancora molta finanza, ma di qualità diversa: per fortuna la nave va.

E l’Italia?

Che la profonda crisi economica degli ultimi due anni abbia messo in ginocchio molte aziende, ed in particolare le PMI, è assodato e documentato da innumerevoli e autorevoli fonti. Ma siamo certi di parlare solo di impatti negativi? Oppure è possibile che in una situazione di seria difficoltà molte PMI per sopravvivere abbiano sviluppato le strategie corrette per continuare a competere sui mercati di riferimento?

 

Handicap e vantaggi

della piccola impresa

 

Se è vero che molte PMI lamentano una sostanziale “stretta” del credito ed un deterioramento del rapporto banca-impresa e se è altrettanto vero che le banche vedono lievitare il costo del rischio, i crediti deteriorati verso clientela e gli accantonamenti a tutela del capitale imposto dalle normative attuali sempre più stringenti, i due mondi, finanziario ed imprenditoriale, così strettamente interdipendenti e necessari l’uno all’altro, possono trovare quell’ “intesa” per una congiunta e ragionata uscita dalla crisi.

Non è certo facile perseguire modelli di piccola impresa più evoluta, capace di competere con le grandi, a causa di economie di scala nettamente inferiori e sistemi di controllo di gestione ancora di carattere prettamente “amministrativo”, ma dalla sua la piccola/micro impresa può certo avere una maggiore capacità di reazione, velocità di innovazione, flessibilità, controllo dei costi nonché di attuazione delle manovre correttive. La minore dimensione e la maggiore semplicità del modello organizzativo della PMI consente l’introduzione di un controllo di gestione vero e proprio, inteso come “controllo di dove siamo e dove stiamo andando rispetto a dove vogliamo andare”, come vero vantaggio competitivo rispetto alla complessità dimensionale ed organizzativa di una grande impresa.

 

La crisi come stimolo

per un riassetto

 

In questo senso la crisi ha stimolato molte PMI che di fronte alla prospettiva del fallimento hanno messo in atto con coraggio un riassetto, stimolato un management in gamba ma “adagiato” ed abituato a ragionare in piccolo. Elementi questi che uniti agli altri fattori di vantaggio hanno permesso loro di distinguersi nonostante i gravi scenari economici.

Diventa quindi doveroso anche nella piccola e media impresa, mettere da parte il concetto che il proprietario persona fisica si possa occupare di tutto perché ha “un fiuto infallibile”: vanno identificati e valorizzati il management, da un lato, ed i soci dall’altro, anche se spesso le due figure coincidono. Ciò consente di far emergere il valore dell’impresa a discapito della gestione sulla base del “possesso” della medesima; freno storico quest’ultimo all’apertura del capitale, all’entrata in azienda di nuove competenze, allo sviluppo e quindi adattamento ai cambiamenti di mercato. Proprio in situazioni congiunturali come quella che stiamo vivendo emerge la necessità di valutare tutti i rischi in maniera oggettiva, distinguendoli per cliente, per operazione, per investimento e valutando in maniera circostanziata impatti e sostenibilità.

Un modello in fondo non troppo difficoltoso da mettere in atto. E con la corretta quantificazione del margine riveniente dallo sviluppo dell’attività caratteristica e non, opportunamente pianificata non solo si può far fronte alla crisi ma si può giustamente remunerare la proprietà per il rischio che si assume ed il management per l’efficienza che produce, in un’ottica meritocratica che è sempre stimolante.

 

Le piccole imprese

nell’area dell’euro

 

Sappiamo bene che le PMI sono di grande importanza nell’ area dell’ euro. Ne rappresentano il 99,8% in numero, il 60% in fatturato e il 70% in occupazione. Allo stesso tempo non sono solo “in scala ridotta”, versioni di grandi imprese. E l’inasprimento della crisi economica nel corso del 2009 si è riflesso severamente sui risultati delle imprese.

Nel 2009 il margine operativo lordo  ha segnato per il terzo anno consecutivo un rallentamento, portandosi intorno al 32% del valore aggiunto, un livello non sperimentato neanche nella fase recessiva del 1992-93.

Tra le medie e grandi imprese industriali italiane, a partire dall’ultimo trimestre del 2008 si è registrata una forte e rapida crescita di quelle che hanno registrato una diminuzione del fatturato superiore al 20%. A fine 2009 il valore aggiunto delle imprese era tornato ai livelli di fine 2006, il risultato lordo di gestione a quelli di fine 2001.

Il difficile contesto macroeconomico ha scoraggiato gli investimenti (-15% nel 2009) circostanza che, tuttavia, non si è tradotta in un incremento della capacità delle stesse di autofinanziarsi: sebbene in miglioramento rispetto al 2008 la quota di copertura degli investimenti con risorse interne è rimasta al di sotto del 40%.

Il fabbisogno finanziario per investimenti si è ridotto di circa un terzo, mentre è aumentato quello destinato al Capitale Circolante Netto Operativo fattore che, quasi esclusivamente, ha sostenuto la domanda di prestiti bancari.

A maggio 2009 il ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni ha raggiunto 57,1 milioni di ore, circa 10 volte il numero di ore a maggio 2008.

 

Aumenta il debito

per le pmi italiane

 

I risultati di una indagine ad interviste effettuata su oltre 9.000 Imprese (5.320 Area Euro) al fine di individuare le modalità di accesso ai mercati finanziari nel 1° Semestre del 2009, voluta dalla Direzione Generale Imprese e Industria della Commissione europea, in collaborazione con la BCE, evidenzia come, alla domanda: “Il rapporto Debt/Total Asset negli ultimi sei mesi è aumentato, rimasto invariato o si è ridotto?”. La risposta Italiana, da parte delle PMI, è stata di un incremento del 29,9% (Media UE a 27 Paesi 23,3%).

La stessa indagine effettuata sulla seconda metà del 2009 evidenzia che nel complesso, il 16% delle PMI hanno segnalato un aumento del loro bisogno di prestiti bancari. Per contro, la percentuale delle grandi imprese che segnalano un aumento del bisogno di prestiti bancari è rimasta sostanzialmente invariata o si è ridotta. Le grandi imprese si sono finanziate direttamente sui mercati finanziari.

Inoltre: una grande maggioranza (75%) delle PMI ha segnalato di aver ricevuto l’importo totale o una parte dei prestiti bancari che avevano richiesto, rispetto al 77% nel primo semestre del 2009. La domanda di finanziamenti alle Banche è rimasta stabile per le imprese di grandi dimensioni.

La disponibilità di prestiti bancari alle PMI è peggiorata nella seconda metà del 2009. Il 42% delle PMI ha segnalato un peggioramento, mentre il 10% ha visto un miglioramento nel secondo semestre. C’è stata una valutazione meno negativa della disponibilità di prestiti bancari da parte delle imprese di grandi dimensioni.

 

E per le banche aumentano

i crediti deteriorati

 

Ma cosa indicano i dati sul sistema bancario? Nel 2009 i crediti deteriorati verso clientela (sofferenze, incagli, esposizioni ristrutturate, scadute o sconfinanti) sono aumentati del 43,4%, salendo dal 6,5% al 9,1% del totale dei prestiti. Il processo di deterioramento del portafoglio prestiti è proseguito anche nella prima parte del 2010, con il rapporto tra flusso di nuove sofferenze e ammontare dei prestiti in essere dodici mesi prima arrivato a giugno a 1,92% (1,35% per le famiglie consumatrici, 2,59% per le imprese).

Nel 2009 in Italia il PIL è sceso del 3% in termini nominali. Tale calo si è riflesso in modo relativamente contenuto sull’attività creditizia; su base annua la flessione dei prestiti si è infatti fermata a -0,7%. La flessione dei finanziamenti ha riguardato prevalentemente le imprese medio-grandi (-3,5%), mentre per quelle piccole (con meno di venti addetti) l’andamento dei prestiti è stato solo marginalmente negativo (-0,7%). Per le imprese fino a 5 addetti l’evoluzione del credito è rimasta positiva (+0,9%). Nei primi cinque mesi del 2010 i prestiti al totale delle imprese mostrano ancora una dinamica negativa, anche se più attenuata rispetto ai mesi precedenti (-1,8% anno su anno a maggio).

 

Ma il supporto delle banche

alle imprese resta robusto

 

Malgrado il rallentamento della dinamica dei finanziamenti, nello scorso anno il supporto del sistema bancario al comparto produttivo si è confermato robusto. Nell’ultimo decennio il rapporto tra debiti bancari misurati e Pil è sempre aumentato raggiungendo il 56% nel 2009.

Il confronto attorno a Basilea III nella comunità finanziaria mira a trovare un equilibrio tra due esigenze, entrambe di rilievo sistemico: da un lato rafforzare la tenuta del sistema finanziario rispetto a possibili carenze della liquidità bancaria; dall’altro lato preservare la capacità di finanziamento dell’economia da parte degli intermediari attraverso l’attività di intermediazione e di trasformazione delle scadenze.

Le banche hanno strettissimi vincoli sul capitale e potenziali rischi di liquidità. Per far si che alla sostenibilità del credito bancario corrisponda la ripresa e lo sviluppo delle PMI è necessario un rapporto banca-impresa stretto e trasparente; la conoscenza e l’utilizzo da parte delle PMI di tutte le leve operative per rafforzare i bilanci, nonché delle agevolazioni offerte dalla normativa vigente; la presentazione di progetti “bancabili” da parte delle imprese.

 

Emergerà il sommerso

per ottenere più credito?

 

Dopo mesi di autocommiserazione sugli effetti negativi della crisi, è venuto il momento di una ventata di freschezza; preso atto dei nuovi paletti ed ostacoli che volenti o nolenti questa crisi ha imposto alle PMI,  non rimane che capire come superarli o se da essi si possano anche trarre degli stimoli positivi. Alcuni elementi positivi ci sono.

In primis questa crisi, combinata con l’esigenza di una valutazione oggettiva della capacità di rimborso delle imprese da parte delle banche, promulgata da Basilea, ripercuotendosi a cascata su tutti i livelli gerarchici delle PMI, porterà nel medio termine all’emersione di buona parte del sommerso. Dovendo buona parte delle PMI migliorare le proprie condizioni di accesso al credito, quindi gli indicatori economico patrimoniali, mostrandosi solide e redditizie, quale primo “step” troveranno ampi spazi di manovra nel portare alla luce il business sommerso.

Trincerarsi dietro un “abbiamo sempre fatto così” non può più essere una giustificazione: l’innovazione di processo, la strutturazione di strategie chiare, sostenibili e condivise a tutti i livelli aziendali seppur elemento intangibile e di difficile realizzazione, soprattutto da parte delle micro imprese, porta un valore aggiunto altissimo in azienda.

E’ sicuramente in fasi come questa che viene maggiormente stimolata l’innovazione imprenditoriale: restando alla finestra la sorte non può che essere quella di divenire preda della crisi,

Certamente in un paese ove buona parte delle piccole imprese sono fondate su un modello prettamente a conduzione familiare, non sempre le competenze necessarie dettate dal cambiamento sono garantite dal passaggio generazionale. Da un lato gli imprenditori difendono la “proprietà” della piccola impresa, dall’altro si nota una scarsa propensione da parte di “player” attivi nel “venture capital” o nel “private equity” nei confronti delle piccole imprese alla base del “made in Italy”.

Con questo non vogliamo affermare che esiste il “modello aziendale perfetto per la PMI”, come in analisi tecnica o fondamentale non esiste il trading system infallibile perché necessita di continui aggiustamenti. Tuttavia, se navigando in mare aperto si va dove il vento conduce, nel momento in cui stiamo si è alla deriva non si può sapere quando e di quanto correggere la rotta. Diversamente, in una navigazione “per punti”, approfondita, monitorata e pianificata, il controllo della posizione nel mare non solo risulta più agevole ma si possono sfruttare i venti a favore. Ed ecco che si può vincere anche di fronte ad un mare in tempesta.

 

La responsabilità delle

istituzioni finanziarie

Certamente, in un Paese quale l’Italia, dove la linfa per le aziende la fornisce per il 56% il sistema bancario, responsabilizzate al massimo sono le istituzioni finanziarie, alle quali spetta il sostegno e lo sviluppo del sistema economico attraverso un’ottica di lungo periodo ed una vicinanza alle imprese per accrescerne il “know how” manageriale, gestionale, finanziario (meno, forse, quello commerciale dove molte aziende sono vere e proprie maestre).

Sviluppare un dialogo con tutti i livelli dell’impresa per sostenerla nell’innovazione di processo è fondamentale, perché senza quest’ultima, anche l’innovazione di prodotto più ricercata e sofisticata che molti imprenditori sanno effettuare, non permette la crescita e la sopravvivenza, nel tempo, della stessa impresa e con essa, della banca che la sostiene.

Le banche possono e devono istruire i propri clienti, organizzando seminari specifici, innalzando il livello professionale dei propri funzionari che intrattengono i rapporti con le imprese, diffondendo maggiormente il concetto di valutazione aziendale, analisi fondamentale, di pianificazione e costruzione di “business plan” realizzabili e successivamente monitorabili.

E’ bene che le banche trasmettano correttamente il concetto di “rating” alle imprese, i modelli e le logiche sottostanti alla determinazione della probabilità di default, sulla quale si basa l’ammontare ed il “pricing” delle facilitazioni concesse.

Mai come in questo momento risulta di una straordinaria attualità la frase di Luigi Einaudi del 23 Agosto del 1924 sul Corriere della Sera: “Ufficio del Banchiere è invero quello di affidare denari altrui all’uomo capace e probo, il quale sappia farli fruttare a proprio vantaggio ed, al momento stipulato, li restituisca. Solo i fatui possono immaginare che sia un compito facile. Nel mondo economico non ne esiste altro più difficile”.

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Autore: Redazione » Articoli 678 | Commenti: 310

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